Persone

La nuova Europa post pandemia e quella solidale di Parrillo

di Giuseppe Di Taranto

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4' di lettura

In tempi di Next Generation Eu e Mes la riscoperta del pensiero e dell’opera di Francesco Parrillo (1912-2003), sostenitore dell’Ue sin dalle sue origini perché certo della capacità dei popoli di «comprenderne l’alto significato e il valore storico della moneta unica», permette dianalizzare anche i motivi della sospensione del Patto di stabilità e crescita e delle sue criticità, tanto da farne richiedere una riforma dalla Commissione europea ancor prima della pandemia.

L’immagine che ci offre Rita Mascolo, docente di Storia dell’economia e dell’impresa alla Luiss Guido Carli e di Economia comportamentale all’Università europea di Roma, è di uno studioso le cui competenze spaziavano nel vasto campo della interdisciplinarità. Parrillo coniugò la sua professionalità accademica, prima come libero docente di Legislazione bancaria e poi come professore ordinario di Politica economica e finanziaria presso “La Sapienza” di Roma, con interessi scientifici diversi, come mostra la sua partecipazione, tra gli altri, all’Institute international des Finances Publiques, alla Italian Econometric Association di Boston o la direzione del Centro di ricerca sui mercati finanziari della Luiss.

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Parrillo si avvicinò agli studi sull’Ue con una “ideologia dello sviluppo” fondata sul rispetto della dignità umana e sulla solidarietà coniugati con la equa redistribuzione del reddito e su un reale processo di cambiamento, nel medio-lungo periodo, delle istituzioni, delle strutture economiche e degli ordinamenti giuridici, nel solco della tradizione italiana di Romagnosi, Messedaglia, Toniolo e Vito. L’occasione gli fu offerta, nel 1991, da Guido Carli, all’epoca ministro del Tesoro e rappresentante dell’Italia per la sottoscrizione del Trattato di Maastricht, che lo incaricò di seguire il processo evolutivo dell’Unione e le successive fasi che avrebbero condotto alla introduzione della moneta unica.

Coerentemente con la sua ideologia dello sviluppo Parrillo si oppose all’approvazione rigida dei rapporti deficit/Pil e debito/Pil al 3% e al 60% quale premessa all’approvazione del Trattato, perché li reputava condizioni “capestro”, in accordo anche con Carlo Azeglio Ciampi, in quegli anni governatore della Banca d’Italia, che sosteneva che la stabilità monetaria dipende da cambiamenti che richiedono tempo.

A Maastricht, i rappresentanti italiani riuscirono a ottenere l’accettazione della flessibilità dei due parametri attraverso una interpretazione non rigida dell’articolo 104 lettera c del Trattato, che prevedeva che fosse sufficiente la sola tendenza al loro raggiungimento, ma il successo fu di breve momento.

Nel 1995, il ministro delle Finanze tedesco Theo Waigel propose l’adozione di un Patto di stabilità per cancellare il principio di flessibilità introdotto da Carli e Parrillo che reputavano «assurdo» che le condizioni di finanza pubblica di una nazione fossero valutate in termini di punti percentuali prestabiliti rispetto al Pil, senza considerare le condizioni dell’economia e rifiutando la rigidità voluta dalla Germania, che considerava quei parametri inderogabili per l’adozione dell’euro. L’interpretazione dell’articolo 104 lettera c permise all’Italia di entrare nell’eurozona sin dall’inizio. Ma, inserito in due risoluzioni politiche nel Consiglio europeo del dicembre del 1996, il Patto fu adottato nel vertice di Amsterdam del giugno del 1997.

Per Parrillo, la sua l’approvazione rappresentò una specie di disputa filosofica tra Germania e Francia – che chiese e ottenne l’aggiunta del termine «crescita» nella sua definizione – unite nell’ortodossia monetarista e nel feticismo dei conti pubblici e che si autocandidavano a essere i pilastri dell’Unione. Ma che si scontravano tra una visione di una Europa solidale e democratica, voluta dal presidente francese Jacques Chirac, e quella più rigida e tecnocratica del cancelliere tedesco Helmut Kohl, visione che determinò anche la creazione di una Bce a immagine e somiglianza della Bundesbank. Chirac, a giudizio di Parrillo, riuscì a salvare il primato della politica, rivendicando, all’epoca, alla discrezionalità del Consiglio europeo il potere di gestire le regola per i disavanzi eccessivi. Perciò, egli si oppose sempre a una concezione dell’Europa, sostenuta da non pochi economisti, incentrata su una «cooperazione senza egemonia» e ricordava quando, proprio nel 1992, anno dell’approvazione del Trattato di Maastricht, l’Italia fu lasciata sola nella svalutazione della lira e costretta ad abbandonare lo Sme, allorquando la Bundesbank corse in aiuto della Francia. Azione che sanciva la stretta intesa franco-tedesca nel dare avvio a una moneta unica limitata a una piccola Europa, con la partecipazione di Lussemburgo, Belgio e Olanda, progetto mai abbandonato dalla Germania di una Unione monetaria a due velocità o, come sosterranno nel 1994 Wolgfang Schauble e Karl Lamers, a geometrie variabili, che escludeva, Italia e Spagna.

In più occasioni sia Chirac che Kohl ribadirono che la realizzazione della moneta unica sarebbe dovuta procedere parallelamente al consolidamento dell’asse franco-tedesco e, in quell’ottica, caldeggiavano la logica dell’opting in, secondo la quale potevano procedere all’integrazione solo gli «Stati in grado di farlo», perché, come affermava Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank negli anni 90, «la Germania non era disposta a aiutare nessuno».

Parrillo si oppose al progetto di una Unione a due velocità e doppia circolazione dell’euro, che attraverso un cambio più debole per i Paesi del Sud ne avrebbe causato non poche criticità, a vantaggio degli Stati del Nord, in linea con la filosofia unitaria di Konrad Adenauer, Robert Schuman e Alcide De Gasperi che nel preambolo del trattato istitutivo della Ceca dichiararono che la costruzione dell’Europa doveva fondarsi su una solidarietà di fatto e su basi comuni di sviluppo economico.

Il volume di Rita Mascolo è l’occasione, attraverso gli studi di Francesco Parrillo, per ricostruire l’architettura dell’Ue, con i suoi valori e con i suoi errori, nella seconda metà del 900, Unione che ha dimostrato di essere un riferimento imprescindibile nel processo di globalizzazione della solidarietà.

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