Innovazione

La nuova frontiera dell’industria della moda? Il manager della diversità

Nuovi modelli per la distribuzione, ruolo degli influencer, cambiamento del ruolo degli stilisti: fra i temi più rilevanti del settore per i prossimi mesi, si fa avanti anche la necessità di incoraggiare e gestire la diversità

di Giulia Crivelli


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Renée E. Tirado è alla guida dei progetti sulla diversità, l'equità e l'inclusione a livello globale di Gucci

2' di lettura

Cambio dei mix distributivi nel nome della multicanalità; futuro incerto per gli influencer, con limitazioni annunciate (vedi Instagram) e venture; nuove regole per l'e-commerce, per evitare trattamenti fiscali di favore per chi compra e chi vende e, ancora più importante, per evitare che ai lavoratori del settore (vedi Amazon) manchino le giuste tutele. E ancora. Cambiamenti nel ruolo degli stilisti; necessità di riempire le caselle rimaste vuote o di sapere cosa faranno i designer che hanno lasciato incarichi di direttore creativo; rincari delle materie prime e scenari di guerre tariffarie che preoccupano anche le aziende del lusso, minacciandone la proverbiale resilienza a ogni ciclo economico.

Sono solo alcuni dei temi sui quali si dibatte e che ci accompagneranno da qui alla fine dell’anno e oltre. A guardar bene, però, sono temi che, mutatis mutandis, l’industria della moda ha sempre affrontato: riguardano la distribuzione, la necessità di ottimizzare produzione e marketing e, naturalmente, il bisogno di incontrare – o anticipare – i gusti e le esigenze dei consumatori. Con la globalizzazione è diventato tutto più complesso, ma i punti di partenza e di arrivo (il successo commerciale e la soddisfazione degli stakeholder) non sono cambiati.

La novità è l'attenzione alla sostenibilità, si potrebbe pensare. In realtà no: il rispetto dell'ambiente è una conditio sine qua non per tutti, persone e aziende. Lo stesso dicasi per la sostenibilità sociale, almeno in teoria, perché nessuno potrà mai essere contrario a migliorare le condizioni di lavoro, visto che – lo dice il buon senso e innumerevoli ricerche e studi – questo aumenta la produttività delle persone. La vera novità è la consapevolezza che la moda, forse ancora più di altre industrie, deve incoraggiare la diversità. Lo devono fare le aziende al loro interno e, di riflesso ma anche scientemente, all'esterno. Non si tratta solo di creare a tavolino collezioni che non offendano alcuna cultura o sensibilità o siano magari fatte ad hoc per certi Paesi, in segno di rispetto di tradizioni o abitudini locali. È molto di più: una visione del proprio posto nel mondo. Lo hanno capito in molti negli scorsi mesi, annunciando la nomina di manager della diversità o comitati. Prada, per esempio, ha annunciato a febbraio di aver creato un “Diversity and inclusion advisory council” che - citando le stesse parole dell’azienda - «fornirà consulenza al gruppo per gli investimenti che saranno fatti per supportare talenti diversi e per aumentare le opportunità che gli studenti di colore nell’industria della moda».

Un passo in questa direzione, sempre a febbraio, era stato fatto anche da Gucci, finita al centro di una polemica social per un maglione che, di fatto, ricordava i blackface. Di recente la maison del Gruppo Kering ne ha fatto un altro, scegliendo Renée Tirado come guida dei progetti su diversità, equità e inclusione a livello globale. La manager (termine che appare in realtà riduttivo, forse non adatto allo spirito del tempo e del ruolo) riporterà al ceo e presidente di Gucci Marco Bizzarri e può contare su un’esperienza di chief diversity & inclusion officer presso la Major League di baseball, la lega di uno dei tre sport nazionali americani.

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