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La moda buca lo schermo: la danza di Dries Van Noten ed Hermès, da Loewe terapia del colore

La mancanza di passerelle fisiche attiva, per compensazione, la spinta verso una visualità prorompente e permette performance anche estreme

di Angelo Flaccavento

4' di lettura

La moda che in questi giorni viene presentata nel calendario parigino è espressiva, all'occorrenza espressionista. La frustrazione del non potere sfilare attiva, per compensazione, la spinta verso una visualità prorompente, capace di bucare lo schermo e di gingillare lo spirito, ma c'è anche dell'altro. Il mezzo video consente di creare qualcosa di più di una camminata di modelle in passerella: permette di esplorare la componente del movimento - e il movimento, ricordiamolo, è la quarta dimensione del vestire - in maniere performative, anche estreme.

Dries Van Noten, ad esempio, collabora con una troupe di quarantasette performer, quasi tutti provenienti delle migliori compagnie di ballo fiamminghe come Rosas e Ultima Vez, e alcuni dell'Opéra National de Paris, e presenta la collezione attraverso un video che, in uno spazio scenico nero e sospeso, dipana la gamma di emozioni umane che va dalla confusione alla gioia, dalla rabbia all'euforia. Il prodotto è potente, insieme astratto e viscerale, tra Pina Bausch e Pedro Almodovar, e i vestiti - una danza essenziale ed elegante di maschile e femminile, di feltri grigi e sete fluide, di costruzione e drappeggio, ovvero Van Noten al suo meglio - ne escono glorificati invece che mortificati. Perché la moda è, in primo luogo, espressione di uno stato d'animo, scrittura di emozioni, e mai come oggi è il caso di ricordarlo.

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Anche Nadege Vanhee-Cybulski, da Hermès, integra la danza nello show. Il progetto è grandioso: un trittico video, mandato in onda dal vivo e filmato da Sébastien Lifshitz, che integra in un flusso continuo la sfilata vera a propria, trasmessa da Parigi, con due performance coreografiche, trasmesse come introduzione da New York e come epilogo da Shanghai, frutto della collaborazione, rispettivamente, con Madeline Hollander e Gu Jiani.

La macchina mediatica, come da proverbiale eccellenza Hermès, non fa una piega, ma l'intero opus risulta un po' lento, di difficile fruizione, non ultimo perché le parti coreutiche sono materialmente staccata dal fashion show, e si leggono come accessorie. L'intensità interpretativa, però, è palpabile. Anche negli abiti si legge una energia nuova, tradotta nell'immagine di donne centauro vestite di pelle o di denim, che di sera si sciolgono e avvolgono nei languori di abiti di seta. Tutto apprezzabile, ma sulla desiderabilità dei capi, sul rapporto tra abito e corpo, c'è ancora molto da lavorare.

Jonathan Anderson, da Loewe, parla di terapia del colore e di edonismo in una esplosione di tinte sature, geometrie ritmiche e volumi scultorei, sottolineati da frange grafiche e nappe giganti, che fa pensare ai costumi per una pièce sperimentale: un po' Paul Klee, un po' Bauhaus (dove Klee non a caso tenne dei corsi), molto Cabaret Voltaire, con dosi massicce di arte cinetica, e a suturare tutto una studiata ingenuitá da kindergarten, perché tener vivo il fanciullino interiore è un altro modo di resistere alle avversità. Assurda nelle forme estremizzate, ma quasi marziale nella ricerca di una uniforme ludica, è una delle migliori prove di Anderson per il marchio spagnolo: una collezione di snodo che marca un deciso movimento in avanti. È sorprendente anche il mezzo scelto per presentarla: un intero giornale, distribuito in molti paesi come inserto ai principali quotidiani, contenente le foto dei look annunciate dallo strillo di copertina The Loewe show has been cancelled, con il bonus, nella tradizione ormai sopita degli elzeviri, di alcune pagine in anteprima di The affair, il nuovo romanzo di Danielle Steel, autrice di innumerevoli bestseller. Un invito alla lettura, su supporto cartaceo, che è anche una affermazione di fiducia nelle potenzialitá dello strumento giornale, alla faccia di chi lo considera morto.

Il nero per Yohji Yamamoto è imprescindibile: una gamma infinita di sfumature, non ultimo psicologiche. Riottoso e pugnace nonostante i settantasette anni suonati, anzi forse in ragione dell'età, Yohji-san taglia e drappeggia con furia punk in una prova da maestro che muove sul limite sottile tra abrasione e poesia, vetriolo e delicatezza.

Da Beautiful People, il capace Hidenori Kumakiri, funambolo del taglio capace di creare abiti dalle possibilità multiple, riflette sul mondo capovolto in cui ci troviamo, e immagina pezzi che possono essere indossati, in modo funzionale, invertendo il sopra e il sotto: una cappa si capovolge e diventa abito a sirena, un trench si allunga in uno strascino. Non di solo virtuosismo si tratta, ma di un invito a dialogare fisicamente con i vestiti, a performarli e interpretarli. Perfetto anche il video, con lo schermo diviso in due e la modella che sembra specchiarsi, riflessa nelle due versioni di ogni creazione, in una escalation di follia e tatralitá da confinamento che fa riflettere. Lo specchio, per molti, è stato in effetti l'unico compagno di lockdown. Anche il ritorno alla natura, altro tema importante della presa di coscienza pandemica, assume a questo giro connotazioni espressive: una ricerca di primitivismo liberatoria invece che rinunciataria, o semplicemente e bucolicamente agreste.

Da Acne Stud i os è tutto un avvolgimento, un drappeggio, un arrotolamento: donne delle caverne che abitano antri forniti di comodi sofà, e che si vestono con la coperta e il trapuntino, meglio se scoloriti dai numerosi lavaggi, buoni per l'indoors e il plein air. Indolente ma accogliente, è una visione del presente che se non energizza di certo consola.

Da Issey Miyake passato remoto e futuro anteriore da sempre coincidono nell'idea dell'abito realizzato in un sol pezzo di stoffa, forma astratta che diventa viva solo quando abitata dal corpo. Da alcune stagioni al timone creativo, Satoshi Kondo ha riportato il marchio sulla via maestra tracciata da Issey. Ha tolto mollezze e puerili delicatezze e ripristinato una eroica fierezza. La nuova prova nasce proprio dall'idea di integrare la natura nella creazione, lavorando sul rettangolo di stoffa. Dalle stampe marmorizzate come sassi agli elastici termoformati che fanno aderire solo alcune parti dell'abito, quasi cortecce sintetiche, alle spettacolari plissettature concentriche come onde in uno stagno, la capacità lirica, e profondamente nipponica, di guardare al mondo naturale e alle sue organiche astrazioni informa una selezione di capi avvolgenti e veri, che vibrano all'unisono con l'ambiente.

Vibrano anche le texture opache e lucide, le linee allungate e morbide di Uma Wang, mentre da Lutz è tutto un bricolage di forme fluide, giubbotti di jeans che si uniscono a trench, vestine facili come tshirt. Poco concetto, molto prodotto, per affrontare il momento con immediatezza e la voglia, presto, di tornare vestirsi, non solo coprirsi.

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