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La parabola di Rottapharm Biotech, dallo spinoff della ricerca ai 64 esuberi

Raggiunto l’accordo per il licenziamento dei ricercatori dell’azienda brianzola. Il gruppo abbandona la ricerca farmaceutica diretta, «dismettendo» i laboratori

di Alberto Magnani

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(jk1991 - Fotolia)

Raggiunto l’accordo per il licenziamento dei ricercatori dell’azienda brianzola. Il gruppo abbandona la ricerca farmaceutica diretta, «dismettendo» i laboratori


4' di lettura

Sulla pagina Facebook degli ex ricercatori dalla Rottapharm Biotech, un’azienda di Monza che si occupa di sviluppo e ricerca vaccini, capeggia la vecchia immagine di chiusura dei cartoni Warner Bros: That’s all folks!, è tutto, gente. La copertina è ironica, ma il messaggio non potrebbe esserlo di meno. Con l’accordo raggiunto tra azienda e parti sociali il 19 maggio, la società procederà alla chiusura delle laboratori di Monza e Trieste e al licenziamento di 64 ricercatori, contro i 76 previsti originariamente, visto che otto saranno ricollocati nella nuova vita della società e altri quattro hanno scelto le dimissioni.

L’intesa prevede condizioni migliori rispetto a quelle messe sul piatto dalla società, con 16 mensilità e 600 euro per ogni anno di anzianità (l’azienda proponeva, rispettivamente, 10 mensilità e 400 euro l’anno), un bonus da 2mila euro, una mensilità suppletiva per «carichi familiari» e un servizio per il ricollocamento della durata di 12 mesi. Ma resta l’epilogo, o la sterzata, di un progetto nato con l’obiettivo di «sviluppare e cercare farmaci contro target innovativi» e virato ora su altri lidi. L’azienda sposterà il suo modello di business dalla ricerca farmaceutica alla «ricerca farmaceutica innovativa», cioè un lavoro di scouting per individuare e finanziare progetti universitari o piccole biotech innovative e altamente specializzate. Un compito che richiede solo un gruppo ristretto di «manager ricercatori», gli unici che rimarranno operativi dopo l’ondata di esuberi.

La parabola di uno spinoff
Rottapharm Biotech è nata come spinoff di Rottapharm Madaus, la multinazionale della farmaceutica con sede a Monza e fondata negli anni ’60 col nome di «Rotta Research Laboratorium» dal medico e ricercatore Luigi Rovati. Quando il gruppo è stato rilevato nel 2014 dagli svedesi di Meda, due anni prima dell’acquisizione da parte della multinazionale americana Myland, la società ha deciso di scorporare il suo centro di Research&Development in un’azienda autonoma e concentrata sulla ricerca farmaceutica diretta: ovvero fare sviluppo e «discovery» di vaccini direttamente nei propri laboratori, traslocando nella nuova impresa il centinaio di ricercatori operativi nella vecchia divisione R&D.

La scelta, a quanto sostiene il gruppo in una nota, sarebbe stata dettata «anche per tutelare, nel medio periodo, i ricercatori del gruppo, rispetto alla contrazione in tutto il mondo degli organici e delle strutture di ricerca delle multinazionali farmaceutiche». È sempre l’azienda a dichiarare di aver investito complessivamente 100 milioni di euro in cinque anni, sviluppando una decine di farmaci per aree terapeutiche diverse, dall’oncologia alla terapia del dolore. Non è andata secondo le attese, visto che l’attività dello spinoff non ha prodotto risultati commercializzabili nei tempi attesi. «Nonostante l'impegno economico e le energie profuse - si legge - tutti i progetti non hanno portato a risultati concreti».

Da qui la scelta del cambio di rotta dalla ricerca farmaceutica diretta alla «ricerca diffusa internazionale», conservando uno zoccolo di figure più manageriali e avviando la mobilità per il resto di ricercatori. Una doccia fredda che la dirigenza, però, non ritiene tale. Lucio Rovati, attuale presidente del gruppo e figlio di Luigi, dice al Sole 24 Ore che la scadenza era prevista da subito. Creare Rottapharm Biotech, spiega, era stata «un'operazione folle, che pure ho fatto con grande piacere, perché non esiste più un modello di Ricerca&Sviluppo così - dice -. Io avevo dato quattro anni di tempo alla struttura per raggiungere risultati, ho aspettato il quinto anno e ho poi dovuto fare quello che avevo sempre detto».

La vertenza in piena crisi Covid-19
Le tempistica, di sicuro, non ha facilitato le cose. La procedura per la mobilità è stata avviata il 19 febbraio, nella fase di ascesa della crisi del Covid-19 e una manciata di giorni prima che il governo congelasse per decreto tutti i licenziamenti. I sindacati hanno chiesto un passo indietro e di interrompere la procedura, tenendo presente che il blocco per legge degli esuberi era scattato veramente a ridosso: il 23 febbraio. Non ha funzionato. «Abbiamo sempre sostenuto la necessità di interrompere la procedura e non abbiamo mai potuto parlare con i lavoratori, perché l'azienda ha sempre risposto che non era possibile» spiega al Sole 24 Ore Massimo Mazza di Uil Farmaceutico.

La vertenza si è svolta nei mesi di lockdown, con tanto di un incidente «comunicativo» nel mezzo delle trattative. Ad aprile, a vertenza in corso, è emersa sulla stampa la notizia del coinvolgimento di Rottapharm Biotech nel progetto di un vaccino anti-coronavirus. L’aggiornamento, confermato ora al Sole 24 Ore da Rovati, è stata accolta come una sorta di beffa da lavoratori in attesa di sapere qualcosa in più sul proprio futuro. «Una cosa che ovviamente non stava né in cielo né in terra, in mezzo alla vertenza, e ha fatto scatenare le ire dei lavoratori - racconta Mazza -. Anche i rapporti sindacali che prima erano un po' più distese si sono inaspriti».

L’intesa finale, ritenuta discreta da Mazza, attenua le condizioni di uscita dei ricercatori in esubero. Ma resta un licenziamento che ha toccato oltre 60 ricercatori, famiglie incluse, e sancito il cambio di quella «missione» che viene ancora descritta sul sito dell’azienda: «sviluppare e scoprire farmaci contro bersagli innovative». L’azienda rivendica di aver preservato l’obiettivo, anche se cambiando modello e senza i laboratori della Rottapharm Biotech nata nel 2014. Ora sulla loro bacheca Facebook, intitolata ai «76 ricercatori inutili di Rottapharm Biotech», le comunicazioni si sono chiuse con una citazione della premio Nobel Marie Curie e l’augurio di buona fortuna agli ex colleghi. Ne servirà perché stavolta è davvero «that’s all», è davvero finita.

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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