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Da lockdown a remote: così la pandemia ha cambiato il dizionario

Il rapporto 2020 del gruppo di esperti dell'Oxford University Press mostra i riflessi linguistici del coronavirus su scala mondiale: ecco le nuove parole e il cambio di associazioni di altre

di Matteo Motolese

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Il rapporto 2020 del gruppo di esperti dell'Oxford University Press mostra i riflessi linguistici del coronavirus su scala mondiale: ecco le nuove parole e il cambio di associazioni di altre


2' di lettura

Chi abbia frequentato, negli Stati Uniti o in Australia, una grande biblioteca avrà certamente visto anche lì l'elegante blu intenso dei volumi dell'Oxford English Dictionary far mostra di sé su uno scaffale. L'OED, come viene chiamato, è uno dei vertici della cultura europea: vi sono documentate tutte le parole circolate nella lingua inglese dalle origini sino a oggi.

Da tempo ormai, la monumentale edizione cartacea è affiancata da una versione digitale costantemente aggiornata. Il gruppo di esperti dell'Oxford University Press responsabile di questi aggiornamenti, da più di dieci anni, pubblica anche un rapporto annuale in cui sintetizza le principali novità dell'anno che riguardano l'uso della lingua inglese nel mondo.

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I riflessi linguistici della pandemia

Il rapporto 2020, in virtù della triste eccezionalità che ha caratterizzato l'anno che stiamo per lasciarci alle spalle, è particolarmente interessante. Ci permette di vedere, infatti, i riflessi linguistici della pandemia, su scala mondiale: le differenze da zona a zona, la comparsa di nuovi termini, le condivisioni di parole da un paese all'altro.

Qualche esempio. Mentre in UK, Canada e Australia (oltre che da noi, ma per imitazione) è stata lockdown laparola più usata per indicare le misure di contenimento, negli Stati Uniti si è spesso preferito shelter-in-place. Altrove, le autorità hanno usato formulazioni più articolate riassunte in acronimi come MCO (movement control order, in Malesia) o ECQ (enhanced community quarantine, nelle Filippine).

Parole e sigle che resteranno a lungo nella memoria delle persone. Ma lo scambio continuo di informazioni ha portato anche alla migrazione da un luogo all'altro di espressioni prima circoscritte solo ad alcune aree. È il caso di wet market: attestata fin dal 1978, era usata solo nel sud est dell'Asia per indicare i mercati di carne e pesce fresco.

Dopo l'individuazione del mercato di Wuhuan come punto di partenza dell'epidemia, wet market si è rapidamente diffusa altrove, assumendo però un significato diverso: quello di mercato in cui si vendono illegalmente animali selvatici. Non è la prima volta, naturalmente, che un'epidemia raggiunge il livello pandemico. È la prima volta, però, che possiamo osservare così da vicino il suo impatto sulla lingua di tutti i giorni.

In passato, non solo i mezzi di comunicazione erano diversi ma era diversa anche la nostra capacità di raccogliere i dati. Oggi, possiamo seguire i flussi di diffusione di miliardi di parole nella rete in modo rapido e preciso.

Si è visto così che in aprile l'uso di coronavirus era arrivato a essere addirittura più frequente di una parola comune come time. Non è solo questione di singole parole, però. Ma anche, forse soprattutto, di rapporti. Mentre nel 2019 le due parole più frequentemente affiancate a remote erano village e island, nel 2020 sono state learning e working.

Lo stesso è accaduto all'aggettivo essential: nel 2019 era oils 'oli' la parola che più frequentemente gli veniva accostata; nel 2020, è stata worker 'lavoratore o lavoratrice'.

Chi in futuro guarderà questi dati anche solo da questo capirà ciò che abbiamo attraversato.

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