think tank sotto inchiesta

Renzi e la parabola di Open, da modello di trasparenza agli intrecci finanziari

La fondazione che ha sostenuto l’ascesa di Renzi è stata tra le poche a pubblicare l’elenco dei propri finanziatori prima che la legge lo imponesse. Restavano esclusi, però, quelli che non avevano dato il consenso alla diffusione dei dati. E che ora emergono dall’inchiesta della magistratura

di Riccardo Ferrazza


Indagine Open, Renzi all'attacco: niente da nascondere, denuncio

2' di lettura

«Siamo la fondazione italiana più trasparente in assoluto» diceva Alberto Bianchi, l’avvocato fiorentino (ma pistoiese di nascita) parlando di Open, il think tank nato nel 2012 per sostenere l’ascesa politica di Matteo Renzi e di cui Bianchi è stato presidente.

La trasparenze e l’inchiesta
Bianchi, 65 anni, ex consigliere di amministrazione Enel, è indagato per traffico di influenze illecite e finanziamento illecito ai partiti da parte della procura di Firenze. Stessa ipotesi di reato per l’imprenditore e amico di lunga data di Renzi Marco Carrai (da poco nominato console di Israele per Toscana, Lombardia ed Emilia Romagna) che sedeva nel direttivo di Open (chiuso nel 2018) insieme all’ex ministra Maria Elena Boschi e a Luca Lotti. L’elenco completo dei finanziatori della fondazione che ha promosso iniziative politiche vicine a Renzi, tra cui la Leopolda, è ora al vaglio dalla magistratura che ha sequestrato la documentazione nello studio di Bianchi e ha fatto negli scorsi giorni diverse perquisizioni.

L’elenco (incompleto) dei sostenitori
La rivendicazione di trasparenza di Bianchi aveva un riscontro. Tra le 121 le strutture tra think tank, fondazioni e associazioni politiche censite da Openpolis, quella di ispirazione renziana risultava tra le poche (solo 19) che rendevano pubblico il proprio bilancio e tra le pochissime (appena 3) per le quali era possibile consultare l’elenco dei sostenitori.

Una trasparenza che, però, aveva un limite imposto dalla normativa sulla privacy (che è stata in seguito modificata con la legge spazzacorrotti e dal decreto crescita): restano segreti il nome e la donazione delle persone fisiche che non hanno esplicitamente autorizzato la diffusione dei loro dati. Circa il 40% dei sostenitori, secondo quanto riportato dal Corriere della sera. Nel corso della sua attività Open ha raccolto in totale circa 7 milioni di euro.

Gli intrecci
Ora i loro nomi emergono dalle verifiche della magistratura con somme che vanno dai 50mila a centinaia di migliaia di euro. Nell’elenco “in chiaro” spiccavano gli importi versati dal finanziere e amministratore del fondo Algebris Davide Serra (300mila euro), da British american tobacco (110mila euro), dall’armatore Vincenzo Onorato (150mila euro). Anche il gruppo Toto (costruzioni) aveva fatto il proprio versamento nella cassaforte renziana: 25mila euro attraverso la società Renexia.

Proprio da qui sono partite le verifiche dei magistrati che hanno fatto emergere «significativi intrecci» tra prestazioni professionali rese di Bianchi e dai suoi collaboratori e i finanziamenti alla fondazione. Il primo degli “intrecci” sospetti risale al 2016 e riguarda denaro che Bianchi avrebbe ricevuto dal gruppo Toto e che poi, per l’accusa, avrebbe versato a suo nome nelle casse della fondazione di cui era presidente mascherandone la provenienza.

I grandi finanziatori nascosti
Così dalle verifiche dei magistrati, ha riportato L’Espresso, sono spuntati due finanziatori finora sconosciuti. L’imprenditore Gianfranco Librandi, ex di Scelta Civica, candidato nel Pd nelle elezioni del 4 marzo 2018 e passato ad Italia Viva avrebbe versato 800mila euro attraverso le sue aziende. Vittorio Farina, lo stampatore arrestato nel 2017 per bancarotta fraudolenta, ha versato ad Open 100mila euro.

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