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La Norvegia, gigante dell’oil&gas, vuole vendere i titoli dell’energia

di Sissi Bellomo


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(Ansa)

3' di lettura

È grazie al petrolio e al gas che la Norvegia è diventata ricca. Ma il suo fondo sovrano – il più grande del mondo, con oltre 900 miliardi di dollari in gestione – potrebbe presto disinvestire dalle società del settore. Il piano provocherebbe la vendita di partecipazioni per quasi 40 miliardi di dollari, in quasi tutte le maggiori compagnie petrolifere, di cui Oslo è spesso uno dei soci più rilevanti. Non a caso in Borsa il settore ha reagito male alla notizia: l'indice Stoxx Europe 600 Oil & Gas è scivolato ai minimi da un mese.

Il fondo norgevese – il cui nome ufficiale è Government Pension Fund Global (Gpfg) – è il secondo azionista di Eni dopo il Governo italiano, con una quota dell'1,7%. A fine 2016 possedeva ben il 2,3% di Royal Dutch Shell, uno dei suoi maggiori investimenti azionari all'epoca, superato solo da Apple e Nestlè. In portafoglio c'erano anche l'1,7% di Bp, l'1,6% di Total, lo 0,9% di Chevron, lo 0,8% di ExxonMobil. Il settore rappresenta circa il 6% del portafoglio, per un valore di 37 miliardi di dollari.

Oslo ama esibire un'anima verde: il fondo sovrano ha già smesso di investire non solo nei produttori di carbone, ma persino nelle utilities che ne fanno uso, e il Governo ha elargito enormi agevolazioni per le auto elettriche, favorendo immatricolazioni record. Tuttavia la Norvegia resta pur sempre uno dei maggiori fornitori mondiali di combustibili fossili, nel caso del gas addirittura il terzo, superata solo da Russia e Qatar, con 115 miliardi di metri cubi esportati nel 2016. I suoi giacimenti di greggio sono in declino, ma estrae tuttora 1,7 milioni di barili al giorno e pur di rilanciare la produzione ha consentito anche le trivellazioni nell'Artico.

L'intenzione di disinvestire dalle società petrolifere ovviamente non riguarda la compagnia nazionale Statoil, di cuilo Stato possiede il 67%. La Banca centrale norvegese, che ha la supervisione del fondo, suggerisce però di alleggerire il portafoglio del fondo, spiegando in una lettera al ministero delle Finanze che in questo modo «il patrimonio del governo sarebbe meno vulnerabile una discesa permanente dei prezzi di petrolio e gas». Il piano richiede comunque l'approvazione del Parlamento, che difficilmente lo esaminerà prima del secondo semestre 2018.

Oslo – proprio per via di Statoil e degli introiti fiscali legati allo sfruttamento dei giacimenti – è sovraesposta al settore degli idocarburi, sostiene la banca centrale. Meglio quindi optare per una maggiore diversificazione.
Dal punto di vista finanziario il ragionamento non fa una grinza. Anche l'Arabia Saudita, con il piano Vision 2030 del principe Mohammed bin Salman, punta ad attenuare la dipendenza dal petrolio, pur non schierandosi di certo con chi si aspetta un rapido tramonto dei combustibili fossili.
Oslo stessa non si spinge a prevedere un picco della domanda. Ma la proposta ha comunque ricevuto il plauso degli ambientalisti, che in Norvegia stanno diventando particolarmente agguerriti nel contrastare l'industria estrattiva. Un gruppo di ong capitanato da Greenpeace ha intentato una causa per incostituzionalità contro il piano del Governo per lo sviluppo delle risorse nell'Artico, che potrebbe mettere a rischio le licenze assegnate nel Mare di Barents. L'unico giacimento già in produzione nell'area, Goliat, controllato dall'Eni, è fermo dal 6 ottobre per ordine della Petroleum Safety Authority, che dopo un'ispezione ha imposto un adeguamento della sicurezza degli impianti.

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