investimenti

La nuova vita delle Fondazioni: socie stabili nelle ex popolari

di Alessandro Graziani


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4' di lettura

Con 40 miliardi di patrimonio, le 88 Fondazioni ex bancarie continuano a rappresentare per l’Italia un importante strumento di investimenti nel sociale e, negli anni recenti, anche nel promuovere e co-finanziare start up sul territorio. Al 24° congresso Acri dal titolo «Identità e cambiamento», che inizia oggi a Parma, il presidente Giuseppe Guzzetti terrà la sua ultima relazione in vista della scadenza del mandato nel 2019. Sarà l’occasione per ragionare sul ruolo futuro delle Fondazioni, sulla diversificazione del patrimonio, sulle nuove tipologie di investimenti a favore del territorio e sulle ipotesi di trasformazione della Cdp a cui il nuovo Governo intende dare un ruolo diverso.

In una fase in cui le banche italiane stanno tornando epicentro delle vendite in Borsa degli investitori globali, il ruolo delle Fondazioni come azionisti stabili nel capitale delle banche torna d’attualità. Ma per capire cosa sta accadendo, bisogna fare prima un salto all’indietro. E guardare, non ai successi, mai ai disastri che alcune Fondazioni hanno compiuto distruggendo patrimoni enormi per la brama di detenere la maggioranza assoluta delle banche: i casi di Mps e Carige sono i più noti ed eclatanti. Solo chi ha diversificato gli investimenti ha superato la crisi finanziaria. Ora il modello di riferimento, sta diventando quello adottato in Intesa dove gli enti - pur non esercitando il controllo e affiancandosi ai fondi in maggioranza - hanno inventato una sorta di «governo di coalizione» che ha dato stabilità alla banca, limitandosi all’incasso di lauti dividendi. Una storia destinata a ripetersi nel capitale delle tre grandi ex popolari che, una volta trasformatesi in spa, si sono scoperte public company senza soci i di riferimento. Da Ubi, a Bper, fino a BancoBpm è in atto la costituzione di nuclei stabili che fanno perno sulle Fondazioni nella veste di vecchi o nuovi azionisti.

Il caso Ubi

Partiamo da Ubi Banca, dove il primo azionista singolo è la Fondazione Cassa Cuneo con il 6% del capitale seguita dalla Fondazione Monte di Lombardia con poco meno del 5%. «L’impressione è che siano gli stessi regolatori, a partire dalla vigilanza europea della Bce, ad auspicare che ci sia un nocciolo duro di azionisti stabili nelle banche rilevanti – spiega Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Cassa di Cuneo – e la stabilità è nell’interesse di tutto l’azionariato. I vari fondi di investimento detengono la maggioranza ma, come si è visto nelle ultime due settimane, possono vendere da un momento all’altro in base alle evenienze. A differenza dei soci stabili come noi, che esercitano un ruolo di azionista che guarda al lungo termine». All’ultima assemblea di Ubi, guardando anche al rinnovo del cda dell’anno prossimo, Genta ha proposto un accordo parasociale tra tutti gli azionisti stabili: Cuneo punta ad avere un ruolo maggiore nella governance? E non teme che qualcuno gridi al ritorno delle Fondazioni politicizzate in banca? «Il tema non esiste, anche perché le regole di Bce sui requisiti di professionalità degli amministratori richiedono profili di competenza tecnica e non politica. Un interesse che coincide con il nostro: servono amministratori capaci di tutelare il patrimonio investito da parte delle Fondazioni».

I movimenti in Emilia Romagna

Da Ubi a Bper lo storytelling è analogo, con la discesa in campo della Fondazione Cassa Modena - che tramite Carimonte è stata a lungo nell’azionariato di UniCredit - che comprando il 3% ha portato la quota «di coalizione» delle Fondazioni emiliano-romagnole al 4,7% (insieme a Carisbo, Vignola e Imola). Cui si aggiunge, seppure distinta, la partecipazione della Fondazione Banco di Sardegna con il 3,02%.

«L’azione svolta in Bper va riferita al ruolo che la Fondazione ha per lo sviluppo sociale del territorio – spiega Paolo Cavicchioli, presidente della Fondazione CrModena – e dobbiamo tenere conto che in un sistema ancora bancocentrico come quello italiano, l’economia reale dipende in buona parte dal credito bancario». Il faro è comunque sulla redditività, in modo da garantire gli interventi a favore del territorio: «Nel piano triennale al 2019 abbiamo previsto 55 milioni di erogazioni – spiega Cavicchioli – con l’obiettivo di sostenere progetti ad alto impatto sociale come il progetto culturale Sant’Agostino». Gli assetti futuri di Bper, comunque, dipenderanno anche da Unipol che detiene poco meno del 10% e che per ora ha preferito giocare un ruolo da investitore finanziario.

Il nocciolo di BancoBpm

Più fluida la situazione al BancoBpm, dove convivono da tempo Fondazione CariLucca con l’1,2%, Fondazione CariAlessandria e Fondazione CariVerona con lo 0,5% e con quote inferiori allo 0,5% le Fondazione Carpi, Modena, Manodori e di Trento e Rovereto. A queste si è aggiunta, con acquisti sul mercato, la Fondazione Crt che per ora possiede circa l’1,2%. Complessivamente l’ipotetica «coalizione» raggruppa il 5% mentre nessun altro azionista privato possiede quote di rilievo, a parte i fondi italiani ed esteri. «Al momento il tema del nucleo stabile non è stato affrontato, vedremo in futuro se sarà utile per il territorio oltrechè naturalmente se sarà nell'interesse della banca e della Fondazione, quello che ci preme è soprattutto la redditività», è il commento di Marcello Bertocchini, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Ma per voi la quota resta strategica? «In un portafoglio diversificato, è strategico tutto e niente. Il legame con il territorio, inteso nel senso classico del sostegno al tessuto industriale, è venuto meno con le nuove regole sul credito. Quello che cercheremo di fare è il lancio di iniziative congiunte con la banca con ricadute dirette tangibili sul territorio quali, ad esempio, sostegno alla creazione di start up, cultura ed educazione».

La partecipazione al capitale e alla governance delle banche e il ruolo di soci di minoranza in Cdp - dove statutariamente esprimono il presidente - fanno delle Fondazioni uno snodo nevralgico per il nuovo Governo «del cambiamento» M5s-Lega. La prima impressione, tra gli addetti ai lavori, è che non ci saranno scontri come nella fase iniziale del governo Berlusconi-Tremonti. Anzi, il dialogo tra Guzzetti e i maggiorenti delle due forze di Governo - mediato dal leghista Giancarlo Giorgetti - è già iniziato ed è stato decisivo per pilotare Cdp in Tim. Si vedrà nei prossimi giorni se il dialogo porterà alla condivisione delle nomine per rinnovare il vertice di Cdp.

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