copertura in espansione

La nuova rete contribuirà a risolvere il digital divide

di Alessandro Longo


3' di lettura

La rete 5G può essere la via per risolvere il digital divide che affligge piccole aziende, periferie e piccoli centri (soprattutto), adesso prive di connessioni internet adeguate. Al tempo stesso può rivelarsi fonte di un ulteriore divide digitale, se buona parte degli italiani non sarà coperto nemmeno nei prossimi anni dalla nuova rete. Il quadro è ambiguo: molto dipenderà dalla capacità dei responsabili politici di sostenere lo sviluppo dell’innovazione.

Partiamo dagli elementi tecnici, oggettivi. Almeno quelli, chiari. Il 5G dal 2022 potrà usare frequenze 700 MHz, prese dalle stazioni tv e ideali per coprire ampie zone del territorio fuori dai centri urbani. Le norme, inoltre, proprio alla luce di queste caratteristiche “anti-digital divide”, obbligano gli operatori licenziatari delle frequenze 700 MHz a coprire 120 piccoli comuni entro luglio 2022 con il 5G. Questo nuovo standard consente di portare diversi gigabit al secondo (già ora 2 Gbps) e quindi potrebbe dare banda ultra larga della migliore qualità a tante zone che è difficile raggiungere con fibra ottica; quelle montane e lontane dai grandi centri, soprattutto. Ma anche ai distretti industriali, ricchi di Pmi del “made in Italy”, e dove – secondo l’analisi di EY – c’è la maggior parte di aziende non raggiunte da fibra completa.

Molti operatori, infine, stanno facendo accordi su reti e torri per ottimizzare gli investimenti sul 5G. Le buone notizie, nella lotta al digital divide, finiscono qui.

Tra quegli stessi 120 comuni è scoppiata una polemica, per frenare le sperimentazioni degli operatori: in particolare il sindaco di Marsaglia, Franca Biglio, anche presidente dell’Associazione dei Piccoli Comuni di Italia, ha denunciato nei mesi scorsi di non aver «mai chiesto né di essere inseriti nella sperimentazione 5G, né dato alcuna disponibilità in tal senso»; e chiede di poter valutare pro e contro, ascoltando anche la cittadinanza. Il timore è che il 5G possa essere un pericolo per la salute; per lo stesso motivo, sono già decine le amministrazioni – al solito da piccoli comuni del Nord - che hanno emanato ordinanze per vietare la sperimentazione e l’installazione di antenne. Tutto questo nonostante il recente rapporto dell’Istituto superiore di sanità Radiazioni a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche rileva che le evidenze scientifiche a riguardo sono «tutt’altro che conclusive» e che le ultime valutazioni «concordano nel ritenere che le evidenze relative alla possibile associazione tra esposizione a radiofrequenze e rischio di tumori si siano indebolite».

Il paradosso è insomma che proprio le zone dove il 5G può essere più utile contro il digital divide sono quelle che vi stanno opponendo di più. «A tendere il 5G aiuterà contro il digital divide, ma non è possibile sapere quanto e con che tempi. Allo stato tutto è sperimentale nelle città minori e pesa l’azione dei comuni contro il 5G», nota Ivo Tarantino, di Altroconsumo.

Fattore che si aggiunge, peraltro, a un quadro già difficile per gli operatori: devono investire sul 5G in una fase in cui il mercato della telefonia è in contrazione. «Il rischio è che i piccoli comuni saranno coperti pochissimo e circa il 22 per cento della popolazione resti esclusa dal 5G», dice Marco Bussone, presidente dell’Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani. Tra le soluzioni, gli operatori chiedono da tempo che i limiti di emissioni elettromagnetiche siano innalzati a un livello simile a quello in vigore nel resto d’Europa. Mirella Liuzzi (M5S) aveva sposato questa battaglia prima di diventare sottosegretario del Mise, ma la partita al momento sembra ferma. «Un’altra strada contro il digital divide 5G prevede l’utilizzo di nuove risorse europee ad hoc, dossier su cui stiamo lavorando con Asstel», dice Bussone.

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