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La parabola di Noble nelle materie prime, da leader a zombie

di Sissi Bellomo


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4' di lettura

Era un gigante del commercio di materie prime, addirittura il più grande in Asia. Ora è «uno zombie con un’ascia in testa». A parlare così di Noble è l’uomo che le ha spalancato le porte dell’inferno, additandola al mondo come la nuova Enron, e che tuttora non è soddisfatto. Perché gli zombie camminano e lui vorrebbe vederli sepolti per sempre.

A differenza della società americana –protagonista quasi vent’anni fa di quella che viene ricordata come la madre di tutte le truffe contabili – Noble ha evitato la bancarotta e i suoi dirigenti non hanno fatto una brutta fine: sono tutti vivi e vegeti, a piede libero e in gran parte tuttora ai vertici della società. O almeno, di quel che ne resta.

D’altra parte fino ad oggi non ci sono reati accertati , anche se tutto dipende da come andrà a finire l’inchiesta per falso in bilancio che le autorità di Singapore hanno tardivamente aperto lo scorso dicembre e che per un soffio non ha mandato a gambe all’aria gli accordi per la ristrutturazione del debito della società.

Il salvataggio in extremis alla fine c’è stato, grazie anche al fatto che Noble ha avuto l’accortezza di domiciliare la sede legale alle Bermuda. Ma la sua parabola, meno nota e forse meno tragica di quella di Enron, è stata comunque impressionante. All’apice del successo nel 2011 Noble capitalizzava oltre 12 miliardi di dollari in Borsa a Singapore. Aveva uffici in 40 Paesi diversi da cui commercializzava ogni genere di prodotto, dal carbone al caffè, ed era proprietaria di porti, miniere e piantagioni in ogni angolo del pianeta.

Oggi il suo valore si è ridotto a meno di 100 milioni di dollari, anche se è difficile indicare una cifra precisa perché Noble non è più quotata in Borsa (i regolatori l’hanno bandita dal listino di Singapore) e per il 70% è controllata dai suoi creditori senior: hedge funds e banche – tra cui Deutsche Bank e Ing – che stanno cercando di salvare il salvabile. Non c’è stato solo il crollo in Borsa, ma anche il default su alcune obbligazioni, che erano precipitate a tempo record nell’abisso del rating «spazzatura», svalutazioni di asset per miliardi di dollari, che hanno mandato il bilancio in profondo rosso, e un piano di dismissioni forzate che hanno ristretto enormemente il perimetro e il raggio d’azione della società.

Noble – un po’ come Enron ai tempi d’oro – per anni era stata acclamata come un eccezionale caso di successo: la bella storia di un intraprendente ragazzo inglese, Richard Elman, classe 1940, che aveva lasciato la scuola a 15 anni per lavorare nella raccolta di rottami, imparando dal vivo le prime competenze sui metalli che l’avrebbero in seguito trasformato in un imprenditore dal tocco di re Mida.

Noble è nata nel 1896 a Hong Kong, dove Elman si era fermato dopo aver girato il mondo. L’investimento iniziale, che il fondatore aveva sborsato di tasca propria, era di appena 100mila dollari. L’ascesa è stata meteorica, frutto di fortuna ma soprattutto di impegno e passione, spiegava Elman alla Reuters nel 2008: «Non ho mai avuto grandi ambizioni. L’ho fatto per divertimento, perché mi piace e per guadagnarmi da vivere». Noble, attraverso acquisizioni e politiche di marketing aggressive, è diventata sempre più grande e potente, forte abbastanza per sopravvivere indenne alla recessione globale del 2008.

L’inizio della fine ha una data precisa: 15 febbraio 2015, il giorno in cui è stata divulgata la prima di una serie di spietate analisi che hanno messo a nudo la precarietà dei suoi bilanci. L’attacco contro Noble non è partito da un fondo attivista, ma da un nemico invisibile chiamato – chissà se con l’intento di evocare il Titanic – Iceberg Research: nient’altro che un blog finanziario, fino ad allora sconosciuto e redatto da un autore all’epoca anonimo. È emerso in seguito che dietro Iceberg c’era Arnaud Vagner, analista francese che aveva lavorato prima in Bnp Paribas e poi alle dipendenze della stessa Noble, da cui era stato licenziato per motivi tuttora non chiari.

Vagner – quello che ora vorrebbe piantare un paletto nel cuore dello zombie Noble – aveva cominciato col mettere in evidenza le valutazioni gonfiate di alcuni asset: lo stesso rilievo che oggi, per la cronaca, sta muovendo a Trafigura, altro gigante del trading di materie prime (in quest’ultimo caso si tratta del Porto Sudeste, in Brasile). Per Noble la peggiore magagna è emersa quando Vagner si è messo a fare le pulci ai contratti commerciali: in bilancio si teneva conto dei presunti incassi futuri, ovviamente legati a previsioni più che rosee, col risultato di una sopravvalutazione di almeno 3,8 miliardi di dollari, sosteneva Iceberg Research. Le sue argomentazioni vennero giudicate tanto convincenti da scatenare una tempesta di vendite in Borsa, così forte che il valore della società venne quasi azzerato (a fronte di un debito, ora ristrutturato, di 3,5 miliardi).

Noble provò a correggere il tiro, operando a più riprese svalutazioni miliardarie. Ma non ci fu modo di evitare il collasso e la società alla fine dovette arrendersi ai creditori. Il fondatore di Noble, Richard Elmer – ormai quasi ottantenne – si è ritirato a vita privata. Ma sulla poltrona di ceo siede Will Randall, tra i dirigenti più in vista anche ai tempi dei presunti scandali finanziari. Anche il cfo, Paul Jackaman, è un uomo della vecchia guardia.

Vagner – che è stato denunciato da Noble – non è soddisfatto e ora punta ad avviare una causa in Tribunale in difesa degli investitori. Ci vorrà qualche tempo, avverte: «Le organizzazioni più ricche potrebbero intentarla domani ma aspettano gli sviluppi dell’inchiesta penale, mentre chi ha poche risorse ha bisogno di fondi. Non è una situazione facile».

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