25 anni dopo capaCi/L’evoluzione DELLA MAFIA

La nuova Cosa nostra: silente e mercatista

di Roberto Galullo

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14' di lettura

Venticinque anni dopo la strage di Capaci – nella quale il 23 maggio 1992 persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta – capisci che Cosa nostra è cambiata. E se è cambiata lo ha fatto per tenere fede al proprio codice genetico, in grado di evolvere e anticipare le mosse dello Stato.
Perché anche di Stato vive.
Questi 25 anni cristallizzano e sospendono l'auspicio di Falcone, secondo il quale la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.

Ecco, 25 anni dopo siamo ancora alla fase evolutiva, lunga, lunghissima e forse, questa si, senza una fine. Eppure, in questo periodo, i grandi capi di Cosa nostra – tranne Matteo Messina Denaro – che mettevano le bombe, sono tutti in galera condannati all'ergastolo, sono state scoperte centrali del riciclaggio, sono stati svelati immensi traffici di droga, sono state portate alla luce e condannate collusioni politiche. Certo, molti boss stanno tornando in libertà.

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Scarpinato: «Lacrime di coccodrillo sulla memoria di Giovanni»
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In questi 25 anni è cambiato il mondo, con eventi di portata storica che hanno sconvolto la società nazionale e internazionale e come afferma al sole24ore.com il procuratore generale presso la Corte d'appello di Palermo, Roberto Scarpinato, che fu tra i pochi a condividere con Falcone e Paolo Borsellino amicizia, passione e metodo di lavoro, «la crisi economica ha avuti ripercussioni nella mafia tradizionale ma nello stesso tempo le componenti più dinamiche della mafia hanno capito che è finito il tempo della prima Repubblica e cavalcando in modo spregiudicato la nuova cultura del mercato si sono riconvertite in agenzie che soprattutto nei territori del centro nord offrono sul libero mercato beni e servizi illegali per i quali, soprattutto dopo la globalizzazione, è esplosa una domanda di massa alimentata da migliaia e migliaia di cittadini normali che chiedono droga, prostituzione, gioco d'azzardo, tabacchi detassati, beni contraffatti e da parte delle imprese servizi che contribuiscono ad abbattere i costi d'impresa» (si veda il filmato con l'intervista integrale a Scarpinato).

COSA NOSTRA A PALERMO

Le famiglie mafiose in città (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Questa nuova mafia silente e mercatista – che si conforma totalmente alle logiche liberiste del mercato, senza adottare alcuna contromisura protezionistica – sta cambiando il rapporto con il territorio perché non gioca con la violenza ma offre sul libero mercato beni e servizi che vengono richiesti sul territorio e con esso stabilisce un rapporto collusivo. «La cosa più grave – continua Scarpinato – è che questa mafia mercatista alimenta un flusso monetario che è stato sdoganato culturalmente perché la Ue ha deciso che dal 2014 in poi per calcolare il Pil della Ue bisogna computare anche i fatturati dal traffico della droga e della prostituzione perché si tratta dal punto di vista macroeconomico di prestazione di servizi e fornitura di beni a fronte dei quali c'è una controprestazione monetaria che incrementa il ciclo economico».

COSA NOSTRA IN PROVINCIA DI PALERMO

Le famiglie mafiose in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Le radici nel tempo
Il sistema criminale di Cosa nostra altro non è che l'evoluzione logica e non ancora completata di quella parola che comparve per la prima volta nella relazione che il 25 aprile 1865 il prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio inviò al ministro dell'Interno Giovanni Lanza: mafia. O di quanto scrivevano i deputati Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti nella loro inchiesta sulla Sicilia nel 1876. Le pagine di Franchetti e Sonnino fotografavano la condizione di una Sicilia povera e ignorante, in cui la criminalità organizzata godeva di un'universale complicità ai più svariati livelli, era organica al sistema di clientele e alla natura particolaristica dei rapporti sociali e alimentava la fedeltà verso un gruppo ristretto di individui mimando il consenso e la fiducia nelle Istituzioni. «Ma – osserva Franchetti – se dopo l'abolizione della feudalità non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi e i mezzi di sancirla: le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L'istrumento che conveniva adesso adoperare per i soprusi, era in molti casi l'impiegato o il magistrato». Tutto cambia affinché nulla cambi: in occasione degli arresti del 3 agosto 2015 nel corso dell'operazione Hermes, il pm di Palermo Maria Teresa Principato dichiarò: «Nonostante il territorio sia più che sorvegliato, ancora non siamo riusciti a prendere Matteo Messina Denaro. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello».

COSA NOSTRA IN PROVINCIA DI AGRIGENTO

Le famiglie mafiose in città e in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Il volto della corruzione
Eccolo dunque l'altro volto, sempre più raffinato, di Cosa nostra del nuovo millennio: la corruzione. Nel suo intervento del 2 marzo 2016 in Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, ha posto, non a caso, l'accento sul fatto che «quando la corruzione si incrocia con la mafia, diventa un reato devastante» perché «è risibile considerare il 416-bis solo un reato contro l'ordine pubblico, mentre dovrebbe essere concepito come (…omissis…) un reato contro la personalità dello Stato, contro gli assetti democratici del nostro Paese». «La Corte di Cassazione – aggiunge inoltre Scarpinato – ha avuto grave difficoltà ad applicare il 416 bis alla cosiddetta mafia silente che non usa il metodo violento di intimidazione sul territorio».
È evidente, allora, che la partita per combattere le mafie deve seguire il monito del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 28 aprile 2016 a Scandicci (Firenze), in occasione dell'inaugurazione dei corsi della Scuola superiore di magistratura esortò a «spezzare le catene della corruzione, che va combattuta senza equivoci e senza timidezze»,
aggiungendo, poi, che la corruzione commessa dai dirigenti politici è più grave, perché da loro «è stato assunto un duplice dovere di onestà, per sé e per i cittadini che rappresentano». E' proprio questo genere di condotte che, anche fuori dalla regione d'origine e all'estero, consentono al mafioso di radicarsi, conglomerandone gli interessi con quelli della realtà economica locale.

COSA NOSTRA A TRAPANI

Le famiglie mafiose in città e in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Ecco allora che diventa un fattore chiave, anche per gli ordinamenti di altri Paesi, interpretare i “comportamenti” di queste “figure di mezzo” alla luce di strumenti giuridici come l'aggravante dell'articolo 7 del dl 152/1991, che intercetta il cosiddetto metodo mafioso o ancora dando corpo al controverso concorso esterno in associazione mafiosa, fattispecie che punisce coloro che contribuiscono al rafforzamento della mafia, pur non facendone organicamente parte. Si tratta, in buona sostanza, come ricorda il direttore della Dia (Direzione investigativa antimafia) Nunzio Antonio Ferla, di valorizzare e rendere sempre più efficaci strumenti normativi che consentano di combattere le organizzazioni criminali su una frontiera, quella dei professionisti contigui dell'economia, dell'imprenditoria, della politica e della pubblica amministrazione che, «ammantandosi di mafiosità», sembrano aver raccolto il testimone per traghettare le mafie tradizionali verso un nuovo modo di essere mafie.
E non si tratta di una mera percezione, tenuto conto che il numero di soggetti ai quali nel semestre è stata contestata l'aggravante del metodo mafioso è il più alto degli ultimi anni.

COSA NOSTRA A CALTANISSETTA

Le famiglie mafiose in città e in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Il corollario di professionisti
Che la mafia siciliana sia una continua evoluzione che ruota intorno ad una universale complicità, sempre più silente e mercatista, lo capisci da quel che lo Stato dice in ogni occasione in cui può metterlo nero su bianco. Come, a febbraio di quest'anno, ha fatto ancora il direttore della Dia Ferla, che nella relazione sul primo semestre 2016 inviata al Parlamento, sottoscrive che «in molti casi le indagini hanno evidenziato anche l'attivismo di una vasta area grigia – composta da imprenditori, professionisti, esponenti della politica o pubblici funzionari – che concorre, con diversi gradi d'intenzionalità specifica, al successo delle strategie mafiose. Tali soggetti avrebbero messo a disposizione dei sodali le propria professionalità o le stesse imprese, nell'intento di agevolare l'associazione, beneficiando, di contro, di alcuni “servizi” (protezione, liquidità, garanzie nell'aggiudicazione di appalti) che nelle prime fasi dell'accordo rappresentano una sorta di avviamento mafioso (...) Cosa nostra riesce, così, non solo a condizionare gli apparati politico-amministrativi locali, ma potendo disporre di consistenti capitali “a basso costo”, altera inevitabilmente il sistema economico-finanziario».
Sinergie professionali (va ricordato che per il capo della Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri, l'area grigia non esiste ma esiste solo un'area nera illegale e mafiosa contrapposta alla legalità) cementate dalla corruzione: ecco la strategia delle mafie e non certo da oggi. Svelare e scardinare queste figure significa centrare gli obiettivi della moderna criminalità organizzata. Il problema, semmai, si pone rispetto ai profili di responsabilità dei singoli e alla qualificazione delle condotte, non sempre esattamente inquadrabili nell'associazione di stampo mafioso. E non c'è dubbio che Palermo – nuovamente insofferente verso Corleone – rappresenta l'epicentro dei fenomeni mafiosi: un vero e proprio hub criminale, dal quale s'irradiano le principali attività illecite, protese verso l'acquisizione di denaro e il condizionamento del tessuto politico e socio imprenditoriale.

COSA NOSTRA AD ENNA

Le famiglie mafiose in città e in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Portafogli più poveri
Che la mafia siciliana sia una continua evoluzione che ruota intorno ad una universale complicità silente e mercatista lo capisce da quel che lo Stato dice in ogni occasione in cui può dirlo. Come è accaduto al capo della Procura di Palermo Francesco Lo Voi che il 12 gennaio 2016 parlando in Commissione antimafia del reinvestimento delle ricchezze di Cosa nostra ha affermato che «ormai, sia per l'evoluzione della stessa società, sia per l'evoluzione della finanza e dei circuiti finanziari, c'è necessità che determinate attività illecite inevitabilmente vengano svolte con il contributo di professionisti, di commercialisti, di ingegneri, di avvocati, di esperti in materia fiscale, di esperti in transazioni anche internazionali, che possano consentire da un lato l'occultamento e dall'altro lato il riciclaggio e il reinvestimento».

COSA NOSTRA IN PROVINCIA DI CATANIA

Le famiglie mafiose in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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E a proposito di prevenzione e contrasto dello Stato alle mafie, Lo Voi ha sottolineato che «è un settore sul quale personalmente – ma non è la prima volta, è accaduto anche in passato, prima del mio arrivo alla procura di Palermo – ho ritenuto di dover investire e ho chiesto alle forze di polizia di investire le migliori energie e risorse, perché non siamo più ai tempi in cui il reinvestimento delle ricchezze frutto delle attività illecite della mafia avveniva con l'acquisto di terreni o con la costruzione di qualche fabbricato». E proprio l'attacco ai patrimoni illeciti – a dispetto di un precario, datato e farraginoso funzionamento dell'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie e nonostante che tra un sequestro e una confisca possano trascorrere anche fino a 17 anni, distruggendo così il valore dell'impresa o dell'immobile sottratto – è uno degli strumenti da affinare ed esaltare. Basti pensare che dal 1992 a fine 2016 a Cosa nostra sono stati sequestrati dalla Dia beni mobili e immobili per oltre 11, 6 miliardi e confiscati beni per oltre 4,7 miliardi. Senza contare l'attività omologa della Guardi di finanza. Nel quinquennio 2012/2016 i provvedimenti di sequestro hanno raggiunto un valore complessivo di oltre 2,6 miliardi quelli di confisca di oltre 1,4 miliardi. Al 30 settembre 2015 l'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati e confiscati alle mafie in Sicilia conta 6.916 beni immobili (3.947 destinati, 2.852 in gestione, e 117 usciti dalla gestione statale) e 553 aziende in gestione (280 sono uscite dalla gestione statale).
Che la mafia siciliana sia una continua evoluzione che ruota intorno ad una universale complicità silente e mercatista lo capisci da quel che lo Stato dice in ogni occasione in cui può dirlo. Come ha dichiarato la presidentessa della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi a Palermo il 18 luglio dello scorso anno: «Cosa nostra protagonista della stagione delle stragi non c'è più ma la mafia c'è ancora, con tutte le sue mutazioni che non sfuggono agli inquirenti, vorremmo che non sfuggissero alla società che rischia di essere connivente e compiacente con un modo di agire delle mafie».
Che la mafia siciliana sia una continua evoluzione che ruota intorno ad una universale complicità silente e mercatista lo capisci da quel che lo Stato ricorda, ogni volta che può, quanto sia strategica per Cosa nostra la presenza carsica nelle vene della società e quanto sia lontana – questa sì è una gran differenza con 25 anni fa – la scelta di terrorizzare l'Italia con stragi e attentati. Anche se i rischi per la vita, in particolare, del pm Antonino Di Matteo, non debbono far mai abbassare la soglia dell'attenzione al punto che, anche per evitare che la situazione possa degenerare tragicamente, il Csm ha votato anche per questo motivo con favore al trasferimento del magistrato presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo di Roma.

COSA NOSTRA A CATANIA

Le famiglie mafiose in città (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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L'autorigenerazione
Lo Voi, affrontando il tema del “silenzio” il 4 novembre 2015 dirà in Commissione parlamentare che bisogna fare attenzione alla sommersione. «È vero che Cosa nostra ha subìto dei colpi rilevanti nel corso degli ultimi due decenni – dirà Lo Voi davanti ai commissari parlamentari – ma è altrettanto vero che registriamo quotidianamente la sua capacità di autorigenerazione, che magari non raggiunge più i livelli qualitativi rappresentati dagli importanti uomini d'onore di una volta, ma che non per questo cessano di essere pericolosi o sono meno pericolosi, anzi, in mancanza di un rigido controllo nella procedura di selezione degli uomini d'onore e degli affiliati alla mafia, rischiano di essere addirittura più pericolosi. Bisogna quindi stare attenti ai momenti di apparente silenzio sotto il profilo della sicurezza in generale, che riguardi gli uomini delle istituzioni come i semplici cittadini vittime delle varie attività illecite tipiche di cosa nostra, ma bisogna stare altrettanto attenti alla capacità di rigenerazione di Cosa nostra».
Una lettura condivisa, tanto che nella relazione della Dia al Parlamento sul primo semestre 2016 si legge che «il fenomeno dell'inabissamento non è da intendersi come depotenziamento, quanto piuttosto una, seppur forzata, scelta strategica di sopravvivenza finalizzata a sottrarsi alla pressione dello Stato, gestendo in maniera silente – ma adeguandosi costantemente ai mutamenti sociali – gli affari “interni” ed “esterni”. In questa ottica, l'organizzazione si sarebbe specializzata nel controllo e nella fornitura di beni e servizi di varia natura, adottando una “strategia di mercato” selettiva, tendenzialmente mirata a soddisfare le puntuali esigenze del mercato criminale, in cui il rapporto con la controparte risulta spesso basato su un reciproco vantaggio. A questa strategia “evoluta”, si affianca una più tradizionale modalità d'azione, basata sostanzialmente sulla capacità di esercitare una forte influenza sul territorio in cui viene a radicarsi».
Cosa nostra, che continua ad essere un'organizzazione con una propensione ancora verticistica ma nei fatti multipolare, che si avvale di molteplici centri di comando ed opera in uno scenario eterogeneo, in cui si rilevano sconfinamenti, indebite ingerenze, candidature autoreferenziali e, ancor più, la tendenza di famiglie e mandamenti ad esprimere una maggiore autonomia, non molla la presa anche perché, spesso, lo Stato gli offre il destro per non mollare.

COSA NOSTRA IN PROVINCIA DI SIRACUSA

Le famiglie mafiose in città e in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Una legislazione da rivedere
In quest'ottica, ad esempio, è necessario valutare come in concreto siano tanti i soggetti già condannati per mafia che, scontata la pena, tornano a delinquere e ad essere nuovamente arrestati, processati e condannati per il medesimo delitto. A tale proposito bisogna tornare a chiedersi se il legislatore non debba approntare, per le ipotesi accertate di reiterazione nel delitto, un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione. Quantomeno, nella contestazione dei delitti per soggetti che rispondono a tali caratteristiche è auspicabile un maggiore ricorso alla richiesta ed alla adozione nella sentenza dell'affermazione di delinquente abituale (articolo 109 del codice penale).
Lo strumentario normativo e tecnico sin qui utilizzato nella lotta alla criminalità organizzata, dei quali sono elementi strutturali l'apporto dei collaboratori di giustizia, la ricerca di sempre maggiore collaborazione da parte delle vittime dei reati, soprattutto in tema di estorsioni e le indagini basate sui supporti tecnologici, si è dimostrato parzialmente adeguato allo scopo. Questi elementi costituiscono un sistema di contrasto alla organizzazione mafiosa in cui ciascun aspetto è necessario e insostituibile. Le stesse tecniche di indagine possono e devono essere applicate oltre che ai fenomeni criminali “tipici” e alla ricerca dei latitanti, alla individuazione dei collegamenti di Cosa Nostra con settori della economia, in funzione della sottrazione dei patrimoni in tutto od in parte posseduti dalla mafia o accumulati da imprenditori compiacenti attraverso patteggiamenti o fittizie intestazioni di beni a seguito di accordi con la stessa.
Occorre applicare, ampliare e raffinare, in altre parole, quel “metodo di lavoro” che rappresenta l'eredità lasciataci da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che mira a cogliere i nessi e i collegamenti anche tra fatti apparentemente slegati tra loro. «Dobbiamo rassegnarci a svolgere indagini molto ampie, a raccogliere il massimo delle informazioni utili e meno utili; a impostare le indagini alla grande agli inizi per potere poi, quando si hanno davanti i pezzi del puzzle, costruire una strategia»: sono parole di Falcone che sintetizzano un metodo fondato sul principio della bontà della centralità delle informazioni e della circolarità degli apporti informativi, dove “circolarità” non sta a significare una “riserva di competenze”, quanto, piuttosto, un elemento di arricchimento e di propulsione del sistema di prevenzione e contrasto, anche attraverso l'analisi dei fenomeni criminali.
Senza contare che – ovunque nel campo della normativa antimafia – fatta la legge, le organizzazioni criminali trovano il modo di ingannarla. Accade per le interdittive antimafia per le quali i ricorsi amministrativi sconfessano spesso le decisioni emesse, accade per il principio dell'attualità delle condotte criminali che sempre più spesso disattende in sede di riesame le restrizioni decise dalla pubblica accusa, succede in campo interazionale dove manca una definizione univoca dei reati mafiosi e accade perfino sulla valutazione degli elementi concreti, univoci e rilevanti che possono condurre allo scioglimento di un organo amministrativo. E' quanto ha denunciato l'11 ottobre 2016 in Commissione antimafia il prefetto di Catania (provincia nella quale Cosa nostra è tornata prepotentemente attiva grazie al collante ancora una volta corruttivo della pa e alla miscela esplosiva della massoneria deviata) Maria Guia Federico. «C'è una sentenza del Consiglio di Stato del 19 ottobre del 2015 – dirà di fronte ai commissari – che, sostanzialmente, ci dice che la semplice parentela o la rilevazione di semplici elementi di parentela non può indurre, seppur nell'ambito della discrezionalità che spetta, a predisporre un accesso, dal momento che non ci sono quei fenomeni univoci, concreti e indiscutibili di permeazione, di infiltrazione e di condizionamento dell'ente pubblico».

COSA NOSTRA IN PROVINCIA DI RAGUSA

Le famiglie mafiose in città e in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Il “pascolo” globalizzato
Leggete questa frase: «Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel pascolo palermitano e non nel resto d'Italia non farebbe che perdere tempo». E ora leggete quest'altra: «Come potrà testimoniare qualsiasi investigatore i criminali si stanno tutti trasferendo sul web e, in particolare, su Whatsapp, Skype, Facebook e altri numerosi social network. Certo, ci sono in Italia le norme del codice di procedura penale che consentono le intercettazioni di flussi telematici ma il problema è noto: i gestori delle reti di comunicazione via pc (Google, Facebook, ecc) non sono italiani ma stranieri (spesso statunitensi) e, quindi, per attivare tali intercettazioni telematiche, è necessaria la rogatoria internazionale. E, nonostante l'ampia ed apprezzabile disponibilità mostrata dalle Autorità estere, specie statunitensi, è necessario comunque fare i conti con ordinamenti giuridici diversi, che hanno diversi criteri di valutazione della prova ed istituti ancora diversi, che rendono complessa e talora impediscono l'attivazione del servizio. E ciò a tacere dei tempi, che nonostante, la disponibilità delle autorità straniere, sono ovviamente ben più lunghi di quelli dell'attivazione di una intercettazione nella quale non si deve percorrere la via rogatoriale».
Sono passati quasi 35 anni dalla prima denuncia – lanciata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 10 agosto 1982 in un'intervista rilasciata a Giorgio Bocca di Repubblica appena 25 giorni prima di essere ucciso con la moglie da Cosa nostra – a quest'ultima analisi, messa nero su bianco nella relazione 2015 della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dnaa).
Cambiando una sola frase – resto d'Italia con “resto del mondo” – ecco riaffacciarsi lo spettro di una guerra alla globalizzazione dell'economia criminale mafiosa combattuta, come accadde del resto al prefetto Dalla Chiesa, con le cerbottane, per quanto evolute da tre decadi di esperienza e innovazione, anziché con l'armonizzazione giuridica e la globalizzazione telematica.
Vero è che l'intercettazione telematica può essere attivata anche senza la collaborazione della società che gestisce le reti, infettando con un virus il terminale del soggetto da intercettare ma inviare il virus – sottolinea la Dnaa – non è la stessa cosa. Perché non è detto che il virus riesca ad essere attivato nell'apparato del destinatario e comunque non è detto che lo faccia subito; perché può essere individuato e scoperto; può non consentire tutte le operazioni di ascolto e lettura dei dati e dei messaggi che, invece, consente l'intercettazione normale; la società che inventa e gestisce questo virus può essere messa sotto attacco dagli hacker.

COSA NOSTRA IN PROVINCIA DI MESSINA

Le famiglie mafiose in provincia (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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Tuttavia una semplice soluzione del problema esiste – mette nero su bianco il gruppo di lavoro della Dnaa sulla criminalità transnazionale – ed è esclusivamente politica. «Sarebbe sufficiente una legge di non più di due o tre articoli – scrivono i pm antimafia – nella quale lo Stato, garantendo la piena libertà d'iniziativa economica nel settore della telecomunicazione a tutte le imprese che vi operano, imponga, però, alle stesse, un obbligo chiaro e francamente esigibile tenuto conto dei fatturati di queste società: se intendono gestire le reti telematiche che attraversano il nostro Paese, se vogliono gestire i dati sensibili di milioni d'italiani, almeno chiediamogli, come conditio sine qua non per operare da noi, un semplice adempimento burocratico: aprano una sede legale della loro società anche in Italia».
In attesa dei tempi biblici del Legislatore, le Direzioni distrettuali antimafia vanno avanti come treni anche se sanno di fronteggiare la globalizzazione telematica dell'economia criminale mafiosa con ritardi intollerabili. Un esempio, uscito da poco alla ribalta, è quello della Procura di Palermo, che a giugno 2014 ha presentato una rogatoria agli Usa, con la richiesta di assistenza giudiziaria internazionale per acquisire dati e notizie transitate su Facebook, utilizzato da familiari e persone vicine al boss trapanese Matteo Messina Denaro. Il social network ha fornito una lunga serie di dati e anche questo ha permesso indagini sempre più penetranti sulla primula rossa di Cosa nostra, alla cui famiglia “allargata” è stato già sottratto un patrimonio di circa tre miliardi, che hanno portato la Dda a effettuare, dopo quelle in Svizzera, nuove rogatorie in Brasile, America, Inghilterra e Spagna.

COSA NOSTRA A MESSINA

Le famiglie mafiose in città (Fonte: Dia - I semestre 2016)

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