danza

La movimentata Carmen di Bubeníček

di Silvia Poletti


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Bianchi-Castellana in Carmen di J. Bubeníček (® Yasuko Kageyama)

2' di lettura

La famosa freddura di George Balanchine sul fatto che in un balletto non dovrebbero mai esserci suocere e nuore nasconde una grande verità. Ovvero che è assai difficile declinare in danza la complicata geografia di relazioni umane e dinamiche emozionali che determina l'intreccio di una storia; meglio allora “astrarsi”.

Naturalmente esistono infiniti esempi che la cosa invece si può fare con assoluta originalità di linguaggio, ma la sfida di raccontare con la coreografia resta subdola perché spesso innesca nei coreografi meno attrezzati il generico fraintendimento che raccontare sia soprattutto descrivere una sequenza di azioni, senza eccedere in letture psicologiche dei personaggi o in personali interpretazioni della storia scelta. Insomma, nonostante le apparenze, saper raccontare con la danza non è cosa per tutti: essere originali autori di danza drammatica è cosa sempre più rara e da veri fuoriclasse, non basta avere ben presente il mestiere; ci vuole molto di più – a partire da una qualche empatia con i personaggi di cui si parla.

Bianchi-Castellana in Carmen di J. Bubenícek (® Yasuko Kageyama)

A queste riflessioni ci porta anche Carmen, balletto in prima assoluta commissionato dal Teatro dell'Opera di Roma al praghese Jìří Bubeníček. Prestigiosa carriera di interprete appena archiviata, già diverse commissioni di creazioni che dichiarano la sua eclettica propensione per il genere - da The piano a Dottor Živago a Metropolis – per Carmen Bubeníček attinge direttamente al racconto di Merimée, che gli consente l'agio di stendere lo sviluppo della vicenda lungo due atti, recuperando episodi scomparsi nella vulgata del mito, che descrivono in dettaglio la caduta di Don José.

Bianchi-Castellana in Carmen di J. Bubenícek (® Yasuko Kageyama)

La scelta, inizialmente giusta, sarebbe diventata perfetta se lo sviluppo del racconto e soprattutto la caratterizzazione dei personaggi avessero seguito con coerenza uno sviluppo drammatico, con una danza capace di catturare le ambiguità dei caratteri, a partire dalla fatale fame di libertà dell'ancella del diavolo Carmencita (colta perfettamente nella scena della fuga a cavallo, un prodigio di macchineria teatrale davvero riuscito) e l'inettitudine alla vita del suo debole amante, da lei metaforicamente vampirizzato. Invece qui tutto resta in superficie, tra danze d'insieme che fanno colore ma non contribuiscono ad accrescere la tensione drammatica (che infatti latita) e una descrizione dei personaggi cauta e convenzionale, che non ci aiuta a capire la ragion d'essere della tragedia. Per ovviare a questa mancanza di empatia, Bubeníček fa muovere tutti moltissimo, a tratti fondendo vari stili, in un ansioso horror vacui cui contribuisce una parte sonora che miscela di tutto un po', da Bizet a de Falla, da Albéniz a Castelnuovo Tedesco, e costumi convenzionali e a tratti confusi. La compagnia romana si impegna, ma non evita i clichè. Rebecca Bianchi è una Carmen che eccede in civetterie, Giacomo Castellana un bel Don José affranto e vinto.

Il pubblico comunque applaude e una trasmissione su RAI5 è prevista il 21 marzo alle 21.15.

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