Mind the econony

La nostra memoria, una «macchina per racconti»

Il cervello sulla base di poche, scarne ed essenziali informazioni, ricostruisce, ci racconta e ci fa ricordare le vicende della nostra vita

di Vittorio Pelligra

(1STunningART - stock.adobe.com)

5' di lettura

L'abbiamo scritto tante volte su queste colonne che il nostro cervello è una macchina energivora. Per questa ragione molte delle nostre strategie cognitive si sono evolute per economizzare sull'apporto energetico necessario al funzionamento del nostro cervello. Un qualcosa di simile vale anche per l'uso della memoria. È noto da tempo ormai che la nostra memoria non andrebbe vista come una cassettiera dove riponiamo tutti i nostri ricordi dal momento in cui abbiamo fatto certe esperienze per poi poterli ripescare da quegli stessi cassetti nel momento in cui vogliamo farceli ritornare alla mente. La nostra memoria è, invece, più che altro una macchina per racconti. Una macchina che sulla base di poche, scarne ed essenziali informazioni, ricostruisce, ci racconta e ci fa ricordare, in questo modo, le vicende della nostra vita.

La memoria come «amplificatore di errori»

Nella maggior parte dei casi, soprattutto quando queste informazioni base hanno a che fare con esperienze particolarmente vivide, le cose vanno piuttosto bene; le storie che ci raccontiamo sono piuttosto fedeli a quelle vissute originariamente. Ma le cose non sempre vanno così e allora la nostra memoria può trasformarsi in un vero e proprio amplificatore di errori. Non perché funzioni male o solo quando, con l'età, inizia a cedere, ma proprio per come funziona ordinariamente, sempre alla ricerca di risparmiare sul consumo energetico. Immaginate di vivere un'esperienza spiacevole e poi una seconda. La prima è durata un certo lasso di tempo, la seconda mezz'ora in più. Se vi chiedessero quale vorreste ripetere cosa rispondereste, la prima o la seconda? Naturalmente ognuno di noi, moderatamente sano di mente, opterebbe per la prima, complessivamente meno spiacevole.

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L’esperimento del secchio d’acqua

Daniel Kahneman, lo psicologo premio Nobel per L'Economia, con alcuni suoi colleghi, qualche tempo fa hanno iniziato ad occuparsi seriamente di questa questione. In uno strano esperimento hanno coinvolto un gruppo di soggetti che dietro pagamento di una certa somma dovevano tenere le mani in un secchio di acqua fredda per un certo periodo di tempo. In una prima fase le mani sarebbero state a mollo per sessanta secondi in acqua a 14 gradi.

Passato una fase di riposo avrebbero dovuto reinserire le mani per sessanta secondi in acqua a 14 gradi e poi per altri trenta secondi in acqua a 15 gradi. La prima esperienza spiacevole durava complessivamente un minuto, la seconda, invece un minuto e mezzo. Quale delle due avrebbero voluto ripetere i partecipanti nella terza fase dell'esperimento? La maggior parte di loro decise di ripetere la seconda, quella più lunga (Kahneman, D., et al. “When More Pain Is Preferred to Less: Adding a Better End”. Psychological Science 4, 1993, pp. 401-405).

Con un esperimento pubblicato tre anni dopo, Kahneman assieme al medico dell'Università di Toronto Donald Redelmeier, aggiunse ulteriori elementi alla comprensione del rapporto tra esperienza e memoria. I soggetti di questo secondo esperimento erano 154 pazienti sottoposti ad una, a tratti dolorosa, colonscopia in assenza di anestesia. Durante tutta la procedura, i pazienti, ad intervalli regolari, dovevano classificare su una scala da 0 a 10 il dolore provato in quel preciso istante. In questo modo, alla fine dell'esame, i ricercatori potevano ricostruire una curva con saliscendi, picchi e vallate, che rappresentava la variazione del dolore sperimentato da ogni singolo paziente.

Quando il ricordo non combacia con l’esperienza

L'ipotesi più ragionevole era che l'area sottostante alla curva, il dolore totale, potesse essere un buon indicatore della spiacevolezza, in generale, di quella esperienza; per cui, per esempio, presumibilmente, la colonscopia più breve, durata 4 minuti, sarebbe stata ricordata come meno spiacevole di quella più lunga, durata ben 69 minuti. Quando i ricercatori, una volta terminata la procedura, chiesero ai partecipanti di classificare su una scala numerica la spiacevolezza dell'esperienza, si accorsero che qualcosa non andava. Il ricordo dell'esperienza non combaciava con l'esperienza stessa. Coloro che erano stati sottoposti ad esami più lunghi e fastidiosi non sempre li ricordavano peggiori di coloro che, invece, avevano avuto esperienze più brevi.

I due fattori determinanti

Da tutte le risposte emerse chiaramente un modello generale: il ricordo dipendeva da due fattori, i picchi e la fine. La maggiore o minore spiacevolezza dell'esperienza oggettiva nel ricordo di coloro che l'avevano provata variava regolarmente con l'intensità dei momenti più spiacevoli e con la spiacevolezza della fase finale dell'esame. Sono questi due gli elementi su cui la nostra memoria si concentra per raccontarci a posteriori il ricordo dell'esperienza vissuta. Per questo chi aveva subito una colonscopia dolorosa ma breve poteva avere un ricordo peggiore di chi aveva subito un esame altrettanto doloroso ma più lungo, se nella parte finale di quest'ultimo il dolore si era ridotto rispetto ai picchi iniziali (Redelmeier, D., Kahneman, D. “Patients’ memories of painful medical treatments: real-time and retrospective evaluations of two minimally invasive procedures”. Pain 66, 1996, pp. 3–8).

Gli esempi nella vita reale

Sono molti gli esempi della vita reale che echeggiano la logica di questa “peak-end rule” (regola del picco-fine). Pensate a quanto può aiutare la neomamma che ha appena attraversato i dolori del parto terminare quell'esperienza con la meravigliosa sensazione che deriva dal sentire la propria creatura appoggiata sul petto. Questo, se non fa sparire del tutto il ricordo della sofferenza patita, certo lo attenua notevolmente. Perché Paul McCartney termina sempre i suoi concerti cantando Hey Jude o qualche altro superclassico dei Beatles? Simmetricamente, quando una storia d'amore finisce, è il ricordo dell'ultimo periodo, generalmente travagliato, che domina sui bei momenti che pure devono esserci stati. Così come la morte di una persona cara dopo una lunga malattia ci diventa particolarmente insopportabile perché, nel ricordo, la sofferenza delle fasi terminali finisce per offuscare le esperienze di gioia condivisa. Conoscere queste dinamiche può anche aiutarci a progettare esperienze più piacevoli, a porre, per così dire, le basi per ricordi più piacevoli. Quando lasciamo un albergo o un B&B dopo una breve vacanza, per esempio, e il proprietario ci congeda con dei prodotti tipici del luogo in omaggio, nel nostro ricordo, questo episodio finale, farà aumentare la piacevolezza dell'esperienza complessiva. Così, allo stesso modo, quando al ristorante ci viene offerto un amaro o il mirto o ci viene praticato uno sconto inatteso.

L’ultimo ricordo conta di più

In un terzo studio Kahneman e Redelmeier considerarono sempre pazienti soggetti a colonscopia. Questa volta li divisero in due gruppi. Il primo gruppo venne sottoposto ad un esame tradizionale il secondo gruppo ricevette lo stesso tipo di esame, con la differenza che questa volta, la procedura venne fatta durare tre minuti in più; tempo nel quale il paziente provava fastidio ma nessun tipo dolore. Il ricordo dell'esperienza fu significativamente migliore tra i pazienti del secondo gruppo che tra quelli del primo (Redelmeier, D. Katz, J., Kahneman, D. “Memories of colonoscopy: a randomized trial”. Pain. 104 (1–2): 187–194. Stratagemmi di questo tipo possono essere molto importanti quando, per esempio, un paziente deve sottoporsi regolarmente ad esami o a procedure dolorose, perché il ricordo dell'esperienza precedente può essere fondamentale nel determinare la volontà di continuare i trattamenti. Le nostre esperienze, quindi, differiscono in parte dai ricordi che ci siamo fatti di esse. Visto che le due cose non sempre coincidono a cosa dovremmo dare più importanza: a ciò che stiamo vivendo qui e ora o a cosa ricorderemo in futuro di ciò che stiamo vivendo qui e ora? La domanda non è di poco conto e la risposta può avere implicazioni profonde per la nostra vita. E' un tema sul quale può valere la pena tornare in futuro, sempre che la memoria non mi tradisca.


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