Cinema e Media

La LA molto confidential di Quentin Tarantino

di Cristina Battocletti


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3' di lettura

Prima ancora che qualcuno potesse mettere un dito sulla tastiera, Quentin Tarantino, il più atteso regista della 72esima edizione del festival di Cannes, ha diffuso una campagna contro le spie che potrebbero divulgare il finale del suo film, lanciando l’hashtag #NoSpoilersInHollywood.
Il nono film del regista americano, Once upon a time in… Hollywood (in omaggio a Sergio Leone), è ambientato a Los Angeles nel 1969 e guarda con il microscopio l’onda finale di un’epoca, che tutti considerano d’oro, con gli occhi di un attore di seconda fila, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), e della sua controfigura, lo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt).

La Los Angeles inquieta di Tarantino

La Los Angeles inquieta di Tarantino

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Dalton è un eroe pistolero, ma non solo. Passa dai western ai Bmovies in cui non si fa che sparare, dalle serie poliziesche per poi riapparire inamidato in musical Grease style. Ne interpreta e ne ha interpretate a dozzine di parti, Rick, ma sente arrivare lo spettro del tramonto di una carriera mai davvero decollata, forse per qualche bicchiere di troppo che non lo rende sempre lucido. Il produttore Marvin Schwarz (Al Pacino) gli fa notare che la sua caduta potrebbe essere imminente. Potrebbe addirittura finire a recitare nei western italiani di Sergio Corbucci.
Cliff, che nel mondo del cinema non ha una buona fama (si dice che abbia ucciso la moglie), è il miglior compagno di lavoro e di vita di Rick. Di sicuro ha una grande prestanza fisica e non sa solo cascare al posto del suo datore di lavoro, ma anche difendersi. Bruce Lee (Mike Moh) ne assaggerà il notevole destro. Di fatto, il fido Cliff ripara ogni aspetto della vita di Rick, perfino l'antenna della televisione nella bella casa di un quartiere esclusivo di Hollywood. Lì vicino vivono Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie). E mentre Cliff scorrazza con l’auto di lusso di Rick per portarlo avanti e indietro su set, incontra anche il capo della setta satanica Charles Manson, che vive in una comune assieme a molte ragazze, non proprio suadenti.
Il regista americano, che sconvolse la Croisette portando un film completamente rivoluzionario, Pulp fiction, nel 1994, vincendo la Palma d'oro, continua a mettere ordine nella storia a suo modo con effetti speciali, botte da orbi ai cattivi, rispettando una filosofia fumettistica liberatoria e catartica. Riporta lo spettatore indietro nel tempo, sdoganando il suo lato più infantile e lo appaga con una regia degna della mano di un maestro, qualsiasi sia il genere affrontato. E ne affronta molti.

L’attore mediocre e il suo stuntman

Tarantino si compiace della bravura acquisita nel fare il verso ai film (compresa anche l’autocitazione a Bastardi senza gloria), di cui si è nutrito sin da bambino. trascina lo spettatore sempre al limite della suspence, ma prima che la porta della paura si spalanchi del tutto, cambia registro. Mostra il cinema dietro le quinte, annullandone il lirismo e l’aspetto divistico, in un universo in cui registi e produttori sono manovrati dalle mogli e nascono piccoli e grandi mostri. Racconta una città per nulla felice e pacifica, nemmeno nelle sue comunità hippie. Con grande agilità passa dalle pistole all’horror, allo splatter così spinto da suscitare sempre una risata.
Gli attori sono eccellenti, nemmeno a dirlo, tranne la moglie italiana di Rick, che si esprime con un inconfondibile accento spagnolo. Ma forse anche questo eccheggia i Bmovies, tanto amati da Tarantino.

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