Responsabilità sociale

La moda in aiuto delle donne afghane, Coin con Pangea, Yamamay con l’Onu

Sostegno alle Ong e raccolte fondi: con l’uscita definitiva degli americani dal Paese, la popolazione femminile risprofonda nell’incubo della violenza e discriminazione - I marchi occidentali cercano di fare la loro parte

di Giulia Crivelli

4' di lettura

Il ritiro delle forze americane dall’Afghanistan è stato completato, come da tabella di marcia annunciata dal presidente Joe Biden mesi fa, sulla scia degli accordi firmati con i talebani a Doha all’inizio del 2020 dall’allora presidente Donald Trump. L’Afghanistan, possiamo dire, semplificando, dal nostro confortevole mondo occidentale, risprofonda nell’incubo della dittatura e della violenza sui civili. I talebani hanno escluso categoricamente che la democrazia sia una forma di governo adatta al Paese, ma hanno anche fatto intendere, quasi promesso, che desiderano la pace per tutti gli afghani e che alle donne verranno fatto alcune concessioni. Tutte affermazioni difficilissime da verificare, ma le informazioni che arrivano in questi giorni non fanno presagire alcunché di buono per tutti gli abitanti del Paese che non siano in buoni rapporti con i talebani e in particolare, ripetiamo, per le donne di ogni età.

Ognuno può (forse deve) fare la sua parte

Cosa possiamo fare noi occidentali? Come giornalisti, molto poco, anche perché sono sempre meno i cronisti e fotografi che hanno trovato il modo – di fatto a loro rischio e pericolo – di restare a Kabul o in altre città dell’Afghanistan. Come cittadini, possiamo individuare persone o organizzazioni che sono ancora presenti nel Paese o che hanno collaudati modi per aiutare. Si pensi prima di tutto ad Alberto Cairo, che ogni giorno su Repubblica pubblica il suo Diario da Kabul: le “istantanee” del responsabile del Programma di riabilitazione fisica del Comitato internazionale della Croce Rossa in Afghanistan valgono almeno quanto i lunghi reportage costruiti, sicuramente con fatica, dagli inviati, ma nei Paesi vicini. Cairo è in Afghanistan dal 1990 e ha dichiarato che da Kabul non si muoverà.

Loading...

Le iniziative delle aziende della moda

Come negli anni passati, quando sembrava che alcuni processi di liberazione delle donne si fossero se non altro avviati, molte aziende italiane hanno deciso di sostenere e anzi moltiplicare i loro sforzi. Da ieri nei negozi di Coin, la più diffusa catena italiana di department store, viene promossa una raccolta fondi a favore delle donne afghane. Inoltre, per ogni acquisto effettuato sull'e-boutique www.coin.it, Coin devolverà un euro alla Fondazione Pangea Onlus, che dal 2003 opera in Afghanistan con l'obiettivo di rendere le donne il perno dello sviluppo della società, per dare un aiuto concreto e per non dimenticare tutte le afghane e i loro bambini. Yamamay ha scelto una partnership con l’Unhcr e “convertito” la campagna di celebrazione dei 20 anni del marchio in una campagna di sensibilizzazione su quello che sta succedendo in Afghanistan.

Gagliardi (Coin): «Sempre al fianco delle donne»

«Coin è sempre dalla parte delle donne, non possiamo permetterci di stare a guardare inermi quanto sta accadendo in Afghanistan– spiega Monica Gagliardi, direttore marketing e digital transformation di Coin –. Con una call to action a tutti i nostri clienti e con il nostro impegno intendiamo contribuire a sostenere le attività di Pangea in Afghanistan e a fare in modo che non venga disperso quanto di buono è stato realizzato negli anni grazie alla volontà di donne coraggiose che hanno tentato con tutte le loro forze di cambiare il loro mondo. Dopo Petalo Bianco, lo sportello antiviolenza che Coin ha lanciato la scorsa primavera che si svilupperà ulteriormente nei prossimi mesi – ha aggiunto Monica Gagliardi – con il supporto a Pangea vogliamo continuare a stare al fianco delle donne che stanno affrontando situazioni emergenziali personali o sociali.”

L’impegno di Yamamay

Il marchio di abbigliamento intimo e beachwear e azienda fondati nel 2001 da Gianluigi Cimmino, ha deciso di sostituire la campagna di comunicazione prevista per l'anniversario dei 20 anni con una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi battezzata “Per le donne, con le donne”. Yamamay si è inoltre unita all’ Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) per dare un supporto concreto al popolo afghano, per aiutare a fornire beni di prima necessità e salvavita, kit igienici e sanitari. In particolare Yamamay sosterrà il programma dell’Unhacr “Welcome. Working for refugee integration”, un programma a lungo termine che favorisce l'integrazione di rifugiati e rifugiate nel mercato del lavoro. Yamamay offrirà infatti a un gruppo di rifugiati e rifugiate la possibilità di intraprendere nei prossimi mesi un percorso lavorativo all'interno dell'azienda e dei propri negozi.

Cimmino (Pianoforte): «Impossibile restare indifferenti»

«Dall'Afghanistan arrivano notizie e immagini terribili, la situazione purtroppo peggiora di ora in ora, donne e bambini stanno pagando il prezzo più alto di questa crisi. Non si può restare indifferenti di fronte a tanta sofferenza e far finta che tutto questo non ci riguardi direttamente – spiega Gianluigi Cimmino, ceo di Pianoforte Holding, la società che controlla Yamamay –. Nella creatività ideata per la campagna lo sguardo velato di una donna campeggia a ricordare ancora una volta la difficile condizione del genere femminile in quel Paese. Abbiamo scelto l’Unhcr come partner esecutivo per realizzare questo progetto perché l’organizzazione lavora in Afghanistan da 40 anni e solo quest'anno ha già aiutato più di 230mila persone fornendo loro generi alimentari e altri beni salvavita. Noi speriamo che il nostro piccolo contributo possa essere d'aiuto, che l'iniziativa diventi virale e che qualcun altro si faccia avanti per sostenere l'emergenza e far sì che ci sia una prospettiva migliore per tutte le donne e per i bambini.»

L’aiuto di Otb a Pink Shuttle

Sono invece già salve, arrivate in Italia settimana scorsa, alcune delle coraggiose ragazze (nella foto qui sopra) che guidavano le “navette rosa” a Kabul: auto guidate da donne per trasportare altre donne a cui non sarebbe altrimenti stato permesso spostarsi e viaggiare in vetture con presenza di uomini. Ragazze che, quando l'emergenza politica ha reso le cose più difficili, hanno organizzato – sempre grazie alle navette che avevano imparato a guidare – un servizio per donne e atlete disabili. Otb Foundation aveva sostenuto il progetto Pink Shuttle di Nove Onlus per formare queste ragazze, aiutarle a prendere la patente e metterle in condizione di lavorare. «Ora siamo felici di accoglierle – ha raccontato qualche giorno fa con orgoglio Arianna Alessi, vicepresidente e co fondatrice, con il marito Renzo Rosso, di Otb Foundation – e di creare un nuovo progetto per aiutare loro e i loro bambini a non soccombere di fronte a imposizioni che le riportano a condizioni di vita inaccettabili.»

Riproduzione riservata ©

Consigli24: idee per lo shopping

Scopri tutte le offerte

Ogni volta che viene fatto un acquisto attraverso uno dei link, Il Sole 24 Ore riceve una commissione ma per l’utente non c’è alcuna variazione del prezzo finale e tutti i link all’acquisto sono accuratamente vagliati e rimandano a piattaforme sicure di acquisto online

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti