ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùMERCATI

La pandemia spinge la voglia di microcap

Gli investitori pronti a scommettere sulla capacità di adattamento e sulle specializzazioni digitali delle small cap di Piazza Affari - I portafogli credono nelle potenzialità ancora inespresse di molte nuove realtà

di Matteo Meneghello

3' di lettura

È il momento delle small caps. Lo conferma, tra le altre cose, l’appeal immutato, in piena tempesta Covid, di un mercato come l’Aim e in generale il crescente apprezzamento, da parte degli investitori, per proposte di piccola taglia e con prospettive ancora tutte da costruire, ma ben focalizzate su settori dotati di grande capacità di reazione e adattamento al nuovo scenario post pandemico. Il digitale e l’ipespecializzazione sono il sottostante che hanno guidato le ulime ipo, nella maggior parte dei casi (è il caso recente di quotazioni come quelle di Osai, Labomar, Tecma solutions) chiuse con domande due-tre volte superiori al book ed è soprattutto in questa direzione che guardano gli investitori.

Lo confermano le 68 case di investimento (dieci le realtà straniere, provenienti da Usa, Corea del Sud, Germania, Francia e Spagna) che nei giorni scorsi hanno preso parte alla prima edizione di Next Gems, conference organizzata da Twin e Virgilio Ir proprio per aiutare una quarantina di realtà a bassa capitalizzazione a raccontare il proprio business e i piani di sviluppo alla comunità finanziaria e soprattutto per capire quanta «voglia» di microcap ci sia oggi sul mercato.

Loading...

La sensazione dei promotori dell’iniziative è che queste realtà possano porsi al centro di un cambiamento di rotta nei mercati finanziari di Piazza Affari: molti investitori, dopo la forte accelerazione delle grandi quotate, potrebbero ora esserepronti a scommettere su una «rotazione» dei portafogli.

«C’è voglia di microcap - spiega Pietro Barbi, ceo di Virgilio Ir - , non ci aspettavamo un così ampio successo di partecipazione. L’esperienza è stata positiva, con agende piene soprattutto per le realtà che lavorano nella cybersecurity, nella gestione dei dati, nell’e-commerce». Ambiti ben presidiati e rappresentati all’interno dell’Aim, listino che però è spesso criticato per i flottanti ridotti e le normative «light» rispetto a quelle del mercato principale. «Quando parliamo di small cap parliamo di 155 aziende quotate in Italia con una capitalizzazione uguale o inferiore ai 50 milioni di euro - spiega Mara Di Giorgio, fondatrice e titolare di Twin -, presenti in tutti i mercati di Borsa italiana, non solo sull’Aim. Si tratta di quasi il 50% delle quotate italiane». Dello stesso avviso Pietro Barbi, secondo cui «è vero che sull’Aim i flottanti sono ridotti, ed è difficile avere accesso a un certo tipo di liquidità. Ma non è il mercato a fare la società. Ci sono realtà che risultano molto apprezzate e hanno scelto di partire dall’Aim per impostare il loro percorso di sviluppo».

Realtà che Twin e Ir hanno individuato come le «next gems» e sulle cui potenzialità hanno ricevuto riscontri nei momenti di confronto con gli investitori. «Pensiamo che in molte di queste realtà ci sia un valore ancora inespresso - aggiunge Barbi -, ma le dimensioni ridotte spesso sono un ostacolo alla visbilità e alla capacità di confronto con gli investitori».

Nel confronto con il panel degli investitori, in particolare, è emerso come la dimensione ridotta possa essere un fattore di interesse, nonostante i limiti che comporta. «L’attenzione - spiega Di Giorgio - è rivolta verso aziende dalle dimensioni contenute, perchè sono più facilmente governabili da chi le amministra, soprattutto in questa difficile fase di mercato. Nel confronto con gli investitori è emerso come, in una fase di incertezza, la microcap possa godere di un fattore di vantaggio rappresentato dalla capacità di reazione e risposta veloce ai cambiamenti. Un dinamismo che viene apprezzato dal mercato».

La piccola taglia è un fattore di forza, ma il rischio dimensionale è paradossalmente anche una delle maggiori variabili che gli investitori indicano come sensibile nell’approccio a questo tipo di realtà. «Le società più piccole - aggiunge - sono più sensibili alle dinamiche degli stakeholder, o a eventuali difficoltà vissute dai clienti. Hanno un minore grado di indipendenza e impermeabilità e questo, come è emerso in queste giornate di confronto, può rappresentare un freno all’approccio da parte di alcune categorie di investitori. Detto questo, va ricordato però che si tratta di realtà che, nonostante la bassa capitalizzazione, hanno già una dimensione multinazionale, con una buona conoscenza dei mercati internazionali».

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti