a tavola con giuseppe de rita

«La nostra Italia, nonostante tutto»

di Paolo Bricco


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7' di lettura

Giuseppe De Rita accende un toscanello. «Ho sempre preferito i toscani. Ora ho cambiato. Guardi il pacchetto: questi toscanelli sono fatti con il Kentucky di Pontecorvo. Pontecorvo è vicino a Cassino. Questo tabacco è coltivato nei campi appartenuti più di un secolo fa ai miei bisnonni».

Nella sua scelta c’è molto della vita di un uomo che ha capito l’Italia – i suoi difetti e le sue virtù – come pochi altri. Questa Italia – insieme così chiara e così insondabile – che oggi va a votare, senza sapere se domani al risveglio avrà o no un Governo.

Il piacere acre – quasi sensuale, una cosa da cattolici non penitenziali – del sigaro fra le labbra, le volute del fumo che salgono fra terra e cielo, il desiderio di comprendere con ironia e amore il nostro Paese. Un Paese composto da alcune grandi città – prima di tutto la “sua” Roma – e da una sterminata provincia che è anche un antico contado e formato da una confederazione di anime – gli individui e lo Stato, la società e l’economia, la politica e il potere – spesso in contrapposizione.

Nel suo ufficio nella villetta anni Trenta di Piazza di Novella dove ha sede il Censis, De Rita indossa un vestito spezzato grigio e marrone, con una giacca spigata, cravatta regimental su camicia a righe azzurre e bianche. A ottantasei anni, ha conosciuto la cerimonia degli addii, secondo la formula crudele di Osip Mandel’štam, del “piangere notturno, a testa nuda”: la moglie Maria Luisa, dopo 60 anni di vita insieme, è morta nel 2014.

De Rita ha compilato un dizionario – parole, chiarezze semantiche e ambiguità lessicali incluse – che prima del Censis non esisteva. In questo dizionario l’interpretazione ha una intrinseca cifra emotiva da cui sembra promanare un alone di affettività. «I Giardini dell’Alberata, sì, sono i Giardini dell’Alberata ad avere influenzato la mia capacità emotiva. Mia madre Maria Nota venne a Roma nel 1929 da Pontecorvo, avendo vinto il concorso comunale come maestra elementare. Mio padre Raffaele, cassiere al Banco di Santo Spirito, la raggiunse. Io nacqui nel 1932. Abbiamo sempre vissuto nel quartiere San Giovanni. La finestra della mia camera dava sulla basilica. Io studiavo dai gesuiti, al Liceo Massimo. C’erano i bombardamenti. Allora, si formò ai Giardini dell’Alberata un gruppo di 40-50 bambini che sarebbero diventati adolescenti e, poi, adulti. La metà maschi, la metà femmine. Dai 10 ai 20 anni, abbiamo trascorso insieme ogni momento, tranne le ore di scuola e tranne la domenica riservata alla messa e alla famiglia. Vivevamo in strada». Gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. E, poi, i primi anni della Repubblica, quando tutto era da ricostruire e ogni cosa sembrava a portata di mano: «È allora che ho compiuto la mia transumanza plebea. In fondo, è stata la mia prima grande ricerca sul campo. Nella parte più popolana i maschi avevano tutti i soprannomi: buralice, lo scoparo, ficalunga. Noi, i figli dei borghesi e dei piccolo-borghesi, venivamo chiamati con i nostri nomi, al massimo storpiati o trasformati in vezzeggiativi. Ma era l’unica differenza di un gruppo compatto che, per dieci anni, giocò a calcio e litigò, fece a cazzotti e conobbe i primi amori. Lì, dai 14 ai 20 anni, ho avuto la prima fidanzata, Anna Maria. Mi lasciò a 20 anni. Poi conobbi quella che sarebbe diventata mia moglie. Maria Luisa, con cui abbiamo avuto otto figli e quattordici nipoti, si inquietava quando pensava a quella Anna Maria. Non tanto per lei, ma per il non aver partecipato agli anni dell’Alberata».

Dopo l’Alberata e il Liceo Massimo, De Rita studia legge a Roma e, dal 1951 al 1955, frequenta il Movimento di Collaborazione Civica: «Nel castello di Sermoneta e nel palazzo di via Botteghe Oscure, la Principessa Marguerite Caetani organizzava corsi di educazione degli adulti alla democrazia. L’ispirazione erano gli ideali massonici. Dietro c’erano gli Stati Uniti e i loro servizi segreti. Per ragazzi cresciuti sotto il fascismo e durante la guerra, fu utilissimo. Quell’attività produsse la rivista “Botteghe Oscure”, di cui era caporedattore Giorgio Bassani e su cui scrivevano Marco Pannella e Alberto Arbasino».

Nel 1955, con la laurea in legge entra alla Svimez di Pasquale Saraceno, uno dei motori della modernizzazione italiana generato dal ceppo di Alberto Beneduce e di Donato Menichella, dando vita sotto la direzione di Giorgio Sebregondi alla sezione di sociologia. «Saraceno era già una icona – riflette – ma, al di là della retorica e della mitologia intorno a lui, era convinto che i numeri spiegassero ogni cosa. Per lui le tabelle erano tutto. Rimaneva un allievo di Gino Zappa, il grande professore di ragioneria. Alla Svimez, sperimentai la scissione fra economia e società. Uno stato di crescente incomprensione e di incompatibilità personale e culturale che sfociò, il 6 novembre 1963, nel licenziamento mio e di tutto il gruppo dedito alle ricerche sociologiche».

L’anno dopo, De Rita fonda il Censis. Da allora, si costituisce un metodo di osservazione i cui risultati confluiscono soprattutto nelle relazioni annuali, ora raccolte nel volume “Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana”, pubblicato da Mondadori nella collana Oscar Baobab Saggi. La loro lettura diventa uno dei rituali delle élite italiane, di cui De Rita fa parte, pur nella ambivalenza della posizione di indagatore e di scopritore di un’altra Italia. «Nel 1977, a Cernobbio Gianni Agnelli e Franco Modigliani mi salutarono come “l’amico degli straccioni pratesi”. Non mi arrabbiai con l’Avvocato, che era sempre divertente e lieve. Invece, Modigliani aveva una punta di disprezzo, ma pazienza, ho passato la vita a disinteressarmi dell’opinione dei professori universitari».

Lo ricorda con ironia e disincanto mentre, passin passetto, camminiamo per le strade del quartiere Vescovio, verso il ristorante l’Allegro. I piccoli imprenditori di Prato, ma anche quelli di Valenza Po e di Sassuolo. E mille altre comunità. Saraceno rappresenta la via italiana dello sviluppo calato dall’alto. De Rita, invece, è un’altra cosa: la prevalenza degli individui, dei gruppi organizzati e della società; il lento e graduale comporsi, scomporsi e ricomporsi degli equilibri e delle energie che dal basso – dalle comunità, dai territori, dall’anima più profonda del Paese – salgono e vengono alla luce, conferendo alla fisionomia italiana il suo assetto ipercinetico e sfuggente. Un’onda che – con differenti tonalità – si ripete negli anni Sessanta e Ottanta quando lui, il teorico dei distretti industriali Giacomo Becattini e un grande eretico come Giorgio Fuà fanno conoscere l’altra Italia, diversa e complementare rispetto a quella del triangolo industriale Torino-Milano-Genova.

«La nostra società – dice De Rita – ha continuato ad assorbire i grandi traumi rimodulando i propri equilibri ed adattandosi». Con lui ogni periodizzazione è all’insegna della continuità e del continuismo. Nella sua lettura, gli shock sono metabolizzati. La società italiana è un grande organismo con una naturale capacità di adattamento ai punti di rottura economici e tecnologici, culturali e politici. Ogni salto diventa un passaggio. E viene letto e interpretato, colto ed emulsionato dal Censis, una piccola impresa culturale così simile ai laboratori artigiani da esso raccontati («al massimo siamo stati in 22, mai di più»).

Le relazioni del Censis si trasformano in narrazione della vita – minima e massima – del Paese e diventano una ipotesi – abbastanza suggestiva e convincente – di periodizzazione della nostra Storia: “Fare autocoscienza collettiva (1971-1971)”, “L’economia sommersa e il localismo (1972-1977)”, “Il lungo ciclo della cetomedizzazione: la crescita per proliferazione (1978-1980)”, “L’esplosione del soggettivismo: la società dei comportamenti (1981-1983)”, “Il policentrismo dei poteri (1984-1990)”, “La rottura dell’invaso borghese (1991-1996)”, “La società molecolare (1997-2003)”, “Il rallentamento dell’economia e le minoranze attive (2004-2008)”, “L’adattamento alla crisi (2009-2012)” e infine “L’età del rancore e della nostalgia (2013-2016)”.

Al ristorante l’Allegro, entrambi ordiniamo un piatto di spaghetti con le vongole. Lui prende un bicchiere di rosso della casa, mentre io bevo soltanto acqua minerale. De Rita è coccolato dai camerieri e dalla ristoratrice. I Giardini dell’Alberata non sono mai scomparsi. La società italiana è una miscela di alto e basso, di ricchi e di poveri, di potenti e di umili, di spirito e di materia, di storia materiale e di condizione dell’immaginario. De Rita ne è espressione. Ha sempre mantenuto il contatto emotivo con ogni sua componente. Ha auscultato il potere italiano e la sua - maggiore o minore - capacità di rimanere sintonizzato con l’economia e la società: «Il potere italiano degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta era più corale. Dagli anni Novanta è diventato più solipsistico. Bettino Craxi aveva Gennaro Acquaviva. Ciriaco De Mita Riccardo Misasi, Pietro Scoppola e Romano Prodi. Enrico Berlinguer Gerardo Chiaromonte e Alfredo Reichlin. Sulla nostra società e sulla nostra economia tutti loro sviluppavano un pensiero complesso, in grado di coglierne anche le evoluzioni. Negli anni Novanta questo è cambiato. È arrivato Silvio Berlusconi. Ma è l’intera politica italiana a essersi rimodulata in senso personalistico. Con il rischio di avere meno punti di contatto con la società e l’economia».

Alla fine, lui prende una pera cotta. Io bevo un caffè. Entrambi assaggiamo pasticceria secca. Fra analisi e pratica del potere, De Rita ricorda un appuntamento del 2000 in Piazza del Plebiscito con Silvio Berlusconi. «Arrivarci fu un casino... C’era uno sciopero degli insegnanti sotto la sua abitazione romana... Rutelli era il potenziale candidato del centrosinistra alle elezioni politiche del 2001. Io entro nella stanza. In un angolo, in silenzio, è seduto Gianni Letta. Berlusconi mi dice: “Abbiamo deciso che devi fare il premier”. Io resto di sasso e gli rispondo: “Scusa Silvio, ma vedo tre problemi: sono vecchio, sono della Prima Repubblica e non ho il cinismo per fare il presidente del Consiglio”. Lui si gira verso Letta, poi mi osserva e mi fa: “Sono le ragioni contrarie che ha già addotto Gianni”. A quel punto io, per togliermi dall’imbarazzo e per divertirmi un po’, gli replico: “E poi, Silvio, io avrei voluto fare il presidente della Repubblica”. Nel 1999 era stato nominato Carlo Azeglio Ciampi. Lui si avvicina, mi mette una mano sulla spalla e mi sussurra: “Eri il mio candidato segreto”».

E, a questo punto, De Rita torna a sorridere con l’occhio vispo del ragazzetto romano dei Giardini dell’Alberata: «Lo guardai e gli dissi: “Silvio, ma che stai a dì?”».

https://twitter.com/paolobricco

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