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Ubi Banca, ecco chi decide le sorti della scalata di Intesa Sanpaolo

Azionisti stabili presi in contropiede, ma Intesa punta sul fatto che circa metà del capitale è in mano a fondi d'investimento in gran parte esteri

di Carlo Festa

La mossa di Intesa Sanpaolo nel risiko bancario europeo

Azionisti stabili presi in contropiede, ma Intesa punta sul fatto che circa metà del capitale è in mano a fondi d'investimento in gran parte esteri


3' di lettura

Sarà il nuovo patto tra i soci di Ubi e la platea numerosa dei fondi d’investimento, molti dei quali esteri, a decidere le sorti della scalata di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca. Già oggi, 19 febbraio, sono previste tappe importanti nella valutazione dell’offerta. Il consiglio di amministrazione di Ubi è convocato per questa mattina: il board guidato da Victor Massiah prenderà atto dell’offerta arrivata da Intesa Sanpaolo. Si tratterà comunque di un passaggio intermedio, in quanto la proposta dovrà essere analizzata dagli advisor.

Di sicuro la notizia arriva come un fulmine a ciel sereno per la compagine di una banca che solo nel gennaio scorso ha mutato fisionomia e che l’altro ieri ha preso atto del nuovo piano industriale, ignara di quello che di li a poche ore sarebbe successo.

L’offerta dovrà convincere il nuovo patto. Nel settembre scorso è infatti stato sottoscritto l’accordo tra gli azionisti di Ubi, raccolto sotto il Comitato azionisti riferimento di Ubi Banca (Car) con circa il 17,8% del capitale. Ha raccolto la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (il primo azionista singolo con il 5,95%), Fondazione Banca del Monte di Lombardia (3,95%), Polifin e famiglia Bosatelli con il 2,85%, Next Investment (famiglia Bombassei), P4P Int e famiglia Pilenga, Radici Group e famiglia Gianni Radici, Scame e famiglia Andreoletti, accreditati di una quota, ciascuno, di circa l’1%. Poi è entrato un altro nome pesante nella compagine, la famiglia Gussalli Beretta con la cassaforte Upifra.

In questo modo è stata superata la suddivisione geografica che per anni ha visto due nuclei di azionisti, bresciani e bergamaschi. La componente bresciana, fino a gennaio, era stata prevalente, anche sotto la spinta di Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo. Così oggi quel che resta del Patto bergamasco dei Mille e di quello bresciano (denominato Sindacato Azionisti Ubi Banca) è rispettivamente una quota di circa l’1,6% e dell’8,3% delle azioni.

Cosa decideranno i soci storici di Ubi, che in seguito alla diluizione andrebbero al 2% del capitale? A parlare è stato per ora soltanto Giandomenico Genta, presidente della della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo: «Fondazione Crc sta già esaminando, con gli altri soci del Comitato azionisti di riferimento, il quadro delineatosi con l’Ops. Valuteremo con particolare attenzione le implicazioni dell’offerta e i possibili scenari, alla luce della centralità di Ubi per l’Italia e il suo sistema bancario e finanziario». Secondo indiscrezioni, il patto è già al lavoro per valutare il quadro, ma le riflessioni prenderanno il loro tempo.

Lo stesso Giovanni Bazoli ha spiegato di non volere, almeno per il momento, dare alcun commento, «se non per precisare che io ho conosciuto la decisione di Intesa Sanpaolo ieri sera, al momento della comunicazione ai mercati, perché i responsabili della banca hanno ritenuto - credo correttamente, data la mia posizione e la mia storia - di non coinvolgermi in alcun modo nella decisione».

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Ma è soprattutto ai fondi d’investimento, molti dei quali esteri, che Intesa Sanpaolo guarda per avere il via libera alla transazione. Circa la metà del capitale di Ubi Banca è infatti attualmente in mano ai grandi asset manager istituzionali. Tanto che Carlo Messina, Ad di Intesa Sanpaolo, era abbastanza positivo sull’esito dell’operazione, facendo leva da una parte sulla compagine azionaria di Ubi, molto focalizzata sui grandi fondi istituzionali, e dall’altra sull’andamento del titolo a Piazza Affari: il 18 febbraio l’istituto guidato da Victor Massiah è volato in Borsa (+23,55%, a 4,31 euro).

Per approfondire:
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