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La pace in Ucraina passa inevitabilmente dal destino della Crimea

Diversi osservatori internazionali pensano che proprio la penisola sul Mar Nero debba essere il punto di partenza del negoziato

di Giancarlo Mazzuca

Zelensky intervistato da Bruno Vespa - Ansa

2' di lettura

La moderazione dimostrata da Putin nel discorso del 9 maggio e i ramoscelli d'ulivo lanciati dall'Occidente, a cominciare dal Pentagono americano che ha avviato i colloqui con Mosca per sondare la possibilità di un “cessate il fuoco”, stanno dimostrando che ora potrebbero esserci, nonostante tutto, margini di manovra per mettere la parola “fine” alla guerra in Ucraina.

Ma su quali basi dovrebbero partire queste benedette trattative di pace? Alcuni giorni fa, intervistato da Bruno Vespa, il numero uno di Kiev, Zelensky, pur dichiarandosi disponibile a trattare direttamente con Putin, ha comunque aggiunto che la Crimea non potrà essere tema del negoziato a differenza di quanto aveva dichiarato qualche settimana fa.

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Diversi osservatori internazionali pensano invece che proprio la penisola sul Mar Nero debba essere il punto di partenza del negoziato. Perché da lì? Per un motivo molto semplice: la Crimea, a prescindere da tutte le atrocità commesse in questi mesi dai soldati di Mosca, è sempre stata russofila. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che, nel referendum sul futuro della penisola del 16 marzo del 2014 (un referendum che non venne comunque riconosciuto dall'Ucraina e dall'Unione Europea), il 95% dei votanti si dichiarò favorevole all'annessione alla Russia.

Non dovrebbero esserci quindi dubbi sul fatto che, proprio in base al principio dell'autodeterminazione dei popoli, la maggioranza degli abitanti della Crimea si sentiva e si sente più russa che ucraina.

E oggi, se il passaggio definitivo della regione nell'orbita moscovita dovesse essere formalizzato davvero, potrebbero esserci buone contropartite per gli ucraini. In altre parole, ci sarebbero per l'Ucraina più margini di manovra su tutto il resto per arrivare finalmente alla pace: prima si raggiungerà un accordo tra Mosca e Kiev, prima si attenuerà l'emergenza internazionale che sta facendo vittime non soltanto sul fronte bellico.

Pensiamo ai tanti contraccolpi economici che stanno facendo lievitare l'inflazione in tutto il mondo, con quelle conseguenze nefaste che, come tante spade di Damocle, pendano sulle teste di tutti noi.

Sono andato a rileggermi cosa avevo scritto sul “Giorno” all'indomani dell'esito di quel referendum di poco più di otto anni fa dalle parti di Sebastopoli e, in qualche modo, avevo immaginato quale potesse essere il futuro di quella penisola. Scrissi allora: «… la penisola ha cominciato il viaggio di non ritorno che si concluderà solo con il matrimonio con la Russia di Putin». E poi avevo aggiunto: «…L'espansionismo di Mosca può dare fastidio a molti, ma, di fronte all'autodeterminazione di un popolo, credo sia sbagliato condannare il blitz».

In quell'articolo avevo anche aggiunto che quel referendum del 2014 mi aveva fatto venire in mente storie di tanto tempo fa. Mi riferivo all'assedio di Sebastopoli del 1854 da parte delle truppe inglesi, francesi e del Regno di Sardegna che, a fianco dell'Impero ottomano, combattevano contro gli uomini dello zar che avevano occupato quella città. Ed il successivo trattato di Parigi schiuse le porte all'unità d'Italia. Oggi speriamo che, Parigi o non Parigi, ci sia veramente anche una conferenza di pace per l'Ucraina.


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