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La moda passa dal Mise alla Farnesina: «Così saremo più efficaci all’estero»

Il sottosegretario Ivan Scalfarotto ribadisce l’impegno del governo per il settore partecipando al Micam, la fiera dedicata alle calzature

di Marta Casadei


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3' di lettura

A chi lo accoglie con un «Benvenuto», ribatte sorridendo: «Veramente sarebbe più corretto bentornato». In effetti, la presenza al Micam di Ivan Scalfarotto, sottosegretario al ministero degli Esteri freschissimo di nomina, è un ritorno importante: Scalfarotto (fino a ieri mattina in quota Pd, ma seguirà Renzi nella sua nuova avventura politica, ndr) ha ricoperto il ruolo di sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alla moda dal 2016 al 2018. Alla Farnesina con il governo Conte-bis, manterrà lo stesso ruolo e si occuperà del settore moda in continuità con quanto fatto in passato: «Certamente. Le competenze del vecchio ministero del Commercio estero, passate al Mise, oggi sono degli Affari esteri, ma si tratta di una soluzione più che altro organizzativa. Potenziare la rete diplomatica e integrarla sul piano commerciale con l'Ice – spiega Scalfarotto – ci rende più coerenti nei vari mercati con una presenza più efficace».

In agenda il sottosegretario ha la convocazione del Tavolo della moda, uno strumento di collaborazione tra aziende e istituzioni “coltivato” negli anni allo Sviluppo economico: «Per me la moda rappresenta un'industria portante di questo Paese non solo dal punto di vista economico, ma anche della rappresentatività culturale del nostro Paese. Pochi settori produttivi identificano l'Italia come questa preziosa filiera: dal tessile all'abbigliamento, dagli occhiali alla cosmetica». La situazione internazionale incerta non deve essere una preoccupazione: «Non dobbiamo avere paura, ma dobbiamo investire in formazione,in tecnologia e mettere i nostri imprenditori in condizione sempre di più di vendere. Dobbiamo puntare sulle nostre eccellenze», conclude.

Il bello e ben fatto – che sia un sandalo o una scarpa da corsa – è il cavallo di battaglia delle aziende che fino a questa sera espongono all'88esima edizione di Micam, il salone internazionale delle calzature che festeggia 50 anni con 1303 espositori, 695 dei quali italiani e 608 internazionali. Sebbene i dati ufficiali non siano ancora disponibili, nei primi tre giorni la fiera ha registrato una buona affluenza: «La manifestazione è molto vivace – spiega Siro Badon, da fine giugno presidente di Assocalzaturifici – del resto un produttore di calzature non può non venire a Micam: è la fiera più importante a livello internazionale. Quest'anno, poi, la vivacità si nota anche nelle collezioni dei colleghi: ho visto parecchi buyer interessati».

La sinergia con la fashion week iniziata ieri, sebbene non “codificata”, come accadde nel 2017 e 2018, nel format Milano XL, continua a dare frutti: «La quasi contemporaneità con le sfilate – spiega Badon – attira in fiera un numero maggiore di buyer internazionali. Gli italiani purtroppo sono ancora in difficoltà». Gli occhi delle imprese italiane di calzature sono puntati soprattutto al'estero: il settore deve all'export l'85% dei 14,3 miliardi di euro di fatturato annuo. «Per ora i dati del 2019 sono positivi in termini di valore, ma non di volume. E le incognite sono tante: dalla Brexit alla Cina, non si può negarlo».

Il passaggio è quasi invisibile, ma al padiglione 10 le calzature lasciano spazio alle borse e agli accessori: marchi noti che si affiancano a etichette emergenti (riunite nella sezione Scenario), con un'attenzione particolare al tema della sostenibilità. Mipel, giunto alla sua 116esima edizione, è stato protagonista, negli anni, di una rivoluzione profonda: oggi ospita 350 brand e attende circa 12mila visitatori. «I numeri relativi alle prime giornate fotografano una crescita – dice Franco Gabbrielli, presidente di Assopellettieri, anche lui fresco di nomina –. I nostri mercati di riferimento rimangono quelli esteri, con il Giappone in testa e la Russia in tenuta. L'Italia purtroppo continua a non vivere un momento positivo».
Secondo Gabbrielli sono molte le sfide che le imprese del settore sono chiamate ad affrontare: «Penso alle aziende che hanno marchi propri, impegnate nella difficile competizione con i big brand che hanno rosicchiato sempre più quote di mercato, ma anche al boom dell'e-commerce e alle incertezze sui mercati internazionali. Come si reagisce? Impegnandosi sui temi della formazione e dell'innovazione, ma anche facendo gruppo».

Qui entrano in gioco le associazioni: «Il nostro compito è guardare in avanti, spesso all'estero, grazie al supporto di Ice: ora ad esempio stiamo proponendo ai department store internazionali un format che porterebbe nei negozi i brand italiani che realizzano prodotti di alto artigianato su misura. I clienti del futuro, per avere un prodotto ben fatto e magari sostenibile, sono disposti ad aspettare».

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