FASE 3

La moda riparte, ma la filiera è sotto stress tra ordini bloccati e consumi in picchiata - Calzature, export in calo

Nel bimestre marzo-aprile consumi in calo di quasi il 70 per cento. L’industria ha fatto ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali con 64.741.278 ore autorizzate dall’Inps nei primi cinque mesi dell’anno (in tutto il 2019, le ore sono state un quarto)

di Marta Casadei

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Nel bimestre marzo-aprile consumi in calo di quasi il 70 per cento. L’industria ha fatto ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali con 64.741.278 ore autorizzate dall’Inps nei primi cinque mesi dell’anno (in tutto il 2019, le ore sono state un quarto)


3' di lettura

La voglia di ripartire c’è, con le aziende del tessile-moda che il 4 maggio hanno riaperto i battenti e i negozi che, in nove casi su 10 secondo Federazione moda Italia, hanno rialzato le saracinesche due settimane dopo. Eppure gli anelli di una filiera che rende l’Italia famosa in tutto il mondo, e va dai produttori di tessuti ai negozi multimarca, concordano su un tema: ripartire dopo il colpo assestato dal Covid-19 si sta rivelando molto difficile. «Le imprese del tessile - abbigliamento (che nel 2019 hanno fatturato 56 miliardi, di cui 33 all’estero, ndR) hanno riaperto, facendo un grande sforzo, per non perdere quote di mercato e clientela estera - dice Marino Vago, presidente di Sistema moda Italia -. Però la filiera è bloccata su più fronti: la diminuzione delle scorte e l’abbassamento dei livelli nei magazzini rendono più complessa l’evasione degli ordini, per non parlare dell’approvvigionamento di materie prime: con Paesi come l’India ancora in lockdown mancano coloranti e altri materiali».

Filiera sotto stress

Lo scenario è critico e «chi si affaccia al mercato finale tornerà ai livelli pre-Covid nel 2022 e, quindi, chi produce ripartirà a pieno ritmo a metà dell’anno prossimo», dice Vago, ma gli imprenditori del settore non hanno intenzione di mollare: «Prevale il senso di responsabilità e alcune aziende sono aperte per spirito di servizio», chiosa il presidente di Smi.

Una testimonianza della voglia di tenere duro, tamponando l’emergenza, è il ricorso agli ammortizzatori sociali che si sta piano piano attenuando: secondo le rilevazioni Inps per Confindustria Moda, diffuse da Smi, nel mese di maggio 2020 le ore autorizzate totali (Cigs, Cigo e cassa in deroga) sono state 14.044.144 che, pur essendo quasi quante le ore richieste dalle aziende del tessile moda nell’intero 2019 (15.176.449), segnano un -70% sulle ore autorizzate ad aprile. Nei primi 5 mesi dell’anno il ricorso agli ammortizzatori sociali è stato massiccio: nel complesso sono state accordate 64.741.278 ore e il ricorso alla cassa integrazione ordinaria tra gennaio e maggio 2020 è stato di 62.037.313 ore, a fronte di 9.474.391 ore nell’anno 2019.

Ripartenza azzoppata

Le aziende dicono che fare altrimenti sarebbe stato impossibile: «Abbiamo riaperto ma in forma ridotta, con circa i due terzi della forza lavoro. Stiamo producendo la collezione invernale, ma con timore: sugli ordini primavera-estate ci sono stati chieste riduzioni di prezzo e non abbiamo incassato acconti», dice Salvatore Toma, imprenditore pugliese e titolare dell’azienda Toma Italian Brands che lavora come terzista e produce e commercializza marchi di proprietà e in licenza (Alessandro Dell’Acqua, Ungaro Uomo). La situazione delle aziende del territorio - uno dei distretti della moda uomo e da cerimonia made in Italy - è difficile: «Le imprese sono in forte difficoltà perché non hanno ricevuto finanziamenti e pur di tagliare i costi stanno pensando di delocalizzare», chiosa Toma, che è anche presidente della sezione moda di Confindustria Puglia.

Consumi in picchiata

Se la parte produttiva è in difficoltà, l’altro capo della filiera non vive una situazione migliore. Secondo i dati rilevati da Sita Ricerca per conto di Smi, nel bimestre marzo-aprile 2020 i consumi del segmento tessile-abbigliamento hanno fatto segnare un -69,3% in valore e un -61,6% in volume. Allargando il focus ai primi quattro mesi dell’anno - con gennaio e metà febbraio “liberi” dallo spettro del coronavirus - si registra un -33,7% in valore e un -31,3% in volume. Il calo dei consumi ha riguardato indistintamente prodotti da uomo e da donna e l’unico canale che ha permesso alle aziende e ai retailer di tirare un (mini) sospiro di sollievo è stato l’online, con le vendite digitali cresciute del 10% nel periodo di riferimento.

A rischio 17mila negozi

Eppure la voglia di ripartire nonostante le regole e le prospettive poco incoraggianti, il 18 maggio, c’è stata: «Dopo il lockdown hanno riaperto quasi tutti i negozi - ha detto Massimo Torti, segretario generale di Federazione moda Italia al convegno Ecomm Fashion - ma il 76% ha registrato forti cali di fatturato, soprattutto nelle grandi città e nei centri storici privi di turismo». Del resto, con 31 milioni di turisti stranieri che mancheranno all’appello nel corso del 2020 (stime Enit) ai negozi italiani mancherà una fetta decisiva di acquirenti: i turisti extraeuropei appassionati soprattutto di prodotti di lusso che possono comprare a prezzi inferiori ed esentasse.

Le previsioni per la distribuzione sono tutt’altro che rosee: «A fronte di un calo dei consumi stimato in circa 15 miliardi di euro nel 2020, prevediamo a rischio chiusura circa 17.000 punti vendita, con la perdita, di conseguenza, di 35.000 posti di lavoro».

Si tratta di circa il 15% del totale dei punti vendita e di circa il 10% degli occupati nelle realtà aderenti a Federmoda.

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