congiuntura

La moda accelera all’estero, alle borse di lusso il record di crescita (+26%)

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

Trafelato e felice: così appare Claudio Marenzi all’arrivo in Confindustria Moda per la presentazione dei dati sul primo semestre e per il Comitato di presidenza della federazione del tessile-abbigliamento. Trafelato perché ancora per qualche mese continuerà a dividersi tra la presidenza di Confindustria Moda e quella di Herno, l’azienda fondata dal padre che Marenzi ha reso una marchio globale e in forte crescita da almeno cinque anni. Felice perché i dati sono buoni: «Diciamolo chiaramente, sono sorpreso. Nel primo trimestre avevamo ipotizzato uno scenario molto diverso, ma i numeri ci danno torto e sono ottime notizie per l’intero sistema moda italiano».

Forte crescita dell’export

Come accade per molti settori, il tessile-moda-abbigliamento lega il suo andamento a quello dell’export, che vale il 70% dell’intera produzione. Ecco spiegato l’ottimismo di Marenzi: nel primo semestre è aumentato del 7,2% a 33,5 miliardi, a fronte di una crescita delle importazioni “solo” del 2,1%. «Il saldo commerciale è di 15,7 miliardi, con un balzo del 13,6% rispetto al primo semestre del 2018 – sottolinea Marenzi –. Il Centro Studi sta ancora elaborando il dato sul fatturato, ma possiamo già dire che a fronte dell’aumento delle vendite all’estero, c’è stato un calo del 2% del mercato interno, che, ricordo, vale circa il 30%. È legittimo quindi ipotizzare che il semestre si sia chiuso con un aumento del fatturato complessivo del 2,5%, forse addirittura del 3 per cento, che alla fine del 2019 ci porterebbe a superare la soglia dei 100 miliardi di euro».

Il confronto con il 2018

Sull’intero anno Marenzi preferisce non sbilanciarsi oltre, perché da inizio settembre le turbolenze geopolitiche ed economiche hanno accelerato e la guerra dei dazi tra Stati Uniti, Cina ed Europa è entrata nel vivo, anche se con continui piccoli o grandi colpi di scena, soprattutto a causa degli annunci sincopati dell’amministrazione Trump. Si può fare invece un confronto tra il primo semestre 2019 e il 2018, che si era chiuso con un fatturato di 95,5 miliardi (+0,7% sul 2017), export di 63,4 miliardi (+2,7%), import di 35,3 miliardi (+3,6%) e conseguente saldo commerciale di 28,1 miliardi. In aumento, sì, ma soltanto dell’1,5%, mentre quello del primo semestre è cresciuto a un ritmo quasi dieci volte superiore.

Il quadro complessivo

Per il presidente di Confindustria Moda l’elaborazione del Centro studi basata su dati Istat, di Movimprese e su indagini interne alla federazione, confermano un fenomeno in atto da tempo: «La nostra filiera è solida e cresce perché si è riposizionata nel medio-alto e alto di gamma, come conferma l’aumento fortissimo di un settore come la pelletteria (+26,2%). Nel complesso, calano magari i volumi, ma cresce il valore – ricorda Marenzi –. Il futuro è garantito proprio da questa specializzazione: i margini più alti e le crescite più marcate le hanno i grandi marchi e le aziende e i gruppi a valle della filiera ed è giusto continuare a impegnarsi perché ci sia un maggiore equilibrio. I dati però, ripeto, sono una buona notizia per tutti, dal tessile al prodotto finito».

Le incognite interne

Marenzi è convinto della forza della filiera italiana, ma torna su un tema al centro delle strategie di Confindustria Moda fin dalla sua nascita e da sempre obiettivo di tutte le associazione che la compongono. Parliamo della formazione, naturalmente: «Non è solo un problema del sistema moda, ma di ogni comparto manifatturiero italiano. L’allarme è stato lanciato da Confindustria e cerchiamo di essere propositivi, perché i problemi, in questo campo e in molti altri, si risolvono solo con azioni congiunte tra imprese e istituzioni – sottolinea il presidente di Confindustria Moda –. Dobbiamo ridare forza e dignità agli istituti tecnici, a chi li frequenta e a chi ci insegna. Occorre spiegare ai giovani e alle famiglie che lavorare in questa filiera con profili altamente formati e qualificati può dare soddisfazioni personali ed economiche».

Le sorprese di Uk e Usa

Tornando a premettere che le incognite esterne sono molte e indipendenti dagli attori della filiera italiana, Marenzi ha citato l’andamento dell’export verso Regno Unito e Stati Uniti: «Su Brexit e guerre commerciali ci siamo fasciati la testa troppo presto, credo. Lo dico da presidente di Confindustria Moda e da imprenditore: nel primo semestre l’export verso il Regno Unito è salito del 5,4%, quello verso gli Stati Uniti del 9,6%. A Londra i clienti del made in Italy di fascia alta continuano a comprare e non credo ci saranno sorprese nel secondo semestre. Pare sia in atto una sorta di stoccaggio, in vista di problemi doganali legati a Brexit. Può essere vero per farmaci e alcune materie prime, non per la moda italiana, che per sua natura si rinnova in continuazione e si deve comprare in season. E che continuerà a essere ambita anche dopo la Brexit».

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