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La partita coperta della Merkel verso i vertici di Bruxelles

di Carlo Bastasin


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(AFP)

4' di lettura

I lettori di queste colonne hanno saputo in anticipo, il 19 settembre scorso, che Angela Merkel sarebbe uscita prima del previsto dalla scena politica tedesca. L’annuncio della cancelliera, il 29 ottobre, di un addio al ruolo di presidente del partito cristiano-democratico (Cdu) e di un addio alla vita politica dal 2021, lascia tuttavia un margine di incertezza sulla data di un probabile abbandono anche della cancelleria e quindi sui programmi futuri di Angela Merkel. Interlocutori vicini al governo tedesco ritengono, tuttavia, che il progetto nascosto della cancelliera resti quello di assumere una posizione di guida nelle istituzioni europee e, come prima opzione, di essere chiamata alla presidenza della Commissione europea nel 2019.

Il quadro politico che si prefigura a livello europeo gioca nella direzione giusta per Angela Merkel. Secondo le proiezioni attuali sul voto di maggio 2019 per il Parlamento europeo, non solo i partiti euroscettici non avrebbero chance di ottenere la maggioranza dei seggi, ma si fermerebbero a circa metà dei voti dei partiti pro-europei. Inoltre, anche la distribuzione dei voti tra i partiti europeisti presenta aspetti favorevoli alla nomina di un candidato come Merkel.

I due partiti maggiori, il Partito popolare e il Partito socialdemocratico, perderanno consensi rispetto alle elezioni passate. Le attuali proiezioni stimano infatti che possano arrivare assieme solo al 44-45% del totale dei voti, contro i risultati passati compresi tra il 50 e il 70 per cento. Una grande coalizione non arriverebbe dunque al 51%. Poiché la legislazione europea richiede il ricorso alla maggioranza assoluta e in alcuni atti fondamentali, per esempio l’approvazione del bilancio comunitario, anche una maggioranza qualificata, è molto probabile che la prossima legislatura nasca con un complesso negoziato che coinvolga oltre ai due partiti maggiori anche le formazioni pro-europee minori, quali i Verdi e En Marche di Emmanuel Macron o dei liberali di Alde.

Se questo è il quadro offerto dalle cifre disponibili, è molto improbabile che uno Spitzenkandidat - i “candidati di vertice” indicati dai singoli partiti alla guida della Commissione europea - di uno dei due partiti maggiori, possa realmente sostenere di essere espressione di un partito che ha vinto le elezioni europee. Infatti, sia i popolari sia i socialdemocratici emergeranno dal voto come sconfitti. Politicamente più giustificato sarebbe avere alla presidenza della Commissione un rappresentante della coalizione nel suo insieme. A quel punto bisognerebbe tenere in considerazione in particolare le opinioni di Macron e dei Verdi. Non è un caso che il presidente francese si sia sempre dichiarato contrario al meccanismo degli Spitzenkandidaten.

A quel punto, esclusi i candidati ufficiali, l’invito ad Angela Merkel ad assumere, come candidato esterno, la presidenza della Commissione potrebbe avvenire con un consenso molto ampio dei partiti pro-europei e con consolidata sintonia tra Francia e Germania.

Per questo progetto, una partita ancora più complessa è quella che la cancelliera dovrà giocare in casa. Chi conosce il funzionamento del sistema politico tedesco sa che la posizione di Angela Merkel a capo del governo non è sostenibile una volta lasciata la guida del partito cristiano-democratico. Al tempo stesso è del tutto precaria anche la permanenza nella Grande coalizione del partito socialdemocratico. È quindi ipotizzabile che la legislatura si interrompa ben prima della sua scadenza, probabilmente entro i prossimi otto mesi, attraverso una delle due procedure di sfiducia parlamentare e in particolare su iniziativa del cancelliere stesso in base all’articolo 68 della legge fondamentale.

Lo scenario successivo è quello di un’inedita alleanza tra la Cdu e il partito dei Verdi. Si tratta di una coalizione tra forze disomogenee politicamente, ma che hanno dimostrato di governare bene e stabilmente assieme sia in Baden-Württemberg, sia in Assia.

La successione a Merkel alla guida del partito e del governo di una personalità meno vicina alla sinistra - il nome di gran lunga più citato è quello di Friedrich Merz (vedi approfondimento sotto) - non sarebbe un ostacolo. Infatti, il vantaggio di una coalizione con polarità politiche distanti tra loro starebbe proprio nella chiara distribuzione dei ruoli. La Cdu si occuperebbe dei temi di sicurezza e di efficienza economica e i Verdi della domanda di politiche che caratterizzano lo Zeitgeist della Germania moderna, centrate su ciò che i sociologi chiamano “singolarizzazione” della società: temi ambientali, diritti umani, cooperazione globale e sviluppi tecnologici.

Nuove elezioni federali potrebbero sancire i nuovi equilibri aprendo anche la questione di una nuova leadership nell’importante Land della Baviera, il cui partito principale, la Csu, aderirebbe al governo. Nell’assetto prefigurato alla cancelleria, la posizione di guida della politica bavarese potrebbe spettare a Manfred Weber, l’attuale candidato alla presidenza della Commissione del partito popolare europeo, chiudendo l’ultimo tassello della complessa partita.

Ci sono ancora numerose incognite sulla strada della cancelliera. Già ora Merkel non ha più il controllo del partito, né della sua successione interna. Ma forse il suo punto di maggior debolezza è non poter contare in questa fase sull’appoggio del più influente tra i politici tedeschi, il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble.

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