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La nuova vita dell’ex? Quando per la difesa è «un fatto ingiusto»

La Cassazione deve ancora ricordareche ciascuno, senza distinzioni di genere, è libero nelle proprie scelte personali

di Patrizia Maciocchi

4' di lettura

Una reazione al “fatto ingiusto” di essere stato lasciato, una tempesta emotiva scatenata dalla gelosia, l’incapacità di accettare l’ennesimo fallimento nella vita. Sono ancora questi, a distanza di oltre 40 anni dall’abolizione del delitto d’onore, gli argomenti spesi in Cassazione per ottenere uno sconto di pena per chi maltratta, uccide le donne o compie vendette “trasversali”.

E la Suprema corte è costretta a ricordare che lo stato d’ira e il requisito dell’ingiustizia del fatto vanno valutati «con riferimento alle regole che la società civile si è data nel momento storico nel quale il reato è stato commesso».

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Lo scrivono i giudici nella sentenza 10386/2022, dove la tesi della difesa - di un uomo che aveva ucciso il nuovo compagno della sua ex - sembra ferma nel tempo. Un omicidio - visto come reazione ad un “fatto ingiusto” - maturato in un contesto nel quale «è naturale, nella logica di un rapporto conflittuale, caratterizzato da questa gelosia accecante, che succeda questo fatto grave». Il comportamento della vittima, che aveva preso il posto dell’imputato nella vita dell’ex, andava considerato come «contrario a regole di carattere morale». Il “fatto ingiusto” stava in una relazione nata malgrado il parere negativo dell’imputato.

Cambiare vita è un diritto

La Cassazione riporta il calendario al 2022. E sottolinea che la giurisprudenza «che è chiamata a riconoscere le regole sociali e non a darle» ha registrato l’evoluzione del concetto di infedeltà negli anni. Si è passati da una concezione del matrimonio come vincolo giuridico, a quella del matrimonio come forma di legame sentimentale. Ma «certamente non è mai stata considerata come ingiusta la condotta di chi intraprende una relazione affettiva con una persona che in passato aveva già avuto un’altra relazione». Viene così reso noto che cambiare vita è l’esercizio di un diritto, «il rilievo dato dalla prospettazione difensiva al consenso alla nuova relazione che spetterebbe al partner abbandonato - si legge nella sentenza - è del tutto estraneo al comune sentire e alle regole di convivenza comunemente riconosciute, laddove ha assunto rilievo, piuttosto la valorizzazione della libertà di ciascuna persona, senza distinzione di genere, nelle scelte che riguardano le relazioni personali».

La gelosia motivo futile

Uno sconto di pena, secondo il suo legale, lo meritava anche l’imputato che aveva sfondato per gelosia il cranio della compagna con un mattarello (sentenza 22211/2022). Gesto, compiuto in preda ad «uno stato emotivo passionale» dovuto all’incapacità di accettare l’ennesimo fallimento. In corte d’Appello la difesa aveva invece giocato la carta della provocazione. Un’attenuante chiesta malgrado la donna fosse stata lasciata agonizzante, con un fazzoletto in bocca per impedirle di respirare. Per la Cassazione scatta l’aggravante della gelosia coma motivo futile a abietto.

Malgrado non vinca il cavallo non si cambia. Con la sentenza 28561/2022, i giudici respingono la tesi della «incontrollabile sofferenza interiore» e del disagio mentale che avrebbe spinto l’imputato a strangolare la moglie, dopo aver tentato di farle confessare presunti tradimenti.

Per la Corte l’imputato «lungi dall’aver agito in preda ad una incontrollabile sofferenza interiore, era stato spinto da una deprecabile sentimento possessivo, concependo l’uccisione della moglie come un intervento punitivo reso ineluttabile dal comportamento riprovevole della vittima rea di averlo tradito e di volersi separare».

Diverso il punto di vista quando a tradire è l’uomo. La Cassazione (sentenza 41568) afferma che, anche nella convivenza, malgrado nella legge sulle unioni civili non esista un obbligo di fedeltà, l’ostentazione dei rapporti con altre donne, unita al disprezzo per la compagna, rientra nel reato di maltrattamenti in famiglia. Per il legale dell’imputato, invece il “movente” della gelosia di lei, alla base di alcune “reazioni” violente dell’assistito, non avrebbe avuto motivo di esistere perché, in assenza di un obbligo di fedeltà «la relazione con altre persone non poteva costituire ragione di rimprovero e causa di umiliazione». Ed è buono da sapere.

No alla revoca della detenzione

Dalla Cassazione (sentenza 15847/2022) arriva anche un giro di vite sulla possibilità di revocare la detenzione in carcere per l’affidamento in prova ai servizi sociali, per chi si è macchiato del reato di maltrattamenti in famiglia. Via libera alla revoca della misura alternativa se quando è stato dato l’ok non si conosceva il reato di maltrattamenti. Un passo indietro fatto, malgrado una relazione positiva sul comportamento in carcere, nei confronti dell’imputato che picchiava la moglie e la costringeva a rapporti sessuali. Per persuaderla a non ribellarsi versava l’acido nella boccia dei pesci rossi: una dimostrazione dell’effetto che avrebbe avuto sul corpo umano.

Sono passati 40 anni dalla sentenza dell’83 con la quale la Corte d’Appello di Roma, presidente Carnevale, aveva ridotto da quattro a due anni, la condanna inflitta ad un vice brigadiere di polizia per aver ucciso la moglie. La donna gli avrebbe confessato il tradimento dandogli del ”cornuto”. Per lui anche la non menzione. Era stata chieste e ottenuta una fedina penale pulita. Oggi le cose sono molto cambiate, ma c’è ancora della strada da fare. Ed è sempre la cultura a fare la differenza, come spiega il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia, da sempre in prima linea nel contrasto alla violenza di genere: «Alcune tesi difensive, proposte nelle aule giudiziarie da parte di avvocati, pubblici ministeri e anche da giudici, rivelano, a volte una cultura di retroguardia - dice Roia - che appartiene a una società che non ha saputo svoltare. Accade quando si tende a sostenere le ragioni dell’imputato attraverso una nuova vittimizzazione della donna, con domande che vanno dalla sua moralità ai suoi atteggiamenti provocatori. Come a legittimare una reazione violenta per atteggiamenti non in linea con il “buoncostume”. Problemi italiani ma non solo. Basti pensare a quanto accaduto nel processo Epstein dove la difesa ha chiesto alla vittima di stupro di simulare un orgasmo. Sul piano culturale e di adeguata preparazione professionale c’è molto da fare. È possibile una sacrosanta difesa dei diritti dell’imputato senza demonizzare le vittime».

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