Il futuro dell’industria

La moda vuole essere davvero sostenibile? L’unica via è produrre di meno

“Prosperità contro crescita” è stato il titolo dell’ultimo Copenhagen Fashion Summit, vertice sulla moda sostenibile: bisogna ridurre e migliorare la produzione, investire su agricoltura rigenerativa e fibre intelligenti e circolari

di Chiara Beghelli

Coltivazione di cotone negli Stati Uniti

2' di lettura

Nella “post-crescita” le economie si concentrano di più su cosa significa prosperare in termini umani e meno in termini di continua espansione economica. Questo è il succo della teoria che Tim Jackson, economista esperto di sostenibilità e docente dell'Università del Surrey, ha presentato al Copenhagen Fashion Summit, tenuto in forma digitale il 7 e l'8 ottobre scorsi, una sorta di Davos dell'industria della moda incentrata su strategie, innovazioni e tecnologie per renderla davvero sostenibile, e che condivide questa filosofia con la Copenhagen Fashion Week.

Il tema di quest'anno era diretto e provocatorio, “Prosperità vs. crescita”: la moda deve imparare a produrre di meno e meglio, ormai è chiaro che non c'è altro modo per ridurre il suo impatto sulla salute del pianeta. «Se convinciamo le aziende a produrre di meno, queste saranno costrette ad acquistare materiali di migliore qualità e proporre prodotti più durevoli», ha detto Jenna Johnson, responsabile di Patagonia Inc., intervenuta anche lei al Summit insieme ad altri 60 membri dell'industria globale della moda.

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Come abbattere le emissioni con una domanda in aumento del 63%?

Non si tratta di una transizione semplice, ma deve iniziare immediatamente: secondo un report del 2019 della Banca Mondiale, con 2,4 miliardi di dollari di fatturato globale e 75 milioni di persone coinvolte, l'industria della moda è la terza più inquinante dopo quella dell'automotive e il tech; produce il 10% delle emissioni globali di CO2, più del sistema di trasporti aerei e marittimi messi insieme. Emissioni che saranno trainate, e non ridotte, dalla domanda globale di abbigliamento e calzature, prevista in aumento del 63% entro i prossimi 10 anni. A meno che, appunto, non si inizi a investire collettivamente e continuativamente sui temi indicati.

Agricoltura rigenerativa, fibre riciclate, efficienza energetica della filiera

Dunque, produrre di meno vuol dire produrre meglio, capi più durevoli e in modo più responsabile, per esempio investendo nell'agricoltura rigenerativa per il cotone, la fibra naturale più usata ma anche una di quelle che consuma più acqua. Sempre sul fronte tessile, rendere ampiamente disponibili fibre da riciclo, ricavate da fonti rinnovabili come la cellulosa, e ridurre quelle derivate dal petrolio. Seguire l'efficienza energetica e il corretto uso delle risorse lungo tutta la filiera, con condivisi sistemi di tracciabilità, e ovviamente investire in economia circolare, che deve riguardare ogni fase della creazione e realizzazione di un capo.

Basta con la logica “eco-capsule”

Cruciale sarà abbandonare la logica “eco-capsule”, con cui spesso si mascherano ancora esperimenti di greenwashing, e cambiare dal profondo tutta l'industria, in ogni sua fase. Il drammatico report dell'Ippc dell'Onu, pubblicato la scorsa estate, ha lasciato uno spiraglio di speranza: mantenere l'aumento della temperatura della Terra entro 1,5 gradi è ancora possibile, se si abbattono del tutto le emissioni entro il 2050. Ma bisogna agire subito, Act Now, una delle frasi più ricorrenti e convinte di Greta Thunberg.

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