UCCIDERE LA MORTE

La nuova sfida della Silicon Valley: l’immortalità umana

di Enrico Marro


default onloading pic
(Afp)

4' di lettura

«Probabilmente la maggior forma di disuguaglianza umana è tra chi è vivo e chi non lo è più». No, non è Oscar Wilde: la frase è di Peter Thiel, il visionario co-cofondatore di Paypal, l’uomo che considera la morte «un problema che va risolto». Su Thiel, consulente tecnologico “unofficial” di Donald Trump, da tempo circolano rumours su continue trasfusioni di sangue giovane per allungarsi la vita. Voci mai confermate. Di sicuro, sta finanziando con milioni di dollari svariati progetti di ricerca contro l’invecchiamento.

Thiel non è solo. Tra i più eccentrici principi della Silicon Valley, la sfida a scacchi con la morte è terribilmente di moda. Senza scomodare il paradigma degli eccessi, Elon Musk, sappiamo per certo che il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha donato 370 milioni di dollari ai progetti di ricerca per allungare la vita. Mentre nel 2013 Bill Maris, il ceo di Google Ventures che perse il padre per un cancro al cervello, convinse il ceo Larry Page e il presidente Sergey Brin a dare vita a Calico, progetto miliardario e segretissimo di “Big O” per allungare la vita. Al quale si aggiunge Verily, altra società del gruppo di Mountain View che progetta e produce sistemi per migliorare la qualità della vita di chi è affetto da malattie croniche, come il diabete o il morbo di Parkinson.

Una partita a scacchi con la morte. Le società hi-tech che hanno lanciato il guanto di sfida alla mortalità dell’uomo si stanno moltiplicando. C’è per esempio Human Longevity, che utilizza algoritmi per cercare di prevedere - sulla base di un test del Dna - rischi di contrarre cancro o malattie genetiche. C’è Unity Biotechnology, che distrugge le cellule danneggiate grazie al suo prodotto di punta, l’UBX0101: un processo in grado secondo l’azienda biotech statunitense di aumentare la vita media di un individuo del 24%. E c’è anche la molto meno sofisticata Ambrosia, che vuole combattere la vecchiaia attraverso trasfusioni di plasma di donatori tra i 16 e i 25 anni, con risultati però tutti da dimostrare (un’idea per la verità già avuta a suo tempo da Papa Innocenzo VIII, che però il sangue giovane lo beveva anziché farselo iniettare).

Vivere più a lungo o uccidere la morte? La medicina moderna può aggiungere anni alle nostre vite, ma durante questo periodo il nostro corpo resta comunque in uno stato di decadimento e di debolezza. Nella nostra ricerca di immortalità rischiamo da fare la fine di Titone, il principe troiano di cui la dea Eos si invaghì, ottenendo da Zeus la vita eterna del suo amato ma dimenticandosi di chiederne l’eterna giovinezza: con il risultato di avere un fidanzato sì immortale, ma vecchio e ripugnante. Vale la pena di vivere più anni in queste condizioni? Non secondo i guru della Silicon Valley, alla ricerca dell’eterna giovinezza nel nome di un incrollabile assioma: il corpo è uno strumento. Una macchina, da rendere più rapida ed efficiente. E quando non si può più riparare, va cambiata con un’altra macchina. Con un nuovo corpo.

Il sogno dell’ibernazione. Si calcola che al mondo ci siano almeno 350 corpi “ibernati”, in attesa di essere riportati in vita nel momento tecnologicamente più propizio. Un grande atto di fede nella criogenetica e nella scienza. Altre duemila persone hanno già firmato, e sono in attesa di morire per iniziare la loro nuova vita immersi nell’azoto liquido. Tra loro c’è Ray Kurzweil, il capo futurologo di Google famoso per aver azzeccato l’86% delle sue previsioni, ma anche Aubrey de Grey, coordinatore degli scienziati alla Fondazione Sens Research, oltre probabilmente alla grande fan della criogenetica Britney Spears.

Questione di soldi. Ma attenzione: oltre a rappresentare un grande atto di fede nella scienza, la criogenetica non rappresenta un “pasto gratuito”. Il costo di un trattamento alla statunitense Alcor, in Arizona, si aggira sui 200mila dollari, anche se la russa KrioRus arriva a tariffe “low cost” di 36mila dollari. E proprio questo è uno dei grandi nodi dell’allungamento della vita, se non della vita eterna: è cosa per ricchi. Non stiamo parlando del domani, ma già di oggi. Secondo i dati dell’istituto di statistica britannico, i ragazzi nati nei ricchi quartieri londinesi di Chelsea o Kensington vivono in media 8,6 anni in più dei loro coetanei poveri di Blackpool. Mentre negli Stati Uniti uno studio condotto a Seattle dall’Università di Washington ha rivelato che ci sono oltre vent’anni di differenza tra la speranza di vita del ricco Colorado e quella delle poverissime riserve indiane del Sud Dakota. Come sottolinea l’ex presidente “pentito” di Facebook, il miliardario Sean Parker, gli squilibri nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti rischiano di creare «dei signori supremi dell’immortalità», come egli stesso, in grado di accedere alle più sofisticate e costose tecnologie medico-scientifiche. Ma quanto lontano può arrivare la sfida tecnologica dell’immortalità?

Quando le anime diventeranno digitali. Il miliardario russo Dmitry Itskov ci sta lavorando da tempo, a suon di milioni di dollari. Entro il 2025 vuole trasformare la scienza in fantascienza, trasferendo il cervello umano su piattaforme software digitali che lo faranno vivere in eterno, senza la schiavitù del corpo biologico e del suo decadimento. La nostra anima diventata codice binario vivrebbe in avatar robotici immortali ed eternamente giovani. Un sogno accarezzato anche da Kurzweil, ma in termini ancora più estremi: secondo il futurologo di Google la nostra sinergia con le macchine evolverà in modo naturale, culminando alla fine in una dimensione in cui l’umanità diventerà pura energia, in grado di viaggiare a velocità oggi impensabili attraverso l'universo.

Alla ricerca della nostra anima mortale. Ma siamo sicuri che la vita eterna sia un bene per l’uomo? Se lo chiede per esempio il fisico Leon Kass, convinto che al contrario sia la mortalità a dare significato alla vita. In fondo è un qualcosa di logico e cristallino, come le leggi dell’economia: il valore nasce dalla scarsità. Per dare significato e urgenza alle nostre vite, è cruciale sapere che non abbiamo abbastanza tempo, spiega Kass, sicuro che nella dimensione dell’immortalità il genere umano diventerebbe apatico e pigro. Siamo lontani anni luce da Thiel, il miliardario co-fondatore di Paypal. «Tutti dicono che la morte è naturale, che è parte della vita - ha spiegato in un'intervista a Business Insider - ma io penso che niente possa essere più lontano dalla verità. La morte è semplicemente un problema. Che va risolto».

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti