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La notte dell’Ilva, la notte infinita di Taranto

Gli spettacoli alla Vaccarella dei grandi italiani, i colpi della criminalità organizzata e l'abbandono colpevole degli spazi, il peso del rischio di guai con la legge a tutti i livelli, la consapevolezza ormai diffusa di dover tenere insieme lavoro e salute dopo le negazioni del passato, l'accorato invito dell'arcivescovo a non accontentarsi di facili scorciatoie davanti ai grandi problemi

di Paolo Bricco


La notte dell’Ilva, la notte di Taranto

10' di lettura

La notte di Taranto è la notte dell'Ilva. La notte di Taranto inizia alle cinque della sera, quando cala la luce nel quartiere popolare di Paolo VI, 30mila abitanti stipati in abitazioni degli anni Settanta, un casermone lungo viale Cannata che sembra una versione accettabile ma sempre triste del Corviale di Roma, però con l'odore del mare. A Paolo VI, in una via secondaria che porta verso la campagna, trovi la Vaccarella. Nessuno ne parla. Nessuno la ricorda più.

Ma la masseria Vaccarella è stata uno dei cuori dell'Italsider, il senso di una impresa di Stato che produceva magari in perdita e senz'altro aveva un rapporto incestuoso e compromissorio con la politica e i sindacati, ma che promuoveva l'arricchimento culturale dei suoi dipendenti e sviluppava un rapporto virtuoso con la comunità.

Luci del lontano passato
«So che, oggi, mentre l'Ilva rischia di chiudere o di essere ridimensionata, può sembrare strano lasciarsi andare alla nostalgia, ma davvero ogni tanto ripenso alle mostre di Giorgio de Chirico e di Renzo Vespignani, alle coreografie di Lindsay Kemp e alle performance dei Momix, ai monologhi di Carmelo Bene e alle esibizioni di Vittorio Gassman, agli spettacoli di Gigi Proietti e ai concerti di Renzo Arbore», racconta Giovanni Guarino, 68 anni, 37 dei quali in Italsider prima come operaio e poi alla formazione, da tempo animatore del Teatro Tatà al Rione Tamburi.

Qui, alle sei di un pomeriggio di tardo autunno, il primo buio non è ancora nero pece e lascia scorgere nitido il profilo dell'abbandono: l'auditorium, l'elegante foresteria dove alloggiavano i dirigenti, la biblioteca, i campi da tennis, il campo da calcio, la piscina. «Era una sorta di compensazione da parte della allora Italsider. Non c'era la sensibilità ambientale che si sarebbe sviluppata dagli anni Novanta. Anche se era già ben intuibile come l'acciaio fosse una industria primaria ad alto impatto.

La Vaccarella non aveva un budget. Era finanziata a piè di lista», ricorda Guarino. Qui è rimasta una palestra di ginnastica e di pugilato. Tutto il resto è stato lasciato andare, inutilizzato dagli uomini e usurato dal tempo. Le luci illuminano questa piccola porzione di spazio ancora in vita. La Vaccarella, con la privatizzazione dell'Italsider, è rimasta al di fuori del contratto di cessione ai Riva e alla fine è stata presa in gestione – attraverso la fondazione Vivere Solidale, fra conflitti e litigi – dai tre sindacati metalmeccanici. A gestire la palestra è Salvatore Cupri, classe 1955, vigilante dell'Ilva fra il 1971 e il 1996: «Il massimo è stato toccato negli anni Ottanta. Era un circolo ricreativo molto popolare. Tanti concerti, tanta musica e tanto sport. Poca biblioteca».

I colpi della malavita organizzata
Il pomeriggio si fa sera e la sera è prossima alla notte. E la notte richiama i fantasmi. Di una storia di uomini e di donne, di acciaio e di fabbrica, di amori e di dolori, di vita e di mala - cattiva - vita. «Gianbattista Tedesco era il mio migliore amico», dice Cupri all'improvviso. Giovan Battista Tedesco, detto Gianbattista, era un ex carabiniere diventato capoturno della vigilanza dell'acciaieria, ucciso sotto casa, proprio qui, nel quartiere Paolo VI, la notte fra il 2 e il 3 ottobre 1989.

Gli spararono i sicari della Sacra Corona Unita. Qualche giorno dopo papa Giovanni Paolo II, in visita all'acciaieria, mangiò in sala mensa e non volle al suo tavolo nessun dirigente dell'Iri e nessun politico della moritura Prima Repubblica: volle con sé la moglie Maria Teresa e il figlio Alessandro.

All'Italsider alcune ditte impegnate a commerciare in rottami ferrosi erano controllate dal clan di Antonio Modeo, detto il Messicano, che l'anno dopo l'assassinio di Tedesco sarebbe stato "sparato" su mandato dei fratelli, per divergenze sulla conduzione delle attività di famiglia. L'anomalia di Taranto e dell'Ilva è anche questa. Industrializzazione e, intorno, una società maledettamente complicata. «Tremo di rabbia, a pensarci, a distanza di trent'anni», dice Cupri.

Il peso immanente di grane con la legge
La notte di Taranto è la notte dell'Ilva. Sono in funzione gli altiforni e le cokerie, in parte illuminati. Dentro c'è il tutto ciclo produttivo, fuoco e fiamme di cui si percepisce l'intensità dalle fessure dello stabilimento. Dai camini, che hanno luci rosse fisse alla loro sommità, escono sbuffi di fumo bianco, che si vedono bene nel contrasto con l'oscurità. Nella notte si alzano gigantesche lingue di fuoco. La copertura del parco minerale è stata realizzata, quella per il parco fossile verrà completata a maggio dell'anno prossimo. Le scorgi nel buio e ti chiedi a che cosa sarà servito spendere 300 milioni di euro, se l'attuale ciclo produttivo sarà ridimensionato o dismesso.

Alle dieci e mezza, alla portineria D, iniziano a entrare gli operai del turno della notte: 23-7, dalle undici della sera alle sette del mattino. Di notte, qui, lavorano in 1.600: 900 addetti nell'area a caldo (acciaieria, agglomerato e altoforni, l'elemento a più alto impatto ambientale su cui si concentrano le critiche di quanti desiderano il ridimensionamento dell'acciaieria), 500 nell'area a freddo (tubifici e laminatoi a freddo) e 200 nei servizi (trasporti e logistica). Alessio Vezzoli, 41 anni, si occupa degli impianti.

Alessio descrive il rattrappimento dei processi aziendali che si è verificato nel momento in cui, ad Arcelor Mittal, è stata prima ridimensionata e poi cancellata la tutela giuridica rispetto a quanto avvenuto prima del suo arrivo in fabbrica: «È come se tutti i processi decisionali si fossero rallentati. Nessuno prende più decisioni. Questo vale soprattutto nella fascia intermedia, quella che deve fare marciare gli impianti tutti i giorni. Noi lo percepiamo chiaramente. La catena di comando dall'alto verso il basso funziona meno. E se anche noi, dal basso verso l'alto, poniamo questioni e facciamo domande, si preferisce non scegliere. Perché tutti hanno paura di avere, un giorno, problemi giudiziari».

Acciaio europeo in profonda crisi, Ilva e' l'iceberg

Il tema dello scudo giuridico, che è la ragione principale addotta da Arcelor Mittal per la recessione dal contratto e la restituzione dell'impresa allo Stato, fa il paio con il tema del mercato (il crollo della domanda in Europa) e della inefficacia del riassetto produttivo messo in atto da Arcelor Mittal che, arrivata un anno fa a Taranto, ha appena richiamato l'amministratore delegato di propria estrazione, Matthieu Jehl, per insediare Lucia Morselli, manager esperta di contabilità industriale e di ristrutturazioni che ha trovato una situazione pessima. Perdite per 2,5 milioni di euro al giorno, 104mila euro all'ora, 29 euro al secondo, inclusi gli attimi di questa notte.

La notte dell'Ilva è fatta anche di rumori: qui alla portineria D senti in lontananza le pietre di calcare che, portate da un rullo che fruscia, finiscono con un rumore di caduta continua sul parco calcare. Alle 23 esatte, questo rumore scompare. E te ne accorgi. Un altro segnale della ridotta attività dell'impianto.

Da «'ste l'incentive?» a «'ste la pensione dell'amianto?»
Mentre il futuro dell'Ilva è ancora più avvolto nelle incognite, dopo sette anni di via crucis, incomincia a condensarsi un sentimento buio di rassegnazione, che fa il paio con i progetti politici di chiuderla o di ridurla significativamente. «Io credo ancora in questa acciaieria e nelle tecnologie con cui farla diventare pulita – assicura Vezzoli – ma ormai due terzi di chi lavora qui ti dice: chiudiamo tutto e andiamo in cassintegrazione per trent'anni».

L'aria è di smobilitazione: fino a poco tempo fa la frase ripetuta ossessivamente ai delegati sindacali era «'ste l'incentive?», adesso è anche «'ste la pensione dell'amianto?»: «c'è l'incentivo?", «c'è la pensione dell'amianto», nella diffusa convinzione che, con l'applicazione di una vecchia norma destinata alle emergenze da amianto, in 2mila potrebbero da un giorno all'altro andare in pensione.

Amianto o non amianto, qui a Taranto il sogno proibito – di notte e di giorno – è quello di diecimila persone tutte in capo all'amministrazione straordinaria, soldi pubblici per fare le bonifiche, sussidi per mezzo secolo e buona notte a tutti. E, questo, vale ancora più adesso che Arcelor Mittal ha appunto spedito la lettera di "riconsegna" dell'impresa allo Stato italiano.

Sporco ovunque e quella vecchia regola
La notte a Taranto, però, non è buona. Fai il giro dei parcheggi di ingresso dell'impianto, rimani abbacinato dalla intensità della luce delle nuove scritte Arcelor Mittal, senti quel rumore particolare di acciaieria in funzione e di grilli che friniscono negli uliveti vicini e ovunque vedi spazzatura per terra.

È così diffusa che ti chiedi se sia stata "prodotta" qui e non portata via o se sia stata portata da fuori e nessuno abbia pensato di rimediarvi. Fa impressione. Ogni impresa che si rispetti pulisce tutto intorno allo stabilimento: anche se formalmente spetta ad altri. Ogni operaio che si rispetti non sporca. E, in ogni caso, se trova sporco intorno alla "sua" fabbrica pulisce. Lo fa da solo. Lo fa con i sindacati. È sempre stato così. Ovunque. In Europa e in Nord America. È una regola base della società industriale.

Ma, davvero, uno si chiede che cosa sia diventata questa impresa, ora controllata – ancora per poco meno di un mese, fino al perfezionamento della recessione del contratto - da Arcelor Mittal. E, purtroppo, che cosa siano diventati questi operai, per non sentire più "loro" questa acciaieria. Lo sporco è dappertutto.

Mare poi cantieri e di nuovo mare
Torni in città avendo ancora in bocca il sapore ferroso dell'aria intorno all'impianto, ti siedi su una panchina che dà sul Mar Piccolo, senti l'aria del Mediterraneo della notte, ne cogli appieno nelle tue narici e con i tuoi polmoni la diversità, la consistenza e l'odore buono e ti fermi ad aspettare che i marinai escano, a metà della notte, con le loro barche.

Taranto è anche questa. Per migliaia di anni una comunità di pescatori e di agricoltori. Nel 1888, 29mila abitanti. Nel 1985, 250mila abitanti. In mezzo, la prima industrializzazione dell'Arsenale Militare a fine Ottocento. Poi, la cantieristica privata dei Cantieri Tosi negli anni Venti del secolo scorso. Infine, l'insediamento nel 1960 dell'Italsider e, negli anni Settanta, il suo raddoppio. La capitale industriale del Mediterraneo. Con una conformazione demografica, culturale e psicologica stratificata ma disorientata, articolata ma senza una identità coesa.

«I nostri nonni, bisnonni, trisnonni facevano i pescatori. E, ora, anche noi siamo tornati a farlo», raccontano i fratelli Boccuni. Preparano le reti per uscire con la loro barca, la Santa Lucia 2. Sono originari di Città Vecchia. Alcuni di loro si sono spostati al Rione Tamburi, secondo un esodo che ha visto nei decenni molti lasciare il meraviglioso e diroccato nucleo arabo di Taranto per andare nel quartiere cresciuto a dismisura a contatto con l'Italsider. Dice Angelo, la tuta e il cappellino del Milan addosso: «Se è duro uscire nella notte e tornare all'alba? No, non è duro. È duro il caro carburante. È duro il mercato del pesce che c'ha i prezzi bassi. Non è duro lavorare». Suo fratello Francesco ha lasciato l'Ilva e ha il sorriso di chi ha scelto di costruirsi una vita nuova: «Ho preso i 100mila euro di incentivo. Con una parte di quei soldi, abbiamo comprato la barca. Sedici anni là, sono stato. Sono uscito con l'asma bronchiale».

La finestra d'ospedale con vista
La notte dell'Ilva è la notte di Taranto. La notte di Taranto è fatta di immagini improvvise, come le palme di Piazza Castello che, con la luce artificiale, sembrano le palme del periodo più disperato e tossico del pittore Mario Schifano. Lasci il centro a torni a Paolo VI. L'ospedale si chiama San Giuseppe Moscati. Qui ti trovi davanti alla contraddizione di Taranto, che è la contraddizione del Sud, che è la contraddizione dell'Italia.

Aspetti che faccia giorno in macchina, sulla strada. Perché non esiste un parcheggio. La via è piena di buche e, ai lati, è assiepata la sporcizia. Entri nella struttura. Vai al sesto piano. Nel reparto di oncologia diretto da Salvatore Bisconti trovi non solo competenza e umanità, ma anche organizzazione ed efficienza. Questo reparto è uno dei punti di eccellenza – sul serio, nella esperienza delle persone, non nel marketing della politica – della rete sanitaria regionale. Ha sessanta posti letto.

Ogni giorno, incluse le visite e le cure somministrate a pazienti che poi tornano a casa, passano da qui cento persone. Bisconti è un uomo mite e attento. Non ha nulla della posa inamidata di tanti primari degli ospedali italiani. Sa pesare il valore delle parole: «Esiste un nesso causale fra l'acciaieria e la malattia. È chiaro che conta molto lo stile di vita. Perché se fumi tantissimo e vivi a Taranto, qualcosa probabilmente ti viene. Ma l'ambiente è determinante. Quando sono arrivato qui nel 1989, non esisteva coscienza ecologica e scientifica. Poco alla volta si è formata. Ad un certo punto alcuni sostenevano che non vi fosse il nesso causale. Ma, poi, questa posizione è rapidamente scomparsa. E, ora, nessuno nega più. La consapevolezza è diventata patrimonio comune di tutti. Al di là delle posizioni su che cosa capiterà all'acciaieria, oggi il dibattito su come conciliare salute e occupazione è, da questo punto di vista, un dibattito civile».

Nella notte di Taranto che si sta facendo giorno, almeno questo elemento di chiarezza è stato raggiunto. Qui, nel reparto oncologico, trovi una finestra particolare. «Nelle notti – indica Bisconti – i nostri pazienti vedono da questa finestra l'acciaieria. È una prova non semplice. La notte amplifica i sentimenti, le paure e il dolore. Tu già non stai bene. Guardi fuori. E, nel buio, vedi le ciminiere illuminate».

«La persona si realizza nell'opera»
Da Paolo VI torni alla Città Vecchia. L'arcivescovo Filippo Santoro è reduce dall'ultimo Sinodo, dove ha ricoperto il ruolo di padre sinodale di nomina pontificia. Nella Conferenza Episcopale Italiana, è presidente della Commissione per i problemi sociali, il lavoro e la custodia del creato. È stato per molti anni in Brasile. Ora, da otto anni, è a Taranto: «Quando, un anno fa, Arcelor Mittal si insediò qui, vennero a trovarmi i vertici europei del gruppo. Io posi domande dirette sulla ragione strategica, sul problema del lavoro e sul tema ambientale. Loro mi risposero che non erano venuti per appropriarsi delle quote di mercato, ma che l'Europa era essenziale e che Taranto aveva un sistema di infrastrutture e una posizione molto buona al centro del Mediterraneo. Aggiunsero che avrebbero potuto acquistare una acciaieria in Sud Africa, che li avrebbe rafforzati nella loro proiezione sull'Oceano Indiano. Sulla decarbonizzazione, mi spiegarono che avevano degli esperimenti in corso, ma che avrebbero senz'altro usato le migliori tecnologie tradizionali nell'area a caldo. Sul lavoro, sostennero che non avrebbero licenziato nessuno e che, al massimo, avrebbero fatto ricorso agli ammortizzatori sociali».

Il contesto è radicalmente cambiato. Il piano originario non ha funzionato. E, ora, Arcelor Mittal ha appunto avviato la procedura di restituzione dell'Ilva allo Stato. Con chissà quali ricadute dirette per Taranto sulla occupazione e sul reddito delle famiglie e per l'economia italiana in termini di Pil cancellato e di mancate forniture alla nostra manifattura.

«Non va bene, sono molto preoccupato. Siamo in una terra sconosciuta. C'è una fragilità dell'insieme, fra politica e impresa, che spaventa», riflette Santoro. Ma, al di là delle decisioni di Arcelor Mittal e delle contromisure della politica, qui il problema non è solo quello dei corpi – la salute – , ma è anche quello dell'anima della città. «In questo momento – nota Santoro – ci sono esplosioni emotive favorevoli alla chiusura dell'impianto. E si radica l'idea della possibilità, anzi della auspicabilità, di una cassintegrazione di dieci, venti, trenta, quarant'anni come via di uscita. Tutto questo non è né razionale né sostenibile economicamente per i conti pubblici. E, poi, non è dignitoso. La persona si realizza nell'opera. È sbagliato alimentare una mentalità che vive di espedienti».

E appena fuori dall'arcivescovado, ormai alla luce piena del giorno, ti rendi conto che la notte di Taranto rischia – nella realtà delle cose e nei cuori delle persone – di non finire più.

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