editorialel’analisi

La Pa sotto assedio rinuncia a decidere e la paralisi peggiora

di Francesco Verbaro

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3' di lettura

Uno dei temi più affrontati dopo il risultato elettorale del 4 marzo è senz’altro quello del populismo. Un fenomeno che si ripresenta sistematicamente nei contesti storici caratterizzati da incertezza e crisi economica.

La crisi economica e la trasformazione dell’economia che stanno rafforzando la polarizzazione del mercato del lavoro e le diseguaglianze nella società italiana stanno alimentando le spinte e gli attacchi populistici, che si manifestano in termini di contrasto nei confronti delle élites politiche e amministrative oggi più che mai deboli e inerti.

È opportuno rilevare come gli strali dei sentimenti populistici abbiano colpito anche la Pubblica amministrazione, non senza ragione, ma con effetti peggiori del male.

Quali sono state le accuse?

La Pa è apparsa come una casta, soprattutto attraverso le élites. Inutilmente costosa, per un incremento della pressione fiscale a tutti i livelli. Non ha assicurato (questa è la percezione) l’attuazione di leggi e funzioni importanti per i cittadini: sicurezza, sanità, lavoro, servizi sociali, istruzione e così via. Generalmente corrotta e attenta al proprio tornaconto più che al benessere collettivo.

Quali sono state gli interventi e le misure adottate sull’onda di queste accuse?

Il taglio lineare delle risorse. Il blocco lineare delle retribuzioni. Il tetto alle retribuzioni dei manager. Il blocco delle assunzioni. Una vastità di norme e di controlli formali che hanno di fatto compresso l’attività degli amministratori.

Quali i risultati? L’amministrazione pubblica funziona peggio di prima e va avanti grazie ad atti eroici individuali e non per un ordinario, efficiente e corretto modo di funzionare.

Il dato peggiore è la riduzione della discrezionalità amministrativa e gestionale con effetti negativi sull’attività delle amministrazioni. L’effetto prodotto da questa ondata di attacchi, non di rado giustificati da fatti e dati, è stato quello quindi di aumentare la paralisi dell’amministrazione italiana.

La paura nell’utilizzare la discrezionalità produce due effetti da «cattiva amministrazione»: da un lato l’inattività, cioè il «non facere», che genera danni per i cittadini e piccoli vantaggi per gli amministratori; dall’altro una domanda di leggi, provvedimenti, circolari, pareri o delibere, che alimenta già la iper-regolazione di cui soffre il nostro Paese. In tale contesto aumenta il comportamento conservativo degli apparati, il prendere tempo e il fuggire dalle responsabilità. Ovviamente non è tutto così e fortunatamente gli amministratori non sono tutti così, ma il trend è questo. Ed è così facile conquistarsi sul campo l’appellativo di «signori del tempo perso».

Registriamo ormai come lavorare «nel pubblico» e «con il pubblico» è professionalmente rischioso e oggi moralmente condannato da una società impaurita e arrabbiata, di cui politica e media ne amplificano la voce e il pensiero più irrazionale.

Inoltre, la perdita di autorevolezza della Pa ha reso i provvedimenti ancora più deboli ed esposti a un contenzioso diffuso e paralizzante, oltre che ad un giudizio mediatico senza appello, contro il quale non si riesce a far nulla.

La paura nel distinguere e differenziare e il clima diffuso di sospetto portano, inoltre, gli interpreti istituzionali a estendere norme, gli ambiti delle norme di finanza pubblica (e non solo) a tutti i soggetti, aumentando la paralisi.

Il risultato è un circolo vizioso, dal quale è difficile uscire. La reazione normativa e morale genera una maggiore paralisi, che a sua volta genera maggiore rabbia. La rabbia genera una cultura del sospetto che si traduce in ulteriori norme e controlli formali e quindi in un maggior stallo.

Per questo oggi è necessario lanciare un appello per ricostruire un clima e un tessuto di fiducia. La fiducia è un bene relazionale che contribuisce al capitale sociale senza il quale il rischio è di aumentare enormemente i costi di transazione e di gestione delle organizzazioni.

Il prossimo Parlamento e il prossimo Governo contribuiscano a costruire un clima di fiducia e creino le condizioni affinchè gli amministratori possano operare bene, senza alibi. Più sulla base di responsabilità sostanziali, di risultato e di merito, che sulla base di responsabilità formali o peggio morali.

Il rischio è di alimentare ulteriormente quel pantano amministrativo contro il quale a parole tutti si scagliano. In particolare nel Centro Sud, dove si è manifestato il maggior malcontento da parte degli elettori, ci troviamo con la peggiore Pa, che, ad esempio, non assicura servizi di qualità (sanità, scuola, servizi sociali) e non utilizza da sempre adeguatamente e correttamente fondi ordinari e fondi comunitari, con evidenti effetti sulla qualità della vita e sul Pil.

Una Pa che non funziona colpisce soprattutto i più deboli e ai margini che non hanno risorse per ricorrere al mercato, che hanno manifestato soprattutto in queste ultime elezioni il loro profondo malessere. Ciò è stato trascurato proprio dai partiti ufficialmente più attenti al grande tema della crescita delle ineguaglianze.

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