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La normalizzazione anomala di una Fed al traino dei mercati

Gli annunci vincolanti hanno ceduto il passo alle dichiarazioni informali dei singoli banchieri centrali

di Donato Masciandaro

(Andrew - stock.adobe.com)

3' di lettura

La Fed predica male, e razzola come vogliono i mercati finanziari. Innalzare i tassi di interesse in modo radicale e repentino – dopo mesi di inerzia, ancora inspiegata – è una strategia opposta a quella di una banca centrale che voglia davvero normalizzare la politica monetaria, ma anche diversa da quella di una Fed che ha tenuto i tassi prossimi allo zero durante le fasi congiunturali straordinarie, come è stata da ultimo quella pandemica. Prima abbiamo avuto la Federal Reserve che vuole guidare i mercati, poi quella che gli dà le stampelle della liquidità a volontà, ora è il turno di quella che i mercati li accomoda.

Il presidente Jerome Powell afferma che l’obiettivo della Fed è quello di normalizzare la politica monetaria. La normalizzazione della politica monetaria è un regola con un significato ben preciso, che si fonda su due pilastri.

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Il primo è che lo strumento principale dell’azione monetaria è influenzare il tasso di interesse a breve termine, in modo che sia neutrale quando sia l’occupazione che l’inflazione hanno livelli uguali ai loro obiettivi programmatici, oppure che sia relativamente alto, o basso, se l’economia è rispettamente surriscaldata, o anemica.

Il secondo pilastro è che l’andamento di tutti gli altri tassi di interesse, bancari e finanziari, pubblici e privati, è determinato dai e nei mercati finanziari. Nella politica monetaria normale la banca centrale corregge gli squilibri economici e guida i mercati finanziari. Per farlo, deve essere credibile e trasparente: fare scelte coerenti con i due pilastri, e spiegarle al meglio.

La Fed ha cessato di essere normale da due decenni. Finita la presidenza Volcker, con Alan Greenspan è iniziata la deviazione della politica monetaria dalla regola a due pilastri. Insieme alla deregolamentazione finanziaria, la deviazione monetaria ha contribuito alla Grande crisi finanziaria del 2008, poi divenuta recessione. Da quel momento è iniziata per la Fed la fase della politica monetaria straordinaria, in cui l’espansione della liquidità e la riduzione dei tassi è stata attuata sostituendo progressivamente all’azione dei mercati l’intervento, massiccio e sistematico, della banca centrale.

La politica monetaria straordinaria – inaugurata da Ben Bernanke, proseguita prima da Janet Yellen e poi da Jerome Powell – ha intrecciato tre strumenti: tassi di interesse schiacciati verso lo zero, interventi continui e ingenti di acquisto di titoli con scadenze e rischiosità sempre più accentuati, annunzi monetari che garantivano ai mercati che un tale atteggiamento ultra-espansivo della azione monetaria sarebbe proseguito anche nel futuro. La politica monetaria non si limita a guidare i mercati, ma li sussidia sistematicamente, sostituendosi a essi. L’effetto è quello che hanno gli stupefacenti sui soggetti dipendenti: quando Ben Bernanke ha provato a ridurre la liquidità nel 2013, è stato costretto a una precipitosa e ingloriosa retromarcia proprio dalla reazione negativa dei mercati finanziari.

La politica monetaria straordinaria ha vissuto una nuova primavera grazie all’emergenza pandemica. La regola e i suoi due pilastri hanno continuato a essere pallidi ricordi del passato. Anzi: è aumentata l’ambiguità: nessun esplicito obiettivo occupazionale, la comparsa di una fumosa inflazione media come nuovo punto di riferimento. Gli annunci vincolanti, il cui presupposto è una comunicazione istituzionale e programmatica, che impegna ufficialmente la banca centrale, sono stati nei fatti sostituiti dall’uso sistematico delle dichiarazioni, informali e individuali, dei singoli banchieri centrali. Per non parlare dell’utilizzo strumentale delle cosiddette previsioni: numeri anonimi e individuali, finora risultati ex post sistematicamente errati, ma che continuano a essere considerati ex ante come annunzi della Fed sulla futura politica monetaria. La politica accomodante della Fed ha sostituito la strategia dell’ambiguità a quella della trasparenza. Non c’è niente di normale in tutto questo.

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