Lockdown

La nuova rivoluzione digitale parte da Pont Saint Martin

Engineering D.Hub ha gestito in tempi record la trasformazione di centinaia di aziende L'ad Bonfiglio: «Non si tornerà indietro: ci sarà sempre più domanda di servizi dematerializzati»

di Carlo Andrea Finotto

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Centro di controllo. Sede di Engineering D.Hub a Pont Saint Martin, dove la controllata della multinazionale Engineering gestisce centinaia di clienti, 24 ore su 24, da remoto e in nove lingue

Engineering D.Hub ha gestito in tempi record la trasformazione di centinaia di aziende L'ad Bonfiglio: «Non si tornerà indietro: ci sarà sempre più domanda di servizi dematerializzati»


3' di lettura

«Dal 24 febbraio scorso, nel giro di circa 48 ore è cambiato il mondo. Il nostro e quello dei nostri clienti». A causa dell’esplosione dell’epidemia da coronavirus, l’Italia produttiva, che fino a quel momento vantava – si fa per dire – una quota di smart working pari al 2% del totale, improvvisamente, e il più rapidamente possibile, si è trovata a doversi convertire al lavoro da remoto, che in queste lunghe settimane di “quarantena forzata” è diventata la quotidianità per per molte aziende e per i loro dipendenti. Anche se non per tutti».

A descrivere questa rivoluzione epocale causata dall’epidemia è Francesco Bonfiglio, amministratore delegato di Engineering D.Hub, società che ha il cuore in Valle d’Aosta, con quasi 900 dipendenti e sede centrale a Pont Saint Martin.

Engineering D.Hub fa parte del gruppo Engineering – uno dei principali in Italia nell’ambito dell’It – che impiega circa 12mila persone in una sessantina di sedi.

In quelle fatidiche 48 ore in cui l’epidemia ha iniziato a dispiegare la propria virulenza e poi, mentre una serie di provvedimenti e decreti blindavano sempre più il Paese, la società guidata da Bonfiglio si è trovata a gestire una doppia emergenza: «La priorità per noi come per tutti, era di salvaguardare la salute dei dipendenti, possibilmente senza creare discontinuità nei processi produttivi – spiega il manager -. Ci siamo così trovati a svuotare le nostre sedi e anche quelle dei nostri clienti». Un’operazione complessa anche per chi fa dell’impiego della tecnologia il proprio pane quotidiano, come l’azienda di Pont Saint Martin e il gruppo di cui fa parte, ma quasi una “missione impossibile” quando si tratta di digitalizzare realtà che fino al giorno prima non lo erano (o lo erano molto poco).

«Con i nostri clienti – spiega Bonfiglio – si è trattato di affrontare peculiarità specifiche e risolverle con loro. In sintesi, possiamo dire che ci hanno chiesto di ridurre le persone onsite e aumentare la capacità di lavoro da remoto. Si è trattato di uno sforzo enorme di riconfigurazione: non tutti avevano tablet, connessioni, piattaforme, reti adeguate. Tuttavia, siamo passati da una quota del 10% di smart working, a una quota dell’80-90%, in alcuni casi addirittura del 100%».

In quattro settimane Engineering D.Hub ha formattato un numero di pc pari al 25% di quelli normalmente trattati in un anno, ha potenziato il servizio di consegna di personal computer a domicilio in 24 ore, ha rafforzato i team dedicati per i clienti e aumentato il supporto da remoto.

«Tutto questo – dice Francesco Bonfiglio – è stato favorito dal fatto che il nostro gruppo ha compiuto tre anni fa un grande sforzo sul piano dell’innovazione tecnologica che ci permette ora di controllare e gestire tutto da remoto. In poche ore noi ravamo pronti: la tecnologia è una delle uniche armi contro questa emergenza».

Bonfiglio sottolinea come quello causato dal covid-19 sia uno shock anche culturale: «Non si tornerà indietro da questa rivoluzione. Usciti da questa crisi, la gente pretenderà di poter lavorare da remoto, di parlare con la Pa attraverso app, di usufruire di servizi digitali».

Per il settore It e per Engineering D.Hub in particolare le previsioni sono di una domanda in crescita, perché aumenterà la richiesta di trasformazione digitale, di piattaforme per lo smart working, di change management e di Rpa (robotic process automation). E questo processo subirà un’accelerazione che «riguarderà le grandi aziende come le Pmi – le realtà piccole e medie avranno il vantaggio di essere più agili – l’ambito manifatturiero come quello sanitario, la Pubblica amministrazione come i servizi».

Secondo Bonfiglio, dalla Fase 2 in avanti «almeno il 50% delle aziende italiane avrà la necessità di sostituire le infrastrutture proprie con servizi cloud, dovrà innovare i propri sistemi, chiederà di strutturarsi per sfruttare lo smart working anche a emergenza superata. Non solo: aumenterà il numero di imprese che vorranno adottare processi automatizzati, liberando risorse umane per compiti più qualificati». Un meccanismo già in atto da tempo in alcune realtà in ambito bancario, assicurativo e manifatturiero.

Se le prospettive di crescita digitali nell’ambito produttivo privato sono grandi, quelle in ambito pubblico lo sono ancora di più: dal comparto della sanità ai vari settori della pubblica amministrazione.

«La sfera digitale passerà da individuale a generale - prevede Francesco Bonfiglio –. L’opinione pubblica chiederà sempre più servizi sempre più efficienti, le aziende come la nostra ci sono e sono pronte, la politica dovrà adeguarsi».

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