Le sfide dell’Unione

La pandemia è l’occasione per creare una Europa più giusta e sostenibile

di Josef Nierling

(Sehenswerk - stock.adobe.com)

5' di lettura

La pandemia ha portato grandi sofferenze, in particolare in Europa, ma ci ha anche regalato la voglia di immaginare e plasmare con ancora più forza il nostro destino. Però, prima di tuffarci nel futuro, proviamo a ricordare dove eravamo solo pochi anni fa, quando la situazione politica ed economica non era rosea. L’economia mondiale era stagnante e le tensioni tra Stati Uniti e Cina dominavano la scena. L’Europa era indebolita. La stessa Germania, locomotiva economica del Vecchio continente, frenava: l’indice composito di misurazione del livello di attività del settore manifatturiero era in netto calo. Per la prima volta dal 2009, la percentuale di occupati tedeschi era in flessione. Gli effetti si vedevano anche nei conti dei principali Paesi partner commerciali di Berlino, in primis l’Italia.

I dibattiti politici nazionali restringevano l’azione al breve termine e si attivavano quadri di riferimento culturalisti e nazionalisti, vedendo nel ritorno alla sovranità dello Stato un’opzione di recupero di competitività economica. In contraltare si stagliavano pensieri risolutivi opposti, che auspicavano addirittura una decrescita, un ritorno a tempi passati più felici. La discussione pubblica era ben poco focalizzata sul futuro: progetti di grande portata come il Green Deal europeo, varato proprio a dicembre 2019, non avevano quella centralità nel dibattito che avrebbero meritato. Solo oggi cominciamo a riconoscere questo ambizioso piano “verde” come leva di sviluppo economico e sociale.

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Poi la crisi pandemica ha cambiato le nostre prospettive. Prima di tutto ha reso evidente quanto il sistema economico e il sistema sociale siano intrecciati: l’uno sostiene l’altro e le decisioni politiche che ne modificano l’equilibrio sono molto delicate. Le difficili scelte di “aprire” o “chiudere” alcuni settori economici al fine di contenere la diffusione del virus sono state la prova più emblematica.

Inoltre, ha messo in luce la necessità di guardare ai conti pubblici con una prospettiva di lungo termine, in maniera fortemente divergente rispetto alla precedente fase di austerity. Con le azioni messe in atto, tra le quali l’approvazione del Recovery Fund, l’Europa ha dato dimostrazione di essere capace di puntare al futuro, superando rigidità ed egoismi e rinnovando la sua missione. Del resto, solo una strategia comune aggregante consente di trasformare l’Europa in un gigante politico, oltre che economico, che possa competere nell’attuale scenario geopolitico dominato da Stati Uniti e Cina. Disposto il Recovery Fund, diventa cruciale per ogni Paese fare le scelte corrette sull’uso di questi capitali, investendo su quei progetti che hanno maggiore effetto sociale e incidenza sulla crescita economica. I Paesi europei soffrono da anni la mancanza di significativa crescita: questa “malattia cronica” limita la disponibilità di risorse a sostegno del sistema sociale, inclusi quegli investimenti di contrasto ai cambiamenti climatici. I risultati prospettici di crescita degli investimenti ci danno una lettura chiara di quanto il debito generato oggi sarà sostenibile domani: se sprecassimo queste disponibilità di capitali daremmo il via a una certa e grave crisi di debito sovrano tra qualche anno.

L’economia, e l’industria in particolare, possono essere la via per un “nuovo Umanesimo”: non ci dovrebbe meravigliare, quello del Quattrocento non è forse stato promosso dai mercanti? Le imprese oggi sono sempre più consapevoli della loro responsabilità civile. L’industria, leva fondamentale del sistema economico europeo, è motore di sviluppo. Crea posti di lavoro e genera prosperità, contribuendo in tal modo all’eliminazione della povertà e rafforzando così altri obiettivi di sviluppo. Fornisce opportunità di inclusione sociale, di valorizzazione delle diversità e di occupazione per i giovani. Lo sviluppo dell’industria dà vita a un circolo virtuoso: il valore creato dall’applicazione della scienza, della tecnologia e dell’innovazione genera investimenti in competenze e istruzione e fornisce così le risorse per un futuro desiderabile.

Per far ciò dobbiamo spostare il focus del business da un approccio con al centro l’uomo, spesso visto come mero cliente, a uno con al centro l’umanità. Mettere al centro della propria strategia un grande impatto sociale e ambientale genera un effetto virtuoso: ad esempio, nel settore delle automobili, la migrazione verso le motorizzazioni elettriche coniuga in maniera evidente la futura prospettiva di crescita di questa industria – da cui dipendono milioni di lavoratori – con un’innovazione tecnologica che porta importanti effetti ambientali nelle città.

Come leader aziendali, per rivoluzionare le nostre strategie dobbiamo immaginare in grande. Pensiamo all’energia che ha mobilitato negli Stati Uniti il sogno del viaggio verso la Luna di John Fitzgerald Kennedy. Dobbiamo avere un nostro progetto Moonshot: aspirare a un grande impatto per l’umanità, ottenendo profitto come risultato, non come fine. Ciò è profondamente radicato nei valori europei di economia sociale di mercato. Abbiamo la fortuna di trovarci in un momento di sviluppo esponenziale: la velocità di cambiamento delle tecnologie, come l’Artificial intelligence, sta accelerando sorprendentemente, e queste sono un ingrediente prezioso per abilitare una trasformazione radicale. Alcuni player, statunitensi e cinesi in particolare, sono molto avanti con gli sviluppi. Ma non è detto che non si possa raggiungerli e superarli: siamo solo nella fase iniziale di cambiamento esponenziale, non dobbiamo spaventarci facendo proiezioni lineari sul futuro. Per realizzare tutto questo però è necessaria una forte collaborazione tra Paesi.

Se l’Europa vuole proteggere i suoi valori, come il diritto all’assistenza sanitaria pubblica sancita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve trovare le proprie soluzioni secondo i propri princìpi etici, ad esempio creando una piattaforma di Intelligenza artificiale open source al servizio della salute di tutti i suoi cittadini. La nostra unicità può diventare fonte di competitività. Se oggi alcuni princìpi, come quelli di data privacy, fanno parte delle leggi che governano l’Europa, domani potrebbero assumere un nuovo valore, diventando elementi differenzianti dell’offerta di soluzioni tecnologiche.

La valorizzazione etica distintiva dei prodotti europei sarebbe riconoscibile in maniera analoga all’attuale valorizzazione della qualità dei nostri prodotti alimentari. Insomma, un nuovo modo di guidare la trasformazione digitale, con ideali che si possono trovare ben espressi nella Copenhagen Letter del 2017.

In generale, sono profondamente convinto che per supportare la crescita sia necessario spostare il focus dall’incentivazione del consumo all’investimento nella costruzione delle infrastrutture per la transizione verso un’economia sostenibile.

Dobbiamo mettere in atto una rivoluzione, perché i miglioramenti e le efficienze incrementali non sono affatto sufficienti per raggiungere i risultati necessari per salvare il nostro pianeta né per costituire un volàno economico importante.

Bisogna lavorare su molti fronti: abbandonare la produzione di energia da combustibili fossili in favore delle fonti rinnovabili e dell’idrogeno, sviluppare tecnologie per le reti di distribuzione intelligenti, rafforzare il trasporto pubblico, incentivare l’efficienza energetica degli edifici, dotarci di data center, tecnologie analitiche e reti 5G per guadagnare in produttività sfruttando i dati.

Ci troviamo in un momento unico della nostra storia: attraverso l’economia possiamo plasmare una nuova società ricca, sostenibile e inclusiva. Economia e istituzioni si devono muovere all’unisono per realizzare un sogno, che non è quello di conquistare la Luna, ma di rilanciare il nostro pianeta.

Amministratore delegato, Porsche Consulting

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