suicidio assistito

La morte di Dj Fabo, Cappato si autodenuncia

(LaPresse / Piero Cruciatti)

2' di lettura

«Se ci sarà l’occasione di difendere davanti a un giudice quello che ho fatto, lo potrò fare in nome di principi costituzionali di libertà e responsabilità fondamentali che sono più forti di un codice penale scritto in epoca fascista». Lo ha spiegato ai cronisti Marco Cappato, l'esponente dei Radicali che ha accompagnato dj Fabo a morire in Svizzera, prima di entrare in una caserma dei
Carabinieri in centro a Milano per autodenunciarsi. Cappato ha chiarito, infatti, che nel codice penale «non si fa alcuna differenza tra l'aiuto a un malato che vuole interrompere la propria sofferenza e lo sbarazzarsi di una persona di cui ci si vuole liberare, mentre la Costituzione questa differenza la fa». Secondo Cappato, «se i malati terminali potessero bloccare stazioni e strade per settimane, come altri hanno fatto, la legge sull'eutanasia l'avremmo avuta
40 anni fa».

Cappato ha poi spiegato che ai carabinieri avrebbe raccontato «semplicemente quello che ho fatto, come ho aiutato Fabo ad ottenere l'assistenza medica alla morte volontaria, sarà poi compito dello Stato decidere se girare la testa dall'altra parte o consentirmi di difendere le mie ragioni in una aula di tribunale. Credo che lo Stato italiano - ha inoltre aggiunto - si debba assumere la responsabilità, perché la soluzione non può essere che se hai 10 mila euro e le condizioni di trasportabilità vai in Svizzera, mentre se stai inchiodato a un letto e non hai soldi devi subire o il suicidio nelle condizioni più terribili o una tortura di vita che non vorresti».

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Qualora la Procura di Milano decidesse di iscrivere nel registro degli indagati Marco Cappato, il reato che dovrebbe contestare è «aiuto al suicidio», previsto
dall'articolo 580 del codice penale. È il parere di alcuni magistrati del terzo piano del Palazzo di Giustizia di Milano interpellati sul caso dall’Ansa.

È morto a mezzogiorno Gianni Trez, il pensionato veneziano di 65 anni che ha scelto il suicidio assistito nella stessa struttura svizzera in cui si è lasciato morire Dj Fabo. «Non ha sofferto, era sereno, io e mia figlia gli abbiamo stretto le mani fino all'ultimo» ha detto la moglie Emanuela Di Sanzo, che contestualmente alla morte di Dj Fabo aveva lanciato il suo atto d’accusa alla politica italiana e un appello ai parlamentari: «Ora facciano una legge per impedire
questi pellegrinaggi crudeli».

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