Societa

La nuova scommessa del Veneto: creare un modello per i giovani

Oltre la positiva nomina Unesco per il Prosecco, le sfide su tecnologia e antichi saperi

di Stefano Micelli


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(Ansa)

4' di lettura

Il conferimento alle colline di Conegliano e Valdobbiadene del titolo di Patrimonio dell’umanità è una notizia che deve rendere gli italiani felici e, soprattutto, orgogliosi. Orgogliosi perché il titolo conferma il legame intimo fra lavoro, impresa e cultura nell’Italia che produce. Le colline del Prosecco sono il risultato della cura e della tenacia di generazioni di viticoltori che hanno contribuito a disegnare un paesaggio straordinario. Tutti coloro che hanno a cuore un’idea di lavoro inteso come passione per il “ben fatto” non possono che essere felici di un simile traguardo. La certificazione dell’Unesco conferma che esiste un’Italia che, attraverso il lavoro, esprime cultura e valore economico.

La valenza economica

Sulla valenza economica di questo riconoscimento è stato detto molto. Con questo risultato il Prosecco conferma le basi del successo consolidando la propria immagine e legittimando la propria presenza su scala mondiale. La diffusione in termini di export è stata sorprendente. In alcuni Paesi come il Regno Unito il successo del Prosecco è stato tale da stravolgere abitudini di consumo consolidate. A lungo si è dibattuto sulla possibilità di un ridimensionamento del fenomeno prefigurando una riduzione dei consumi all’estero. Il bollino Unesco certifica la solidità delle premesse su cui questo exploit è stato costruito e consolida le fondamenta economiche della Docg e della Doc sui mercati internazionali.

Oltre a considerazioni di carattere economico, il titolo Unesco merita di essere considerato alla luce di altri importanti successi ottenuti dalla presidenza Zaia su fronti simili. Il primo coincide con l’inaugurazione, qualche settimana fa, del primo tratto della Pedemontana, il secondo con la recente vittoria della candidatura per i Giochi olimpici di Milano-Cortina. Il lascito di Zaia, oggi a conclusione della sua seconda legislatura, è segnato da una cifra comune: la sua abilità nel proporre alla ribalta internazionale una provincia di qualità. L’impegno sul Cadore e su Conegliano riconosce e premia i meriti di una provincia operosa, fatta di contrade e campanili. Mette in secondo piano, per contro, quelle città che a lungo hanno creduto di poter diventare un punto di riferimento nella geografia che conta a livello internazionale.

Non era un fatto scontato. Più o meno dieci anni fa si concludeva uno studio dell’Ocse che provava a mettere a fuoco le potenzialità di un possibile polo metropolitano composto da Padova, Venezia e Treviso. Le tre province contavano insieme più di due milioni di abitanti e avevano avviato da tempo, nei fatti, un’integrazione economica e sociale che avrebbe consentito di sviluppare un soggetto istituzionale capace di bilanciare la crescita di Milano su settori chiave quali i servizi, la formazione e le utility. L’Ocse aveva corredato il rapporto con una serie di raccomandazioni destinate alla messa a punto di una governance dell’intera area metropolitana. Di quelle ipotesi si sono perse le tracce, con la sola eccezione del processo di integrazione avviato da Confindustria Padova e Unindustria Treviso. I successi ottenuti da Zaia riflettono le aspettative di una domanda politica che non si è mai appassionata all’idea di uno sviluppo incardinato su uno spazio urbano con funzioni di traino per l’intera regione. Le sue politiche hanno privilegiato la crescita di un Veneto in grado di interpretare al meglio le caratteristiche di quell’Italia borghigiana che Giuseppe De Rita ha messo a fuoco tanti anni fa. Va da sé che turismo e vigne sono state favorite rispetto alla crescita di fabbriche 4.0 e servizi high tech.

I limiti della vittoria

C’è un limite importante nel percorso messo in moto in questi anni. Sono i giovani. La proposta di un modello di crescita borghigiana non sembra entusiasmarli più di tanto.

Il Veneto di questi anni, pur crescendo in termini economici più della media nazionale grazie a un export particolarmente dinamico (di cui il Prosecco è parte integrante), ha conosciuto una diaspora di ventenni qualificati. Dal Veneto partono per l’estero giovani di talento, molti laureati. Qualche giorno fa il Giornale di Vicenza titolava in prima pagina che «i giovani scappano» da una delle provincie più ricche di Italia facendo riferimento a una vera e propria «emigrazione di massa». Il fenomeno ha radici profonde, ma non è stato mai preso in considerazione dalla politica con la necessaria attenzione. Nonostante i rapporti della Fondazione Nord Est abbiano riportato queste cifre dal 2015, trattenere o attirare talenti non ha mai rappresentato una priorità.

Perché i giovani sono così poco attratti da un modello economico che ha nel turismo e nell’agricoltura di qualità punti di riferimento importanti? Le ragioni sono diverse. Alcune hanno a che fare con la possibilità di intraprendere percorsi professionali dove sperimentare attività nuove e originali. Altre riguardano il fascino esercitato da metropoli dinamiche: un ventenne reclama, a ragione, di potersi confrontare con città che hanno il merito di incubare e promuovere le grandi innovazioni tecnologiche del nostro tempo e di modellare gli stili di vita del futuro. Il Veneto borghigiano asseconda poco queste ambizioni e queste curiosità.

In verità, caratteristiche “metropolitane” non sono mancate nel Nord Est di alcuni anni fa. Negli anni 70 questo territorio è stato un contenitore di imprenditori aggressivi che hanno esplorato senza tregua tutte le possibili vie per imporsi. Di quello spirito libertario, un po’ punk, che ha fatto la fortuna di tanti produttori di jeans così come di tanti inventori di macchine utensili, oggi non è rimasto molto. Il benessere di questi anni ha consolidato una classe media alla ricerca di uno stile di vita che l’amministrazione regionale ha saputo interpretare al meglio. Molti ventenni, tuttavia, fanno fatica ad appassionarsi alla proposta.

A termine, l’assenza di talenti rischia di rappresentare un problema consistente. Se è vero che il Veneto si ripropone di rimanere fra le regioni più ricche d’Italia in termini economici, di associazionismo e volontariato, di cultura è difficile immaginare uno sviluppo senza giovani di valore. Un possibile antidoto all’emigrazione dei ventenni sta probabilmente nel ripensamento cui sono chiamati questi territori nel futuro. Le grandi trasformazioni di questi anni, il digitale e la sostenibilità prima di tutto, meritano di essere affrontate con tutta l’intelligenza possibile. Aprendo grandi cantieri su queste tematiche è possibile offrire alle nuove generazioni una sfida all’altezza delle loro aspettative rilanciando un grande passato attraverso tecnologie e saperi umanistici. La scommessa è immaginare un futuro possibile senza rinunciare ai risultati (e ai riconoscimenti) ottenuti in questi anni.

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