mercati nella bufera

La non quotata tiene in scacco l'hi-tech mondiale e spinge il dollaro

di Stefania Arcudi


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(REUTERS)

4' di lettura

Huawei contende ad Apple il posto di secondo maggiore produttore di smartphone al mondo dopo Samsung e già questo basta per consacrarla nell'Olimpo tecnologico mondiale. Il gruppo cinese ha catalizzato l'interesse degli investitori grazie a risultati brillanti, ma resta comunque un gruppo privato, controllato interamente dai propri dipendenti: questo significa che non è quotata in Borsa, su nessun mercato, in Cina o altrove, anche se in passato aveva accarezzato l'idea di un'Ipo, salvo poi rinunciare. Ciononostante, Huawei sta tenendo in scacco tutte le piazze globali (giù le asiatiche, l'Europa e sulla stessa falsariga anche Wall Street, come anticipano i future), provocando un effetto domino su tutto il comparto tecnologico e sui titoli maggiormente esposti alle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Il motivo è di quelli in grado di mettere a dura prova i già complicati rapporti tra Washington e Pechino: il direttore finanziario di Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore del gruppo Ren Zhengfei e uno dei vicepresidenti del board della società, è stata arrestata a Vancouver, in Canada, su richiesta dell'amministratore americana, a causa di presunte violazioni di sanzioni americane. La società cinese ha precisato che «in occasione di un suo viaggio d'affari, è stata provvisoriamente detenuta dalle autorità canadesi a nome degli Stati Uniti, che ne chiedono l'estradizione, per far fronte ad accuse non specificate del distretto orientale di New York». All'azienda sono state fornite «poche informazioni» sulle accuse e il gruppo «non è a conoscenza di alcun illecito da parte della signora Meng», ma ha spiegato di «rispettare tutte le leggi e le regole dei Paesi in cui opera, incluse quelle in materia di controllo delle esportazioni delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e dell'Ue».

Le rassicurazioni della società e la richiesta del Governo e dell'ambasciata cinese in Canada di lasciarla libera, lamentando violazioni dei diritti civili e della persona, non sono bastate a calmare i mercati: le Borse asiatiche hanno puntato verso il basso (-1,9% il Nikkei a Tokyo, -2,5% l'Hang Seng di Hong Kong), quelle europee si sono accodate (tutti in calo superiore al 2% gli indici principali di Parigi, Francoforte, Madrid e Londra, con il FTSE MIBdi Piazza Affari a -2,5%) e Wall Street, che torna agli scambi dopo la pausa di ieri per i funerali di stato dell'ex presidente George H.W. Bush, subisce la stessa sorte. A pagare lo scotto peggiore i titoli tecnologici: Zte, quotata a Hong Kong e secondo maggiore produttore cinese di apparecchiature per le tlc, ha ceduto il 5,9%, Tencent il 5,2%, Aac e Sunny Optical circa il 6%. In Giappone Nintendo ha bruciato il 4,09% e SoftBank il 4,9%, in Corea del Sud Kospi e Samsung hanno perso rispettivamente l'1,5% il 2,2%. A Wall Street Apple cala e in Europa Stmicroelectronics perde il 4,3% a Milano e il 4,8% a Parigi, Infineon il 3,6% a Francoforte, Asml il 4% ad Amsterdam. Anche i corporate bond di Huawei denominati in dollari, che hanno un rating investment grade, hanno toccato nuovi minimi: il debito con scadenza al 2025, già sotto pressione quest'anno, ha visto salire gli yield al 5,8%, il 2% in più rispetto a gennaio, e valgono circa 91 centesimi su dollaro. Sul fronte valutario, il biglietto verde si è rafforzato (+0,2% rispetto a un paniere di sei principali valute, dopo il calo dello 0,4% di questa settimana), complici i dubbi sul fatto che la fragile tregua nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, concordata nei giorni scorsi presidente americano Donald Trump e dal suo omologo cinese Xi Jinping, riesca a resistere a questo nuovo colpo. E' aumentato anche lo yen, considerato una valuta rifugio.

«L'arresto avviene sullo sfondo di preoccupazioni legate al commercio e alla tecnologia, nonché alla sicurezza informatica nel momento in cui si utilizza hardware cinese per i sistemi It», ha detto Michael Hewson di Cmc Markets UK, sottolineando che l'arresto e le possibili sanzioni alla società «potrebbero far deragliare tutto ciò che è stato concordato nel fine settimana tra il Presidente XI e Trump». Pur non potendo investire in Borsa su Huawei, gli investitori la tengono sotto grande osservazione, complici i buoni risultati: oltre a produrre smartphone, il gruppo, che conta oltre 180.000 dipendenti in oltre 170 Paesi, si occupa anche di reti Tlc e servizi. Nel 2017 il fatturato complessivo ha raggiunto i 92,5 miliardi dollari, in crescita del 15,7% sul 2016 (la parte più ampia del business è in Cina, Emea e regione Asia-Pacifico), l'utile netto si è attestato a 7,3 miliardi di dollari(+28,1%), ha consegnato 153 milioni di smartphone e gli investimenti in innovazione hanno toccato i 13,8 miliardi (+17,4%). In Italia la società conta circa 850 dipendenti nelle sedi di Milano e Roma e genera un fatturato di circa 1,5 miliardi, metà realizzata nel segmento consumer e il resto suddiviso fra enterprise e carrier.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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