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La necessaria alleanza tra politica economica e promozione della salute mentale

Non si tratta solamente di affrontare le patologie più gravi, ma anche i disturbi d’ansia e le depressioni lievi che hanno, comunque, un impatto fortissimo sulla qualità della vita

di Vittorio Pelligra

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7' di lettura

C’è un paradosso che lega la ricchezza materiale e la felicità individuale. La maggior parte delle persone desidera un reddito più elevato e fa, a volte, enormi sforzi per ottenerlo. Tuttavia, al crescere di questo reddito ciò che si osserva è che a livello aggregato società che sono diventate più ricche non sono diventate anche più felici. È questo “paradosso di Easterlin”, dal nome dell’economista che per primo lo ha evidenziato con dati empirici, che sta alla base di quella che oggi si chiama happiness economics, l’economia della felicità.

Happiness economics - l’economia della felicità

L’accostamento economia-felicità sorprende molti. Del resto, l’economia è stata definita la “scienza triste”. Definizione infelice, direi, e fuorviante. Non dimentichiamoci che in Italia, nel ’700, l’economia nasce come “scienza della pubblica felicità”. Non scienza delle cause della ricchezza delle nazioni, come recita il titolo dell’opera fondamentale di Adam Smith, ma scienza della felicità e, soprattutto, della felicità pubblica. E oggi l’economia moderna, a partire dal paradosso di Easterlin, riscopre queste origini, riscoprendo che c’è qualcosa in più rispetto al Pil che dovrebbe guidare l’azione di governi e parlamenti.

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Definire la felicità è complesso, lo si capisce, ma un certo consenso si ha sul fatto che essa abbia a che fare non tanto con sensazioni o piaceri, ma, piuttosto, con la propria realizzazione, con ciò che Aristotele definiva “eudaimonia”, la fioritura umana. E una cosa è chiara: una volta garantito un livello minimo di reddito (qualcuno fissa questa soglia a 36 mila dollari/anno), ulteriori incrementi di ricchezza non fanno automaticamente aumentare la nostra felicità.

Cosa fare dunque? Che obiettivi perseguire?

Le risposte non sono semplici, naturalmente, ma in questi anni qualcosa lo abbiamo imparato e molte prove sono state accumulate relativamente al ruolo che le scelte individuali e quelle politiche potrebbero giocare in questo senso. In quest’ottica il ruolo del governo non può più limitarsi alle tradizionali misure di riduzione delle imperfezioni dei mercati, dei beni, del lavoro, di quelli finanziari, per facilitarne il funzionamento e quindi il raggiungimento dei risultati di efficienza.

È ora che questa visione venga definitivamente accantonata. Ci sono elementi individuali che impattano il nostro livello di benessere ma molti di questi, invece, hanno una valenza sociale che li mette al di fuori della sfera di azione personale. Sappiamo che i nostri desideri non sono dati, come invece si insegna nei corsi introduttivi di economia. In realtà dipendono dal nostro livello di istruzione, dalla pubblicità, e da chi abbiamo intorno. I nostri gusti e i nostri desideri sono fortissimamente influenzati da ciò che hanno le altre persone oltre che da ciò a cui ci siamo abituati e non vorremmo rinunciare.

Questo fatto genera una corsa allo status, che genera competizione, stress ed ansia. Se sono felice perché sto meglio del mio vicino di casa, il mio vicino di casa sarà infelice perché starà peggio di me. Questa competizione posizionale trasforma il mercato da una situazione “win-win” ad un gioco a “somma zero”: affinché qualcuno possa vincere un altro deve perdere. Le persone, poi, desiderano sicurezza, sul lavoro, in famiglia, nelle strade. Per questo la disoccupazione, la rottura dei legami familiari e la criminalità hanno un impatto così negativo sulla felicità individuale.

E poi c’è la fiducia negli altri. Esiste una relazione significativa e positiva tra fiducia interpersonale e felicità. Proprio perché come dicevano gli economisti civili italiani nel ’700, la felicità o è pubblica o non è. Abbiamo bisogno della altrui felicità per poter sperimentare la nostra. Per questo non possiamo concepire politiche pubbliche efficaci che non tengano da conto questo fattore relazionale.

I fattori personali

Ci sono poi, naturalmente, anche fattori interni, più personali, che determinano il nostro benessere soggettivo. Il primo è la genetica e su questo poco possiamo fare. Ma poi c’è la scelta dell’atteggiamento nei confronti della vita. Ci sono, naturalmente, anche fattori interiori, personali, che impattano sul nostro benessere. La felicità non dipende solo dalla nostra situazione esterna e dalle nostre relazioni; dipende anche dai nostri atteggiamenti.

Lo psichiatra austriaco Viktor Frankl che passò tre anni prigioniero tra Dachau e Auschwitz scrive che “all’uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa sola: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta. Ed esistevano veramente, le alternative!”.

Il nostro atteggiamento influenza la nostra felicità

Si può, dunque, in parte imparare ad essere felici e compassionevoli e grati per ciò che abbiamo e tutte queste disposizioni influenzano la nostra felicità. Si frappone, spesso, però, un enorme ostacolo tra quella che Frankl definisce la libertà di scegliere modi alternativi di affrontare la vita e la realizzazione concreta di tale libertà. Lo stiamo sperimentando in modalità e dimensioni inedite proprio in questi anni.

Si tratta del fenomeno allarmante del disagio psichico che quote crescenti della popolazione, soprattutto, giovani, vivono sulla loro pelle.

Che la salute mentale rappresenti il principale ostacolo tra scelte individuali costruttive e auto-realizzazione personale ce lo dicono i dati. Qualche anno fa il politologo canadese Alex Michalos, un esperto sul tema della qualità della vita, ha condotto uno studio per misurare l’impatto della salute sulla felicità. Ha prima chiesto ai partecipanti allo studio quanto fossero soddisfatti della loro salute in generale. Poi ha misurato il loro stato di salute oggettivo utilizzando dei test standard che registrano otto tipologie principali di disagio: la scarsa mobilità, il dolore fisico, il disagio psichico e così via. Tra tutti questi elementi, il disagio psichico è risultato essere quello maggiormente correlato con l’insoddisfazione soggettiva per il proprio stato di salute. Si capisce, dunque, come certamente la salute mentale rappresenti una parte fondamentale della salute della persona, ma anche molto di più. È un aspetto fondamentale per la nostra felicità in generale.

Il disagio mentale prima causa singola di infelicità

Se ci chiedessimo, per esempio, cosa causa più infelicità: la depressione o la povertà? La risposta corretta sarebbe la depressione. A livello internazionale questo dato, infatti, spiega meglio del reddito le variazioni nei livelli di felicità. Si stima che il disagio mentale rappresenti la principale causa singola di infelicità nelle società occidentali.

Si è chiuso venerdì scorso, a Roma, il quarto Global Mental Health Summit, organizzato dal Ministero della Salute in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’incontro aveva la finalità, tra le altre, di far promuovere la consapevolezza e l’impegno in tema di salute mentale sia a livello politico che nella società civile. Ed è una buona notizia che al centro della strategia d’azione siano stati posti un approccio comunitario alla salute mentale e il coinvolgimento dei diretti interessati e delle loro famiglie nel processo di cura e di recupero.

La prevenzione e la cura del disagio psichico è uno dei nodi cruciali che legano le politiche pubbliche e le scelte individuali nella promozione del benessere integrale della persona. La dimensione individuale e le scelte personali, infatti, vengono fortemente compromesse così come gli obiettivi di fioritura umana e di autorealizzazione, se la salute mentale è precaria. I costi derivanti da queste condizioni di disagio sono rilevantissimi sia per il singolo che per la collettività. Ecco perché, soprattutto oggi, il benessere psicologico deve diventare una priorità nelle scelte di politica e anche di politica economica dei governi.

In questi anni di pandemia, sottolinea la Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia, metà degli italiani contagiati dal virus ha manifestato disturbi psichiatrici e, tra questi, il 42 per cento riguarda ansia o insonnia, e il 32 per cento è vittima di disturbi depressivi, un’incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale. La crisi economica e lavorativa associata alla pandemia è, inoltre, una delle cause principali dell’insorgenza dei disturbi di ansia e della depressione.

Il rischio di depressione non è affatto democratico, raddoppia, infatti, tra coloro che hanno un reddito inferiore ai 15 mila euro all’anno e tende a triplicarsi in chi è disoccupato. In questo senso il cosiddetto “bonus psicologo” ha rappresentato un passo avanti soprattutto per l’effetto di normalizzazione delle cure psicologiche e nella riduzione dello stigma ancora troppo spesso associato ad esse. Ma certo non basta. La rete dei centri pubblici è ancora del tutto sottodimensionata: l’ultimo rapporto ministeriale al riguardo indica una dotazione di personale medico afferente ai dipartimenti di salute mentali pari a 5.289 unità, di cui solamente 3.730 sono psichiatri. In troppe scuole, ancora, per i ragazzi e le ragazze è praticamente impossibile ricevere supporto psicologico a causa di tempi d’attesa improponibili o perché lo sportello d’ascolto proprio non esiste.

In tempi come questi dove la pandemia, la guerra, l’ansia climatica moltiplicano il manifestarsi di forme differenti di disagio colpendo in maniera particolarmente dura proprio i più giovani, questa è una situazione cui va, urgentemente, messo mano. E non si tratta solamente di affrontare le patologie più gravi, ma anche i disturbi d’ansia e le depressioni lievi che hanno, comunque, un impatto fortissimo sulla qualità della vita di chi le sperimenta.

I costi individuali e sociali dell’inazione sono altissimi

Ancora secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la metà dei problemi di salute dei cittadini europei sono problemi mentali. Il costo economico associato è enorme, perché la depressione e l’ansia rendono molto più difficile, se non impossibile, trovare un lavoro o tenerselo. La perdita in termini di produzione, nella sola Gran Bretagna, è stata calcolata pari a 17 miliardi di sterline (quasi 20 miliardi di euro), l’1,5% del Pil, a cui si aggiungono 9 miliardi di sterline di costi associati ai sussidi e alle minori entrate fiscali. E questi valori, non essendo disponibili dati recenti, certamente sottovalutano l’attuale incidenza del fenomeno.

Le misure di contrasto devono riguardare certamente il potenziamento dei servizi dedicati alla prevenzione e alla cura del disagio mentale, ma sappiamo che molti altri fattori impattano sul suo sviluppo: le disuguaglianze, l’insicurezza economica, la precarietà del lavoro, la fragilità delle relazioni comunitarie, il basso livello di istruzione, solo per citare i principali. Ogni intervento migliorativo su queste variabili avrà un impatto sulla salute psicologica e sul benessere integrale delle persone. L’obiettivo ultimo che ogni governo dovrebbe darsi, prima del Pil, oltre il Pil.

Proprio qui in Italia, la terra di Basaglia, l’auspicio di Richard Layard, economista della London School che più di tutti in questi anni ha lavorato per portare il tema del rapporto tra felicità, politiche pubbliche e disagio psichico, acquista un senso ancora più profondo: «Le nostre priorità necessitano di un mutamento radicale. È uno scandalo quanto poco spendiamo per il disagio mentale (…). Nella lotta alla miseria, la psichiatria è in prima linea. Lungo le barricate del XXI secolo è il luogo chiave in cui gli idealisti dovrebbero radunarsi».


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