25 novembre

La pandemia della violenza: più donne uccise, meno denunce

Il Covid non ferma i femminicidi. Boom di chiamate al 1522. Un anno di Codice rosso: 4mila indagini. Conte: «La strada è lunga»

di Chiara Di Cristofaro e Manuela Perrone

4' di lettura

Non è il gesto di follia, il raptus, l’impulso improvviso di un folle. La violenza contro le donne riguarda tutti e tutte. È un fenomeno stabile nel tempo, trasversale, pervasivo, che ha radici profonde nella nostra cultura. Ma proprio perché punisce le donne in quanto donne, non può essere considerato ineluttabile.

È la punta di un iceberg fatto di stereotipi, discriminazioni e squilibri: nel lavoro formale e informale, nelle retribuzioni, nella partecipazione alla vita pubblica e sociale. Un gap che spinge il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a raccomandare di «rafforzare nella società la cultura della parità non ancora pienamente conseguita» e a plaudere alla campagna di Rai Radio 1 “No women no panel”.

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La pandemia ha agito da amplificatore, aggiungendo isolamento a isolamento: il lockdown ha trasformato la casa di tante in una trappola. Le ha difese dal coronavirus, ma le ha lasciate in balia dei partner.

IL DOSSIER #NON SEI SOLA

Nei primi dieci mesi dell'anno, secondo i dati Eures, sono stati commessi 91 femminicidi, una donna uccisa ogni tre giorni. Durante il confinamento, secondo il report riferito ai primi otto mesi dell’anno del Servizio analisi criminale del Dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale, i reati “spia” della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti contro familiari e conviventi, violenze sessuali) sono diminuiti sia rispetto allo stesso periodo del 2019 (da 3.319 a 2.438 a marzo e da 3.126 a 2.524 ad aprile) sia rispetto a gennaio e febbraio.

Finito il lockdown, da maggio, hanno ripreso a salire. Le donne sono la stragrande maggioranza delle vittime. E non c’è dubbio che il calo rilevato in lockdown sia dipeso dall’impossibilità di chiedere aiuto. La tragedia della doppia prigione.

Lo prova un dato: gli omicidi volontari da gennaio ad agosto sono stati 178, -19% rispetto allo stesso periodo del 2019, ma la quota di donne vittime è salita del 4% (da 75 a 78). Se gli omicidi di donne costituivano il 34% del totale, nel 2020 sono diventati il 44 per cento. Dei 97 assassinii avvenuti in ambito familiare o affettivo, 68 sono stati femminicidi (il 70% contro il 61%). Più della metà delle donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner.

A scattare una fotografia ancor più nitida è l’analisi delle chiamate al numero verde 1522, il centralino del Dipartimento Pari opportunità: nei primi 10 mesi dell’anno sono aumentate superando in 10 mesi i livelli degli anni precedenti, con le vittime salite a quota 12.833 al 30 ottobre.

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Il periodo peggiore è stato proprio il lockdown: tra marzo e maggio sono più che raddoppiate le richieste (+119%) rispetto allo stesso periodo del 2019. Triplicate quelle via chat, così come le chiamate arrivate di notte o di mattina molto presto. L’atto violento si ripete nei mesi (21,9%) e negli anni (67,7%).

Ma nel 2020, nota l’Istat, la presenza di una quota maggiore di violenze che non hanno una storia pregressa «fa riflettere sul fatto che potrebbe trattarsi di violenze nate nella delicata fase della pandemia»: è «la convivenza stretta con il proprio carnefice che può avere innescato nella vittima la spinta a cercare aiuto».

Chi è che chiama? Per il 96,4% si tratta di donne, accomunate da ben poco altro: una platea eterogenea per età e status sociale. La violenza avviene per mano dell’uomo nel 91,8% dei casi. Se si confrontano questi numeri con quelli delle denunce, i conti non tornano. Solo il 14,2% delle vittime che chiede aiuto al 1522 ha denunciato.

Il rapporto Istat fa chiarezza anche su questo punto: dai racconti alle operatrici del 1522 emerge che la maggior parte non denuncia la violenza subita, proprio perché consumata in famiglia, con tutte le pressioni che questo comporta.

D’altronde anche il dossier illustrato in streaming dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, presenti il premier Giuseppe Conte e la ministra Elena Bonetti, conferma il trend. Nei primi cinque mesi dell’anno i procedimenti iscritti per maltrattamenti contro familiari e conviventi sono cresciuti dell’11%.

Favorire la strada della denuncia, con un percorso protetto, è stato uno degli obiettivi che ha portato al Codice rosso, entrato in vigore il 9 agosto 2019. Il bilancio del primo anno vede 3.932 indagini aperte per i quattro nuovi reati introdotti. Per quelle già concluse, ci sono state 686 richieste di rinvio a giudizio: 90 i processi finiti, 80 le condanne inflitte, compresi patteggiamenti e decreti penali. «Numeri - ha commentato Bonafede - che consentono di rilevare l’utilità dell’approccio procedimentale, basato sulla corsia preferenziale dell’ascolto e dei nuovi reati».

Il più diffuso, con 2.735 indagini, è stato la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento, tipico di stalker e maltrattanti. Seguono il revenge porn (1.083), la deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (82) e la costrizione o induzione al matrimonio (32).

Le vittime sono donne nella stragrande maggioranza dei casi. Ma sarebbe un errore pensare che a pagare siano soltanto loro: gli effetti nefasti della violenza ricadono sulle bambine e sui bambini, sui nonni, sul lavoro, sulla società in generale. Violenza assistita e violenza economica sono le altre facce della medaglia.

Per questo il premier Conte è cauto: «Alcuni dati cominciano che qualcosa comincia a funzionare meglio che in passato, ma siamo consapevoli che il Codice rosso non è la panacea e che serve un approccio sinergico. Il percorso da fare è ancora lungo». Per questo nessuno può dire: non mi riguarda.

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