la notte del 26 aprile 1986

La notte in cui a Chernobyl persero il controllo del reattore n.4

La fusione del nocciolo del reattore e i due scoppi che ne scoperchiarono il tetto, scaraventando in aria i vapori radioattivi, furono il risultato di errori umani, manovre sbagliate, difetti di progettazione e fatalità 

dal nostro inviato Antonella Scott


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3' di lettura

La sfida di Chernobyl: il futuro riparte da un arco di acciaio

CHERNOBYL - I quattro reattori RBMK di progettazione sovietica e di derivazione militare che componevano la centrale nucleare intitolata a Lenin, a poco più di 100 km da Kiev, avevano il compito di fornire il 10% dell’elettricità necessaria all’Ucraina. Propensi a improvvisi sbalzi di potenza, utilizzavano una combinazione di grafite assorbente e acqua di raffreddamento, e a sua volta l’acqua forniva il vapore usato per le turbine.

La notte del 26 aprile 1986, all’1.23, una catena fatale di errori umani, manovre sbagliate, procedure di sicurezza violate e difetti di progettazione (l’assenza di un sistema di contenimento primario del nocciolo del reattore, struttura in cemento armato sostituita a Chernobyl da una struttura protettiva in ferro) furono all’origine della fusione del reattore nel Blocco 4 della centrale.

Reattore fuori controllo
Un test di sicurezza, che avrebbe dovuto verificare se le turbine sarebbero rimaste in attività anche durante un blackout, continuando a trasmettere energia alle pompe, sfuggì di mano ai tecnici di turno: il test avrebbe dovuto essere affrontato il giorno prima, ma per non ridurre la potenza del reattore venne rinviato alla notte, affidandolo a personale impreparato.

Il test prevedeva la disattivazione dei sistemi automatici di sicurezza, incluso il raffreddamento d’emergenza. Manovre che forzarono il reattore in condizioni estreme, rendendolo estremamente instabile e conducendolo alla fusione. I tecnici avevano perso il controllo della reazione nucleare: nel momento in cui venne premuto il pulsante rosso che avrebbe fermato il reattore, la potenza era invece aumentata, insieme alla temperatura del nocciolo. Le barre di controllo che avrebbero dovuto ridiscendere per frenare la reazione si bloccarono: rimasero inseriti solo gli estensori in grafite. La potenza della reazione accelerò (120 volte la potenza massima), i contenitori del combustibile nucleare si spaccarono e questo, a contatto con l’acqua bollente e con l’aria, provocò immediatamente un picco di generazione di vapore, e un drammatico aumento della pressione.

Il primo scoppio scoperchiò il tetto e ne fece saltare in aria la copertura, che non era appunto in cemento. Il secondo scaraventò verso il cielo per qualche chilometro un’enorme quantità di vapori contaminati, soprattutto iodio e cesio. Vennero rilevati in gran parte dell’Europa, Italia compresa. L’unità 4 era stata trasformata in un vulcano, mentre il reattore che continuava a fondere iniziò a perforare il cemento sottostante e il terreno.

La fuoriuscita di radioattività nell’ambiente era un’eventualità considerata impossibile ma che, nella testimonianza resa alla Bers da Andrej Glukhov, ingegnere per la sicurezza nucleare, divenne evidente la notte successiva al disastro. Quando nel buio «vidi un fascio di luce bianca, brillante, uscire da dove era il nocciolo del reattore».

Il silenzio del Cremlino
In seguito, l’impatto dell’incidente sarebbe stato aggravato dalla lentezza delle operazioni di evacuazione di Pripyat (43mila abitanti) e dei villaggi circostanti la centrale, e dall’inadeguatezza delle misure adottate per informare e proteggere dalle radiazioni la popolazione e i 600mila “liquidatori”, mandati da Mosca a gestire un incendio che durò dieci giorni. Le stesse autorità erano impreparate ad affrontare il problema. Fu soltanto due giorni dopo, il 28 aprile, che suonò l’allarme, e non per iniziativa sovietica. A registrare un inspiegabile aumento dei livelli di radioattività fu la Svezia, dalla centrale nucleare di Forsmark. E Mikhail Gorbaciov, allora leader dell’Urss, ammise il disastro soltanto il 14 maggio successivo.

Cinque milioni di persone a rischio
Trentatre anni dopo, il 23% del territorio della Bielorussia è ancora contaminato (soprattutto dal Cesio-137), il 4,8% dell’Ucraina, lo 0,5% del territorio russo. Terre in cui vivono cinque milioni di persone. Centomila km quadrati. Per gli scienziati resta una sfida aperta determinare con precisione l’impatto della contaminazione sull’ambiente e sull’uomo, anche per la difficoltà di collegare direttamente all’incidente morti e forme tumorali. Trentuno persone morirono subito o poco dopo, ma non ci sono valutazioni definitive e unanimi sul numero preciso delle vittime di Chernobyl, né dei rischi che le radiazioni ancora oggi comportano.

Uno studio congiunto delle Nazioni Unite e dei governi di Russia, Bielorussia e Ucraina (2005-2006) parla di 4.000 morti, nel 2006 Greenpeace ne ipotizzava 93mila. Altri rapporti attribuiscono a Chernobyl centinaia di migliaia di morti, a partire dai “liquidatori” mandati a sacrificarsi e delle persone incaricate di costruire il primo sarcofago di cemento. Senza protezioni adeguate. Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità le persone costrette a lasciare le proprie case nelle zone contaminate - in Ucraina, Russia e Bielorussia - furono 116mila, nel 1986, e altre 220mila in seguito.

L’umanità - scrive il premio Nobel Svetlana Alexievich nella sua “Preghiera per Chernobyl” - non era preparata a questo».

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