il dopo draghi

La minaccia degli opportunisti del dissenso

È giunto il tempo che Francoforte si interroghi sull’efficacia delle proprie regole interne

di Donato Masciandaro


default onloading pic

3' di lettura

L’efficacia della politica monetaria della Bce dipende da una condizione: che le sue scelte siano trasparenti e credibili. Se i comportamenti individuali di singoli membri del consiglio della Banca intaccano questa condizione, occorre chiedersi se tali comportamenti sono occasionali, ovvero spia di un problema endemico. Nel secondo caso, è interesse dell’Unione e della stessa Bce che essa riformi le proprie regole di autodisciplina. Gli spifferi fanno male alla politica monetaria.

Il riassunto dei fatti è indispensabile per capire cosa c’è di anomalo. Lo scorso 12 settembre Mario Draghi comunicava che il consiglio della Bce aveva deciso di interrompere il graduale percorso di normalizzazione della politica monetaria europea, annunziato fin dal giugno 2018 e messo in atto a partire dallo scorso dicembre. La “normalizzazione dolce” consisteva nella fine della immissione mensile di nuova liquidità attraverso acquisti di titoli sui mercati finanziari, mantenendo però costante sia lo stock esistente della liquidità sia la struttura dei tassi di interesse in territorio negativo almeno fino al giugno del 2020. Lo stop alla normalizzazione dolce è avvenuto con una timida accentuazione del tono comunque espansivo della politica monetaria. La Bce ha annunziato da novembre la ripresa dell’immissione di nuova liquidità al ritmo mensile di 20 miliardi di euro, un nuovo abbassamento dei tassi di interesse di altri 10 punti percentuali, omettendo però di specificare scadenze temporali al nuovo orientamento, quindi lasciandosi piena discrezionalità di confermare o modificare la rotta a seconda delle informazioni congiunturali a venire.

Per essere efficaci, le decisioni della Bce devono massimizzare trasparenza e credibilità. Poiché oggi nessuna politica economica è efficace se non colpisce le aspettative dell’economia, tali condizioni divengono vitali se riferite alla politica monetaria, in cui le pagelle alla trasparenza e alla credibilità della banca centrale vengono date quotidianamente dall’andamento dei mercati finanziari. Le scelte della banca centrale non devono essere necessariamente apprezzate dai mercati, ma devono essere assolutamente capite. Questa volta però, annunziate le decisioni collettive della Bce, sono cominciati gli spifferi.

Ha aperto le danze il governatore olandese Klaas Knot, criticandole e rincarando la dose il lunedì successivo. Il mercoledì il balletto degli spifferi è continuato con le dimissioni di Sabine Lautenschläger, tedesca, membro esecutivo del consiglio della Bce. In contemporanea, gli organi di stampa riferivano di un dissenso rispetto alle decisioni prese anche dei governatori di Francia, Germania e Austria. La piroetta finale nel balletto degli spifferi si è avuta il venerdì, quando sempre indiscrezioni di stampa riportavano nomi e cognomi di dieci consiglieri Bce dati per dissenzienti o recalcitranti rispetto alle decisioni prese a fronte di una maggioranza di quindici consiglieri. Insomma: una minoranza di 10 falchi contrapposta a una maggioranza di 15 colombe. Cosa c’è di normale e cosa di anomalo in questa vicenda?

È normale che possa esistere dissenso. In questo caso, possiamo pensare che una minoranza del consiglio volesse almeno posticipare la decisione di interrompere la normalizzazione dolce, preferendo non decidere, cioè lo status quo. L’analisi economica ci dice che un banchiere centrale può preferire lo status per almeno tre diverse ragioni. La prima ragione è l’incertezza macroeconomica: più è opaco l’andamento futuro delle variabili macroeconomiche rilevanti, più il banchiere centrale può trovare razionale attendere nuove informazioni. In questo caso evidentemente la maggioranza del consiglio Bce ha ritenuto invece che le informazioni sull’anemia dell’economia europea fossero sufficientemente robuste per prendere una decisione. La seconda ragione può essere la necessità di raggiungere un consenso all’interno del consiglio: posticipo una decisione perché è l’unico modo per raggiungere almeno la maggioranza dei voti. In questo caso evidentemente le ragioni del consenso sono andate nella direzione opposta a quella auspicata dai dissenzienti. La terza ragione è infine l’opportunismo individuale. Ad esempio, si posticipa una decisione quando il beneficio reputazionale individuale netto atteso supera il costo – incluso il danno istituzionale – che la non decisione comporta. L’opportunismo individuale è la molla che può anche spingere il dissenziente a rendere esplicita la sua opposizione alla decisione collettiva.

È questa l’anomalia tossica. Se l’espressione pubblica dell’opinione individuale di un membro di una istituzione rischia di danneggiare l’efficacia della azione collettiva, occorrono regole che minimizzino tale rischio. Ed è dovere soprattutto della Bce interrogarsi senza indugio sulla efficacia delle proprie regole interne. Non esistono regole ottime, soprattutto ricordando quando speciale sia la Bce rispetto alle altre banche centrali. Ma proprio per questo mettere la testa sotto la sabbia sarebbe grave.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...