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Dacia Maraini, la militanza gentile contro la perdita del sentimento di comunità

La scrittrice, oggi celebrata da un Meridiano, riflette sulla perdita di vicinanza tra intellettuali e nella società ricordando avventure e tormenti dell’amico Pasolini

di Eliana Di Caro

Autrice, viaggiatrice, intellettuale impegnata. Dacia Maraini è nata a Firenze il 13 novembre 1936. Scrittrice, drammaturga, autrice di sceneggiature,

6' di lettura

«Vedi quel quadro? È il ritratto che mi fece Carlo Levi. Eravamo amici, ci si vedeva spesso da Rosati con altri pittori e scrittori, musicisti e intellettuali. Un giorno mi disse che gli sarebbe piaciuto farmi un ritratto e poi me lo regalò. Quegli acquerelli sono di Schifano, degli anni 60 (indica due grandi tele accanto a ripiani colmi di libri, ndr), mentre il pannello dietro il divano è di Dante Ferretti: in realtà è lì a coprire un camino chiuso», sorride Dacia Maraini. Guardarsi intorno nel suo soggiorno, all’ottavo piano di un palazzo a due passi da piazza del Popolo a Roma, vuol dire ripercorrere un pezzo di Novecento, come del resto accade conversando con lei.

«Ricordo le cene che organizzava a casa sua la mecenate Luisa Spagnoli, nipote dell’omonima fondatrice del Bacio Perugina: invitava artisti che allora non avevano un soldo e comprava i loro dipinti, da Schifano, appunto, ad Angeli o Perilli. Coinvolgeva scrittori giovani come Dario Bellezza (anche lui poverissimo), Valentino Zeichen, e ancora Nico Garrone, il critico teatrale. Ma ci si incontrava spesso anche con Antonioni e Monica Vitti, Ronconi e Fellini, Garboli e Siciliano, Bassani e Morante. Tutto il mondo dell’arte era molto più unito, ci si frequentava e nascevano idee, progetti, si andava in vacanza o anche solo a mangiare insieme. Ora prevale una cultura globalizzata e molto individualistica, il sentimento della comunità è scomparso», riflette la scrittrice, 85 anni e un’energia inesauribile, alla quale Mondadori ha dedicato un Meridiano che raccoglie buona parte delle sue opere («probabilmente ce ne sarà un secondo per la poesia e i testi teatrali», annuncia). In quel ritrovarsi nel cuore di Roma, con lei e il suo compagno di una vita Alberto Moravia, c’era naturalmente anche Pasolini, il Caro Pier Paolo cui la scrittrice si rivolge nel suo ultimo libro, uscito la scorsa settimana da Neri Pozza e già in ristampa. Ma quando si è perso quello spirito comunitario? «Dopo gli anni 80, direi. Con gli anni 90 è finito tutto. La stessa cosa, del resto, è accaduta nella politica: non ci sono più i partiti, luoghi di comunità nei quali la gente si identificava, riconoscendosi in valori comuni. Oggi ognuno dice la sua, non si riconosce nemmeno il segretario».

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Tra i suoi ultimi lavori c’è Una rivoluzione gentile, Claudio Magris riferendosi a lei ha parlato di “cor gentil” e Paolo Di Paolo, nel Meridiano, di “militanza gentile”: un aggettivo che torna a più riprese. «La gentilezza per me non è un formalismo – avverte Maraini – ma un modo di stare al mondo in una certa armonia con le persone e con le cose, rifiutando ogni forma di intolleranza, di aggressività, di linguaggio rissoso. Il linguaggio deve essere rispettoso dell’altro, anche dell’avversario, e al servizio di un dialogo sulle idee. L’invettiva non serve a niente, l’idea della denigrazione è vile». La militanza gentile ha caratterizzato l’intera traiettoria intellettuale di Maraini, nelle sue diverse forme espressive – affabulatoria, poetica, teatrale, giornalistica –, nel femminismo e, recentemente, negli interventi da opinionista, sempre più spesso sollecitati da tv e giornali, «forse grazie a una credibilità pubblica» acquisita «dopo anni in cui ho dimostrato coerenza» di idee e comportamenti. Un modus vivendi che nasce prima di tutto dall’esempio dei genitori, il fiorentino Fosco Maraini e la siciliana Topazia Alliata, dalla loro scelta di lasciare l’Italia fascista nel ’38, andando in Giappone con una bambina di due anni (lei, appunto, la primogenita), dove dopo l’8 settembre finirono in un campo di concentramento per essersi rifiutati di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò. Dacia Maraini visse lì i primi otto anni della sua vita, «per questo c’è un po’ di Giappone, in me. Le fiabe, la lingua, le amicizie erano giapponesi». Al tempo stesso «c’è un po’ di Toscana, le radici della Sicilia, ci sono Roma e Pescasseroli, dove mi ritiro a scrivere in tranquillità, a sciare e a passeggiare nei boschi. Me ne sono innamorata da quando ci andavo a trovare Ettore e Gigliola Scola. Poi ho preso una casa mia, da allora sono passati vent’anni».

Se al padre Dacia Maraini si sentiva più affine perché «rappresentava il viaggio, l’autonomia, la ricerca, lo studio, era un punto di riferimento per quel che riguarda la scrittura, l’organizzazione intellettuale», sua madre le ha «insegnato molto, dal punto di vista morale e della fedeltà alle proprie idee. È stata una donna coraggiosissima, si è sposata con uno senza soldi, ha rotto con tutto lasciando l’Italia con una figlia piccola senza niente in mano». Topazia Alliata veniva da una famiglia emancipata, «lei era una pittrice. Ma a un certo punto ha smesso per fare la casalinga, perché aveva tre figlie: chi le cresceva?»

La domanda retorica apre istantaneamente un altro capitolo della militanza della scrittrice, quello dell’impegno per le donne, i loro diritti, la loro voce. Nel 1973 a Roma fondò il teatro della Maddalena, cioè un teatro di donne: «La gente equivoca, pensa che sia stato un teatro per le donne, e invece era fatto dalle donne, dava protagonismo alla loro espressione. Sembra incredibile… quando ho cominciato io, in Italia, c’erano le attrici, ma non c’era una sola regista o una sola drammaturga. Franca Valeri ancora non scriveva; Franca Rame recitava accanto a Dario Fo, poi è stata anche autrice. Non c’era spazio, nel teatro. Per questo ne ho creato uno, proprio fisicamente, dove andavano in scena testi scritti da donne. È stato importante». Questa è solo una delle tante espressioni dell’attenzione al mondo femminile che attraversa l’opera di Dacia Maraini: basti pensare ai romanzi (non solo il più noto, La lunga vita di Marianna Ucrìa, anche Memorie di una ladra, da cui è tratto il film Teresa la ladra con Monica Vitti, Storia di Piera con l’amica carissima Piera Degli Esposti, da cui è nato l’omonimo film con Isabelle Huppert, Voci sui femminicidi e molti altri), ai racconti, ad alcune inchieste (come quelle sulla prostituzione e sul carcere), alle protagoniste del passato riportate alla luce nei volumi di Controparola, il collettivo da lei fondato nel ’92. Fino al recente appello per eleggere una presidente della Repubblica, volgarmente sminuito da chi si opponeva a “una donna purchessia” perché, commenta la scrittrice, «era implicito che non si potesse trattare di una persona qualsiasi. Semplicemente, a parità di merito – stimabile, antifascista, rispettosa della Costituzione – era il momento di pensare a un nome femminile».

Nell’arco del tempo, questa prolifica e densa produzione – cui si accompagna l’instancabile attività di presentazione dei libri, partecipazione a convegni, incontri nelle scuole – si è sposata con la passione per un’altra fonte di conoscenza e sapere: il viaggio (anche per lavoro: i suoi libri sono tradotti ovunque), dallo Yemen alla Siria, dall’India all’Afghanistan, dalla Cina al Vietnam, dai Paesi dell’Africa a quelli dell’America Latina. Il viaggio è un tema preponderante di Caro Pier Paolo, perché proprio con Pasolini, al quale la legava una fortissima amicizia, e con Alberto Moravia, Dacia Maraini ha girato mezzo mondo. Di quella stagione, ricorda come fosse «tutto molto più facile. Ci inoltravamo con la Land Rover in posti fuori dagli itinerari turistici, in piccoli villaggi, dormivamo nelle tende o nelle missioni, in casupole, arrancavamo su piste faticose… oggi viaggiare in alcuni Paesi sia asiatici sia africani è diventato impossibile, per il fanatismo religioso, per le guerre, per le malattie. Si rischia di essere ammazzati o sequestrati. Diverso è se si sceglie un itinerario turistico, allora si va nei grandi alberghi e ristoranti, nei parchi protetti, ci sono i pacchetti prefabbricati. Ma viaggiare per conoscere è un’altra cosa».

Proprio in Africa nel ’68, sul set del documentario Appunti per un’Orestiade africana, fu scattata la bella foto di copertina che ritrae Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini, entrambi con gli occhiali da sole, intenti a osservare qualcosa. «È una delle rare foto in cui siamo insieme, di solito le facevo io», ricorda, rievocando poi lo sguardo di Pasolini sul territorio africano: «Lui era alla ricerca di un mondo pre industriale, un mondo ideale, anche mitizzato perché vedeva nella industrializzazione e nella globalizzazione l’origine di tutti i mali, della volgarità, della violenza. E nella dimensione arcaica e contadina, invece, identificava il mondo armonioso». Nel libro ricorrono le descrizioni della mitezza, della dolcezza del poeta e regista friulano, in contrasto con il furore delle sue posizioni pubbliche, sempre “contro”, da vero anarchico. Una contraddizione di cui egli stesso «si rendeva conto, ma il suo atteggiamento era quello: ce l’aveva con la borghesia, con l’opinione pubblica, con i giornali… secondo lui si era persa l’innocenza, il legame con la natura. E poi diciamo la verità, adesso c’è un atteggiamento molto più comprensivo nei suoi riguardi, ma da vivo è stato bersaglio di intellettuali, giornalisti che lo hanno attaccato ferocemente, ha collezionato 82 denunce». Una storia da film (compresi i risvolti drammatici della morte, un mistero rimasto irrisolto). «Certo. Una vita molto avventurosa, si potrebbe benissimo raccontare come un romanzo».

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