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La mini-public company Go Internet e la scalata low cost al tesoro del 5G

di Simone Filippetti

3' di lettura

Indovinello: qual è la telco quotata che ha appena chiuso un aumento di capitale e che è diventata contendibile? La risposta è Go Internet ma se nessuno sapeva la risposta nulla di cui preoccuparsi: è una minuscola compagnia di tlc umbra quotata all’AIM, che pesa pochissimo nel panorama nazionale affollato dai colossi Tim, Vodafone, Wind-3, Fastweb, Tiscali più l’ultima arrivata Iliad.

Una società che capitalizza appena 24 milioni di euro, ed è diventata una public company è notizia che non interessa praticamente nessuno. Ma nel caso della micro-telco dell’AIM, però, la cosa innesca una serie di scosse che attraggono anche l’attenzione dei colossi. Perché dentro Go Internet, sbarcata in Borsa ormai cinque anni fa ma ancora sotto il prezzo di quotazione, c’è un tesoretto nascosto: le frequenze 5G. Tecnicamente la società ha in licenza fino al 2029 una porzione di spettro a 40 MegaHertz sulla banda a 3,5 Gigahertz, assegnati dal Ministero nel 20. All’epoca dell’aggiudicazione queste frequenze erano state snobbate come di seconda fascia, ma sono diventate improvvisamente una miniera d'oro perché quei Megahertz sono oggi compatibili con il 5G: Go, ma anche Linkem eTiscali, si sono ritrovate in mano un «jolly» senza saperlo.

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Fino al mese scorso Go era saldamente in mano a i due azionisti di maggioranza (relativa): la Gold Holding, con il 25%, e Linkem con il 20%. Peraltro proprio Linkem sembra aver messo su Go Internet la sua bandiera e una sorta di prelazione: la società romana, anch’essa una telco regionale ma molto più grande di Go, nel 2018 era entrata nel capitale e aveva pure siglato un accordo di condivisione delle frequenze. A fine gennaio Go è riuscita a chiudere una ricapitalizzazione da 5 milioni, dopo aver spesato il pagamento delle frequenze (per 2,7 milioni).

La ricapitalizzazione ha rimescolato l’azionariato: il fondatore Giuseppe Colaiacovo, uno dei rami della dinastia umbra del cemento, tramite la cassaforte Gold, si è diluito perché non ha sottoscritto l’aumento di capitale; Linkem è rimasta stabile al 20%, quota che la incorona nuovo azionista di maggioranza relativa, ma non assoluta. Sul mercato, flottante c’è oltre il 50%, quota che rende di fatto Go Internet una public company. Diversamente da prima, oggi chiunque potrebbe tecnicamente scalare la società: un’Opa sul 50% più un’azione, costerebbe poco più di 12 milioni di euro; e consentirebbe di mettere le mani sulle ambite frequenze (che secondo gli analisti di Edison valgono almeno 50 milioni).

Linkem è ovviamente la candidata naturale a un’eventuale aggregazione, ma potrebbe non essere la sola interessata. Nella partita del 5G si sta gettando anche l’ «anomala» Fastweb.

La internet company di Swisscom non è attiva sul mobile (tranne che come operatore virtuale), ma anzi si vanta ed è sempre stata percepita come un operatore di fibra ottica “fisici” (via cavo), ma ora vuol passare dalla fibra alle antenne per dare la banda larga via mobile. E allora ecco che il 5G di Go potrebbe far gola. Il legame sottile che unisce il filo di Fastweb fino a Go passa da Perugia, la provincia della piccola telco umbra dove Fastweb ha attività ex Aria Dsl , la società da cui è nata poi Go (i manager sono gli stessi). Al momento il dossier Fastweb-Go pare pura fantafinanza, e dal quartier generale milanese smentiscono ogni interesse. Risposta tattica o meno, resta il fatto che a tutti i big italiani delle Tlc servirà banda per il 5G e tra le colline umbre c’è una piccola società che ha le preziose frequenze in pancia, non ha (più) un’azionista di controllo ed è a prezzi da saldo.

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