Letteratura

La morte non avrà i suoi occhi

di Serena Vitale


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 Una scena del film «Terra» di Aleksandr Dovženko, citato dall’autrice del libro «Zuleika apre gli occhi» tra le sue fonti di ispirazione

4' di lettura

Nativa di Kazan’, capitale del Tatarstan e sesta città della Federazione Russa per grandezza e popolazione, a vent’anni (oggi ne ha il doppio) Guzel’ Jachina si è trasferita a Mosca, dove si è occupata di marketing per una ditta tedesca e ha studiato sceneggiatura alla Scuola di Cinema. Zuleika apre gli occhi, il fortunatissimo romanzo di esordio con cui nel 2015 ha vinto importanti premi, il best-seller che presto diventerà un serial televisivo di otto puntate, era inizialmente lo script di un lungometraggio. «La cosa si sente, alcune scene sono alquanto cinematografiche», riconosce l’autrice, e tra leе fonti di ispirazione cita Terra di Dovženko, la sceneggiatura (insieme alle poche inquadrature arrivate fino a noi) del Prato di Bežin, il film «non artistico e politicamente errato» che Ejzenštejn non potè mai portare a termine. Alcuni lettori trovano invece più modeste analogie cinematografiche - con Via col vento, in particolare: la protagonista ricorderebbe Scarlett O’Hara (nei giorni della povertà, della faticosa ricostruzione di Tara).

In verità c’è poco di hollywoodiano (ma anche del grande cinema sovietico) nella storia di Zuleika: trent’anni, sposata con Murtaza, un brutale despota da cui ha avuto quattro figlie, tutte morte, vive da sempre in uno sperduto villaggio tataro. Minuta, gracile moglie-schiava, si sfianca di lavoro dall’alba fino a notte. Alla stanchezza, alla quasi provvida estenuazione che le impedisce di pensare, si uniscono le angherie subite quotidianamente da parte della suocera, la centenaria, sadica “Vampira”. Mai un lamento, però: Zuleika non conosce né sa immaginare una vita diversa, e in fondo considera un buon marito l’uomo che non la chiama mai per nome - soltanto «donna», oppure «gallina».

1930. Anche la famigliola di Murtaza è vittima della «dekulakizzazione» - parola orribile quanto ciò che designa: l’«eliminazione dei contadini benestanti», degli «sfruttatori» che da un giorno all’altro, senza processo, vengono privati dei loro averi (per lo più qualche bestia, un pezzetto di terra) e deportati. Nel tentativo di ribellarsi ai militi dell’ “Orda Rossa” Murtaza viene ucciso con un colpo di pistola dal čekista Ignatov. Inizia così il lungo viaggio di Zuleika, piccola e indifesa creatura dai grandi occhi verdi, verso la Siberia: Kazan’, Mosca, gli Urali... Nel carro bestiame in cui viaggiano altri «nemici del popolo» scopre di essere incinta del marito morto. La tajga accoglie ostilmente l’ormai sparuto convoglio decimato da fame e malattie, la sgangherata chiatta che lo trasporta va a picco nelle fredde acque dell’Angara. Quando i suoi piedi toccano il fondo limaccioso del fiume, Zuleika smette di lottare, il suo corpo ha un ultimo sussulto, ma all’improvviso l’essere che porta nel grembo comincia a scalciare. Sotto la possente spinta della vita “Occhiverdi” torna in superficie; non sa nuotare, annaspa, di nuovo sta per soccombere. Questa volta a salvarla è l’assassino del marito, Ignatov, comandante del gruppo di deportati.

Arrivano, una sera, le doglie. Liberandosi di colpo dai propri fantasmi, dall’illusorio guscio paranoico in cui si è rinchiuso per proteggersi da un’epoca feroce e incomprensibile, l’ex chirurgo Leibe riesce a far partorire Zuleika «in un ospedale senza pareti né soffitto», sulla nuda terra, al fuoco di un falò. Nasce Jusuf; quando perde il latte e non c’è nient’altro con cui sfamarlo, Zuleika arriva a nutrirlo, letteralmente, con il proprio sangue. Gli altri coloni forzati aiuteranno il piccolo a crescere, a conoscere il mondo attraverso i loro racconti, disegni. A sedici anni Jusuf lascia la madre e il villaggio nativo (tre baracche e sessantasette anime) inseguendo il sogno di un’altra vita. Può farlo solo grazie ai falsi documenti che per lui ha preparato Ignatov, da tempo amante di Zulejka (si sono indignati gli integralisti tatari: «rapporti intimi con un russo»?!! Ma che altro aspettarsi da una miscredente che «vuole rivedere i dogmi dell’ Islam» e, per esempio «chiede al marito se Allah li vede nella foresta...cosa semplicemente inconcepibile per i veri musulmani...»).

Con una significativa e inattesa inversione di ruoli, nelle pagine di Zuleika apre gli occhi è la vita a incombere costantemente sulla morte, a tenderle imboscate, riuscendo spesso ad averne ragione. Sul paradosso della felicità possibile in una particella dello sterminato Gulag, nell’assenza di libertà, si fonda il libro in cui qualcuno ha voluto scorgere una “variante light” della grande letteratura concentrazionaria russa. Non crediamo che Jachina abbia voluto misurarsi con capolavori come, ad esempio, I racconti di Kolyma di Šalamov, né tanto meno - in sintonia con il revisionismo di cui è malata certa storiografia postsovietica - attenuare, mitigare gli orrori di un passato non del tutto remoto. Il suo è, vuole essere, un romanzo d’amore (ogni possibile forma d’amore) ambientato in luoghi e tempi in cui su tutto prevale l’istinto di sopravvivenza e i sentimenti sembrano un lusso sconosciuto, impossibile. Altre ci appaiono le imperfezioni e/o incertezze del romanzo: alcuni personaggi secondari sono schematici e prevedibili, il virtuoso ravvedimento del čekista Ignatov («...la vita di lei gli sembrava l’unico perdono per tutte le altre, annientate...») risulta artificioso e poco motivato, qua e là sono ancora visibili le imbastiture dell’ ingegnosa confezione... Ma quando Zuleika «apre gli occhi» e il racconto è affidato unicamente al suo sguardo puro, ingenuo, quasi idiotico (nel senso dostoevskiano della parola), il libro rivela una perizia narrativa inusuale per un’opera prima e regala al lettore pagine di toccante intensità.

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