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La necessità di raccontare l’eccellenza italiana

di Stefano Micelli

4' di lettura

È importante rinnovare il racconto del Made in Italy. È importante perché molti italiani non sanno quanto sia rilevante la manifattura nel conto economico del nostro Paese né sanno quanto sia interessante (come dimostrano alcuni slogan proclamati in questi giorni in tante piazze italiane). È importante perché tanti fra coloro che, all’estero, si avvicinano al prodotto italiano non necessariamente conoscono le tappe del Grand tour che ha reso l’Italia un paesaggio obbligato nell’educazione della borghesia europea.

Il film “Unicità e eccellenza” curato da Alexander Kockerbeck per la Fondazione Edison va precisamente in questa direzione: prende per mano lo spettatore e lo spinge a guardare con occhi nuovi ai processi produttivi che segnano tanta parte del nostro export. Dopo anni di lavoro paziente, la Fondazione fa un passo oltre le statistiche e i grafici che Marco Fortis ha avuto modo di presentare in tante occasioni pubbliche. Questo sforzo di comunicazione sfrutta linguaggi forse meno interessanti per il pubblico accademico ma decisamente più convincenti per l’opinione pubblica nazionale e internazionale.

I meriti del film sono principalmente due. Prima di tutto propone un nuovo racconto del lavoro e della fabbrica. Quando scorrono le immagini della manifattura italiana lo spettatore fa fatica a ritrovare i piani sequenza utilizzati in tanti telegiornali: niente altiforni, poche catene di montaggio. Il Made in Italy non è più la grande produzione di massa: è la meccatronica bolognese dove si inventano le macchine del packaging alimentare, una diversa dall’altra a seconda delle richieste del cliente, o la produzione di rubinetti sul lago d’Orta, dove il valore è sempre più il risultato di una commistione fra design e qualità sui piccoli numeri. In queste imprese il lavoro non è alienazione. È attenzione, impegno, innovazione, creatività. Le fabbriche, quelle di una volta, l’Italia semplicemente non se le può più permettere.

Il secondo merito del film di Kockerbeck è il racconto del territorio. Se la produzione del Made in Italy è così speciale è perché le nostre imprese operano all’interno di un paesaggio e di un intreccio di relazioni sociali e culturali che le rende uniche. Le tante riprese aeree che raccontano l’incontro fra luoghi della produzione e il paesaggio circostante mostrano un’Italia che, nonostante i tanti inciampi sul piano urbanistico, appare ancora capace di ospitare in modo unico processi manifatturieri complessi. È il racconto di una provincia che ha saputo accogliere e sostenere lo sforzo di miglioramento continuo di tante imprese che oggi fanno di questi stessi luoghi veri e propri punti di riferimento a livello mondiale (Maranello docet!).

Il film della Fondazione Edison potrebbe avere nei prossimi mesi un ruolo importante. Potrebbe costituire l’elemento di legittimazione per una serie di iniziative che contribuiscono già oggi a un racconto originale della manifattura italiana e delle sue specificità. Le iniziative su questo fronte non mancano. Ciò che manca è una cornice di senso che dia forza e credibilità a tante iniziative distribuite a livello nazionale.

Qualche esempio. Il successo ottenuto a Nord Est dal progetto “Open Factory”, ad esempio, è un segno di quanta curiosità sia in grado di suscitare la nostra manifattura nel grande pubblico. I numeri danno l’idea di un boom che va molto oltre aspettative: l’anno scorso sono state oltre settanta le imprese che hanno aperto le porte per ospitare più di ventiseimila visitatori in un solo fine settimana. Ha registrato il tutto esaurito la Carraro che in provincia di Padova produce assali per trattori così come la Seguso che a Venezia continua nell’arte del vetro soffiato. Iniziative simili si tengono in Piemonte e in Friuli Venezia-Giulia. A Milano fra qualche giorno le grandi case della moda italiana apriranno i battenti in occasione di “Apritimoda”, un’occasione per alzare il sipario su luoghi altrimenti inaccessibili che ospitano quell’intreccio di creatività e artigianalità che è all’origine della ricchezza della moda italiana. La lista potrebbe continuare a lungo.

Va detto che in questi anni le imprese non sono rimaste a braccia conserte in attesa che altri si occupassero di organizzare forme di promozione innovative. Alcuni interessanti casi di impresa proposti da Marco Bettiol nel libro “Raccontare il Made in Italy” (Marsilio) mettono in evidenza come alcuni imprenditori abbiano saputo investire con lungimiranza su un turismo manifatturiero incentrato su esperienze di apprendimento e di scoperta.

È il caso, ad esempio del Museo della grappa avviato da Jacopo Poli che oggi è in grado di attrarre oltre centomila visitatori l’anno. Chi arriva a Bassano per conoscere i segreti della distillazione ha la possibilità di entrare in un mondo unico e scoprire toccando con mano gli strumenti del mestiere. Superfluo sottolineare che il successo del Museo ha fatto da traino a ricavi e risultati economici. Nel Museo del legno, Maurizio Riva ha saputo mettere in scena nella sua Cantù un racconto fatto di tradizione e innovazione tecnologica creando un luogo capace di ospitare grandi eventi culturali. Il calendario di iniziative promosse da Riva ha fatto diventare il museo un punto di riferimento per la cultura del design in tutta la Lombardia.

Perché è importante sviluppare forme nuove di racconto e di promozione del Made in Italy? Perché il valore del prodotto italiano oggi non può più dipendere semplicemente dalla sua qualità tecnica né tantomeno dal prezzo con cui arriva al mercato. Dipenderà in misura crescente dal sistema di riferimenti culturali di cui riesce a essere espressione. La nostra intelligenza progettuale e manifatturiera deve saldarsi alla nostra capacità di promuovere una consapevolezza circa i luoghi e la cultura a cui quei prodotti sono legati. Questo investimento in comunicazione innovativa è importante non solo perché sottrae, almeno in parte, il Made in Italy alle tradizionali dinamiche della concorrenza ma anche perché concorre a ricucire quella separazione fra cultura umanistica e cultura tecnica di cui il paese non ha davvero bisogno. Speriamo che il film della Fondazione Edison sia un passo felice in questa direzione.

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