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La moda è il lavoro dei sogni per 6 giovani su 10

di Marta Casadei


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3' di lettura

Oltre sei giovani su dieci vogliono lavorare in un’azienda di moda. Più precisamente: il 61% dei Millennials e il 65% dei componenti della Generazione Z. Perché è un settore dinamico, internazionale, perché permette di accedere a mondi ed eventi esclusivi e promette qualche benefit in più rispetto ad altri campi lavorativi. Ma soprattutto, perché ne sono appassionati: per il 30% dei giovani, infatti, l’impulso arriva proprio dalla passione.

Il quadro emerge dall’«Osservatorio sulle prospettive e aspettative at work 2018» di PwC, presentato questa mattina a Milano al 23° Fashion&Luxury Summit di Pambianco e Deutsche Bank.

Lo studio, condotto su 2.400 giovani delle generazioni Millennials (1994-1980) e Z (nati dopo il 1995), fa emergere una serie di tendenze interessanti. La prima è che entro il 2020 queste due generazioni arriveranno a occupare il 50% dei posti di lavoro nel settore abbigliamento e accessori.

La classifica delle motivazioni per cui i giovani vogliono lavorare nella moda vede in testa, come già detto, la passione (29% per entrambe le fasce d’età), seguita dai benefit (17%), ma anche dalla possibilità di crearsi contatti e conoscenze tramite il networking (15% per i Millennials, 13% per la Generazione Z) e, poi, per l’opportunità di partecipare a eventi esclusivi (qui le percentuali sono ribaltate: 13% per i Millennials e 15% per gli under 23).

Da un lavoro nel settore, invece, i giovani coinvolti nell’indagine di PwC si aspettano soprattutto una retribuzione “competitiva” e dei benefit (28% circa); la possibilità di uno sviluppo professionale (26%), la stabilità lavorativa (22%) e lo sviluppo di carriera (22%).

Dall’altro lato del mercato del lavoro ci sono le aziende, alle prese con un settore in piena trasformazione che, a breve, subirà un cambiamento importante anche sul fronte occupazionale: circa 55 mila persone, infatti, lasceranno i propri posti di lavoro nel settore tessile-moda nei prossimi anni. Con il piano del governo di pensionamento a “Quota 100”, in alcuni distretti il numero delle uscite potrebbe arrivare a interessare il 70% della forza lavoro. Il tema formazione, in questo momento, è decisivo: la Camera della Moda Italiana, per esempio, ha avviato un tavolo di lavoro ad hoc.

La rilevanza dell’aspetto formativo viene confermata dal fatto che i ceo delle aziende del settore, intervistati sempre da PwC, hanno messo la disponibilità di competenze chiave (48%) in cima alla lista delle loro priorità (che includono anche la prontezza di risposta alla crisi e la capacità di far fronte al cambiamento dei consumatori e ai nuovi concorrenti). Tra le competenze più difficili da reperire ci sono quelle di sartoria e prototipia, quelle manifatturiere e quelle relative al digitale e alla comunicazione che secondo il 64% sarebbero limitate in modo specifico in Italia. Per questo molte aziende si stanno organizzando autonomamente anche sul fronte della formazione digitale.

Nei confronti delle competenze più tecniche, invece, si rintraccia un interesse di ritorno nelle fasce d’età più giovani che sono tornate ad apprezzare l’artigianalità e il lavoro manifatturiero e che sempre più spesso scelgono di affrontare un percorso di studi orientato proprio allo sviluppo di queste skills. Che sono tornate a “brillare” anche perché sono state il fulcro del racconto digital delle aziende, che hanno scelto di comunicare i loro “dietro le quinte” nei fashion movie da condividere via social (un esempio: Dior) e, in alcuni casi (come quelli di Valentino e Salvatore Ferragamo ai Green Carpet Fashion Awards 2017 e 2018) hanno portato i loro artigiani direttamente sul palcoscenico.

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