democrazia

La minaccia di un Paese senza opposizione

di Pietro Paganini

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(Ansa)


3' di lettura

L’ultima tornata elettorale conferma che in Italia potrebbe esserci un problema democratico. Non è il governo Giallo-Verde e i suoi componenti come molti analisti vogliono farci credere (per mascherare la loro precedente insensibilità) . È l’opposizione (che negli ultimi due decenni fu maggioranza) che non c’è più. I partiti che dovrebbero rappresentare l’altro 40% degli elettori o provare a rispondere ai problemi del 100% dei cittadini, si stanno sciogliendo tra le banalità dei grossolani errori tattici e strategici che continuano a compiere.

Viene a mancare di fatto il pluralismo tipico delle liberaldemocrazie a fondamento della Società aperta. Senza il conflitto democratico l’ossigeno per la convivenza tra cittadini diversi si affievolisce, si riduce la libertà individuale, rallenta l’innovazione e quindi lo sviluppo economico.

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Il populismo riempie un vuoto. Come la gramigna germoglia dove non cresce l’erba buona. I populisti reagiscono alle amnesie dell’establishment finanziario e burocratico rispondendo ai problemi dei forgotten, di quella parte della popolazione che è rimasta esclusa o è vittima – mai protagonista – dei processi decisionali. Chi è stato ed era convinto di essere la guida costruttiva del futuro dei cittadini, sta sbagliando tutto, e oggi rischia di sparire nell’irrilevanza danneggiando se stesso e tutti noi.

Dove è chi dovrebbe contrastare il populismo? Il problema non è solo italiano, è europeo, e americano. In Italia il Partito democratico (Pd) sta confermando di non avere un progetto da presentare al Paese. Ha perso la sua identità. Ha inseguito (sarebbe stato giusto) la voglia di mercato globalizzato, ma dimenticandosi totalmente dei cittadini (e quindi del mercato). Il centro-destra e l’area così detta moderata vorrebbero il potere senza idee.

I governi precedenti dicevano di voler proiettare l’Italia nel futuro, di digitalizzare l’economia e modernizzare la società. Hanno però evitato con cura il metodo sperimentale tipico delle liberaldemocrazie, cioè lo strumento che avrebbe loro consentito di diagnosticare i problemi ed elaborare delle soluzioni alle sfide del nuovo. Il futuro è diventato così una religione, un obbligo ideologico (se non di mero potere), privo di qualsiasi sostanza, cui i cittadini avrebbero dovuto affidarsi.

I cittadini non sono sciocchi come spesso crede (si leggano i commenti di questi giorni) chi distorce l’idea di epistocrazia, il primato della competenza. Di fronte ai problemi di tutti i giorni i cittadini temono il salto nel vuoto, e rifiutano quel futuro a loro oscuro.

E hanno ragione. In quel futuro il pluralismo svaniva e con esso il conflitto tra cittadini diversi; il mercato era un oligopolio delle élite, inaccessibile ai più; la tecnologia, la globalizzazione, la frammentazione del mercato del lavoro, erano diventati un’imposizione dall’alto e non una naturale evoluzione delle cose. Le elezioni recenti confermano questa tendenza con la crescita continua di consensi per la reazione detta populista. Così negli Usa il presidente Trump che è un corpo estraneo rispetto all’establishment del partito raccoglie – secondo i sondaggi – il 90% dei consensi tra gli elettori repubblicani.

Dobbiamo elaborare una nuova idea di futuro. Che non è quella indefinita della reazione populista. Essa ha furbescamente risposto con la stessa religione e ideologia dei partiti tradizionali, ma partendo dal rassicurare emotivamente l’elettore e mettendolo davanti a tutto. Fa proposte, a volte interessanti, ma prive di razionalità. La gramigna può essere sradicata, ma va sostituita con l’erba buona, altrimenti ricresce. I cittadini vanno inclusi e stimolati a contribuire al progetto del futuro, anche e soprattutto quando è complesso e faticoso. Le reazioni alla disfatta del Partito democratico perpetuano incredibilmente gli stessi errori: ignorare i cittadini (salvo chiedere il voto), evitare di stimolare il conflitto democratico, pensare il futuro senza il metodo sperimentale, rassicurare i cittadini con risposte ideologiche e religiose, senza renderli consapevoli che problemi nuovi richiedono risposte diverse.

Si insiste nel tentativo di convincere gli elettori che non servono le idee ma bastano le sigle e, i contenitori, e lo scimmiottamento incondizionato delle élite estere (la Francia è di moda).

L’opposizione deve ripensarsi nei contenuti (le sigle conseguono) sfruttare questo fallimento dei vecchi gestori come un’opportunità per reniventare il futuro ma coinvolgendo i forgotten, non ignorandoli. La diversità di genere, per esempio, o l’accoglienza, sono un tema tra i tanti per un liberale. Se dovessero diventare, come in Italia, o negli Usa per i Democratici, il punto principale dell’agenda, allora cadremmo nuovamente nello storicismo ideologico tipico delle élite radicali da salotto. La Società aperta deve puntare alla pluralità degli interessi dei cittadini dimenticati, e non alle questioni di una sola parte. La sconfitta elettorale può essere salutare. Ma il male va prima diagnosticato e poi curato con le medicine giuste. Chi ripete il medesimo errore di sempre, è destinato a sparire. Svegliati opposizione. Non servono nomi o volti, ma idee su come concretamente favorire una società più libera e prospera dei cittadini.

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