Scenari geopolitici

La necessaria ricostituzione della Libia

di Valerio Castronovo

2' di lettura

C’è da auspicare naturalmente che l’iniziativa assunta nei giorni scorsi dalla Ue per assecondare una soluzione concreta della lunga e drammatica crisi libica raggiunga quest’obiettivo. Sono passati infatti più di dieci anni da quando scoppiò a Bengasi nel febbraio 2011 una rivolta popolare contro Gheddafi, estesasi presto in altre città, che indusse, nel mese successivo, il presidente francese Nicolas Sarkozy a ordinare dei raid aerei (con l’appoggio della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) per dare una spallata decisiva al regime del Colonnello, che stava reprimendo nelle piazze i manifestanti che invocavano libertà e giustizia. Quanto all’Italia, all’indomani di una risoluzione dell’Onu che autorizzava un intervento armato in Libia a difesa dei diritti umani, il governo Berlusconi mise a disposizione alcune basi aeree per l’offensiva in corso contro il Rais che, scoperto in ottobre in un nascondiglio a Sirte, sua città natale, venne ucciso da un gruppo di ribelli.

Sennonchè tanto a Parigi e a Londra che a Washington non si era predisposto un piano per il dopo-Gheddafi. Tanto più inconcepibile apparve il fatto che non l’avesse pensato neppure Hillary Clinton, allora segretario di Stato, che pur aveva sostenuto con vigore la necessità di porre fine alla dittatura del Colonnello. Successivamente Obama avrebbe ammesso che la mancanza di un programma per la normalizzazione di un Paese che possedeva una delle dieci più grandi riserve mondiali di idrocarburi, aveva rappresentato il più grave errore commesso dalla sua amministrazione.

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Sta di fatto che, caduta in balia di svariate milizie armate, che si contendevano il potere e saccheggiavano le risorse dei territori di cui s’impadronivano, la Libia divenne da allora teatro sia di una sanguinosa contesa fra i due governi rivali di Al-Serraj e di Haftar sia fra bande che controllavano, oltre a un lucroso traffico di stupefacenti, l’esodo di masse di migranti dall’Africa subsahariana alle zone costiere per poi organizzarne, a caro prezzo, la traversata clandestina del Meditterraneo verso l’Europa su fragilissime imbarcazioni, sovente colate a picco tra le acque con un gran numero di vittime.

Negli ultimi tempi la Turchia e la Russia, si sono spartite, di fatto, la Libia: l’una, in quanto giunta a controllare le fortezze, gli aeroporti e i principali cantieri della Tripolitania; l’altra, impostasi in Cirenaica tramite i mercenari della Wagner e intenta ora a costruire un vasto corridoio verso sud, munito di basi aeree e di impianti missilistici, per puntare all’Africa centrale.

Sono divenuti perciò sempre più difficili e intricati i nodi da sciogliere che i ministri degli Esteri di Francia, Italia e Germania devono affrontare essendosi impegnati, dopo le esitazioni e le divergenze del passato, a elaborare congiuntamente un piano operativo per aiutare il governo provvisorio libico di unità nazionale, formatosi recentemente sotto la guida di Dbeibah, per condurre il Paese alle elezioni entro la fine dell’anno.

A ogni modo, soltanto la maturazione di un vigoroso processo autoctono di ricucitura da tanti laceranti antagonismi può dar vita a un’effettiva ricostituzione di un assetto istituzionale e politico unitario. Altrimenti rimarrebbe esposta a gravi incognite anche la sicurezza dell’Europa in un’importante area geostrategica come quella fra il Mediterraneo e l’Africa nordoccidentale.

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