Il futuro della Ue

La narrazione dell’Europa e le riforme da fare

di Fabio Colasanti

(Zerbor - stock.adobe.com)

4' di lettura

Da anni ho l’impressione che le delusioni nei confronti del processo di integrazione europea di buona parte dell’opinione pubblica italiana siano dovute soprattutto a delle aspettative irragionevoli. La delusione è spesso rispetto a veri e propri sogni, non condivisi dalla maggioranza dei cittadini degli altri Paesi Ue. Queste aspettative si nutrono di ricostruzioni della storia recente che sono molto diverse dalle narrative che prevalgono negli altri Paesi europei. La considerazione mi è ritornata in mente leggendo l’editoriale di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore del 18 aprile.

Il processo di integrazione europea ha fatto molti progressi, ma è ancora lontano da una unione federale. La crisi provocata dal Covid ha fatto fare grossi passi avanti, ma la situazione non è cambiata in maniera fondamentale. Sviluppi come l’adozione del Ngeu e la sospensione del Patto di stabilità costituiscono dei precedenti molto importanti, ma non credo che costituiscano un cambio di “paradigma”. Nell’ottobre del 2008, la Commissione aveva raccomandato agli Stati membri di aumentare i loro disavanzi di bilancio di almeno un punto di Pil oltre a quanto provocato dagli “stabilizzatori automatici”. Nel 2009, il disavanzo di bilancio dei Paesi Ue è stato di 4 punti di Pil superiore a quello del 2008. Si può discutere se questa reazione sia stata adeguata, ma non si può descriverla come la reazione di un gruppo di Paesi «ossessionati dall’austerità». La crisi del debito sovrano di alcuni Paesi dell’eurozona è stata una crisi molto diversa da quella del 2008-2009. Dal punto di vista della costruzione europea è stata però una sfortuna che la prima crisi dell’eurozona si sia verificata in un Paese la cui spesa pubblica corrente era aumentata del 50% tra il 2004 e il 2009 e il cui disavanzo per il 2009, previsto nel 2,8% a fine 2008, si sia poi rivelato essere pari al 15,1% del Pil. Come stupirsi del fatto che questo abbia creato delle difficoltà politiche? Per di più, la decisione iniziale – anche su pressione del nostro governo – era stata quella di evitare il default della Grecia e di aiutarla a ripagare i suoi 330 miliardi di euro di debito pubblico. Era immaginabile che il tema dell’azzardo morale non entrasse nelle discussioni ? Era pensabile che i cittadini degli altri Paesi europei potessero farsi carico di un onere tale senza rassicurazioni sul cambiamento di rotta?

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Lo scivolamento verso un processo decisionale più intergovernativo è una deriva sfortunata. Ma affermare che le difficoltà nella gestione della crisi greca sarebbero state dovute soprattutto al carattere intergovernativo dei meccanismi decisionali europei è, secondo me, un errore di analisi.

Far credere che oggi la situazione sia completamente diversa è pericoloso. Se tra qualche anno un altro Paese dovesse trovarsi nella situazione in cui si sono trovati la Grecia, l’Irlanda o il Portogallo, non c’è dubbio che ci sarebbe un aiuto finanziario da parte dell’eurozona. Ma questo aiuto sarebbe sicuramente accompagnato da condizioni di politica economica.

I poteri e la natura stessa della Commissione europea non le permettono di essere molto rigida sul rispetto della condizionalità delle operazioni del Ngeu. Il fatto che anche il Consiglio dei ministri e il Consiglio europeo abbiano qualcosa da dire è una cosa positiva. Inoltre non è corretto trarre conclusioni troppo dirette dalla recessione del 2012-2013. L’austerità è finita nel 2015. Gli altri Paesi europei hanno ricominciato a crescere. Il successo dei “populisti” nelle elezioni italiane del marzo 2018 è dovuto a tante cause e, per la parte economica, è dovuto soprattutto al fatto che l’Italia cresce sistematicamente meno degli altri Paesi europei. Nel 2019 non avevamo ancora ritrovato il livello di Pil reale del 2007. Si può veramente credere che questo sia stato dovuto all’assenza di un’Europa “solidale” ?

Oggi sono state prese molte decisioni di politica economica che solo qualche anno fa sembravano impensabili. Ma anche la recessione economica del 2020 ha avuto dimensioni che sembravano impensabili. Ci sono tanti problemi di fronte a noi. La ratifica della decisione sulle risorse proprie non è scontata. Ma parlare di “tallone nazionalista” per le decisioni della Corte costituzionale tedesca è ingiustificato. Ci sarà poi il problema della reintroduzione del Patto di stabilità, modificato o no. Esiste un vasto accordo a livello europeo per reintrodurre almeno un vincolo per il debito pubblico. Ma modificare le regole attuali sarà molto difficile. Dobbiamo poi sperare che il tasso di inflazione non risalga per anni. Se questo dovesse succedere, la politica monetaria della Bce non potrebbe più essere quella di oggi. Vorrei anch’io che l’Ue si dotasse un giorno di una capacità di politica di bilancio permanente. Ma questo non è per domani. Oggi e domani dobbiamo fare il possibile per rilanciare il tasso di crescita nel nostro Paese, facendo le necessarie riforme. Già portarlo al livello di quello degli altri Paesi dell’eurozona sarebbe un grosso successo. Dobbiamo utilizzare bene il Ngeu anche per aiutare l’Europa, ma soprattutto per aiutare noi stessi.

Già economista della Commissione europea

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