Opinioni

La partita dell’equilibrio Ue va giocata sul salario minimo

La convergenza salariale tra Est e Ovest tema strategico, ma non deve essere l’unico

di Andrea Garnero

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(Agf)

La convergenza salariale tra Est e Ovest tema strategico, ma non deve essere l’unico


4' di lettura

Con il lancio, qualche settimana fa, del primo stadio della consultazione sul salario minimo, la nuova Commissione von der Leyen ha cominciato il 2020 con parole chiave ben diverse da quelle che hanno animato gli anni della crisi. Questa attenzione riflette la domanda di un’Europa che non parli solo di debito e banche e si inserisce nella più ampia strategia per favorire la convergenza tra est e ovest, anche sul piano dei salari.

La Commissione non intende imporre un salario minimo uguale per tutti i Paesi e nemmeno obbligare quelli che non ce l’hanno (Italia, Austria e Paesi nordici) a introdurne uno. Ma, nel rispetto delle tradizioni nazionali, ha invitato le parti sociali a discutere come assicurare che i lavoratori deboli ne siano effettivamente coperti, che il minimo garantisca standard di vita dignitosi e che la decisione non sia completamente politica, ma che tenga conto delle condizioni economiche e coinvolga le parti sociali. Princìpi di buon senso, ma comunque un grattacapo per von der Leyen per la forte opposizione dei Paesi nordici, in particolare dei sindacati, che vedono l’iniziativa come un’indebita intromissione nel loro modello basato sulla piena autonomia delle parti sociali.

Il trattato comunitario menziona esplicitamente i salari tra le materie che non sono competenza europea (anche se durante la crisi le istituzioni europee sono intervenute in maniera più o meno diretta anche in questo campo). Un’iniziativa sul salario minimo sarebbe, quindi, fatta sotto il cappello della più generale competenza in materia di condizioni di lavoro, ma resterebbe esposta a probabili ricorsi alla Corte di giustizia europea. Inoltre, non è detto che la proposta porterà miglioramenti tangibili per i lavoratori.

Tutti i Paesi europei hanno già una forma di salario minimo e, in termini relativi, i salari minimi in Polonia e Ungheria sono più alti che in Olanda o Germania. Inoltre, negli ultimi anni i Paesi dell’Est hanno visto una crescita salariale ben più spiccata del resto del continente, in parte per il processo di convergenza economica in corso, in parte perché meno esposti alla crisi. Se il compromesso finale per non interferire con il modello nordico porterà la Commissione a fare una proposta con molti caveat e deroghe o se la Corte di giustizia dovesse bocciare la Commissione, il salario minimo europeo resterebbe una conchiglia vuota. Per questo motivo è importante evitare che risulti come un’iniziativa estemporanea.

Innanzitutto andrebbe sgombrato il campo dall’equivoco per cui se l’Europa non interviene direttamente in ambito sociale è per forza perché se ne disinteressa. L’Ue non deve intervenire su tutto a prescindere, ma solo in quegli ambiti in cui c’è un valore aggiunto ad agire insieme. In campo sociale, l’Ue deve, in particolare, occuparsi di rispondere ai rischi che essa stessa genera, per esempio quelli causati dalla mobilità di persone, merci, servizi e capitali oppure dagli accordi commerciali internazionali oppure ancora dalla specializzazione produttiva in pochi grandi hub del continente (grandi città o determinati porti e aeroporti o cluster industriali) a scapito di altre zone. A questo servono strumenti come il Fondo sociale europeo o il Fondo di adeguamento alla globalizzazione che potrebbero essere rafforzati e migliorati. Ma indirettamente anche altre politiche Ue che promuovono crescita e coesione come i fondi di sviluppo regionale o il piano Juncker (quando ben spesi).

Il dibattito, poi, dovrebbe andare oltre la proposta di uno strumento ben preciso per concentrare la discussione sugli obiettivi che si vogliono ottenere, così come cominciò a fare la Commissione Juncker con il “Pilastro dei diritti sociali”. I criteri su deficit e debito di Maastricht indicano un obiettivo, non strumenti specifici.

Tocca agli Stati decidere se aumentare le tasse o tagliare le spese. Se vogliamo l’Europa sociale al centro dell’agenda, perché non portare, almeno a livello politico e comunicativo, disoccupazione, bassi salari e/o povertà allo stesso livello dei parametri sul deficit e il debito? Si tratterebbe di criteri parziali e, per natura, un po’ “stupidi” (come disse Prodi dei criteri di Maastricht). Ma per lo meno sarebbero comprensibili a tutti e soprattutto obbligherebbero la Commissione e gli Stati membri a riflettere al “pacchetto completo”. Perché in alcuni Paesi un intervento sul salario minimo potrebbe essere necessario perché fissato a un livello troppo basso oppure perché la contrattazione collettiva lascia troppi lavoratori scoperti (come si potrebbe argomentare per il caso italiano). Ma in altri Paesi, bassi salari e povertà sono legati ad altri fattori. Per un’efficace strategia di lotta alla povertà è necessario agire sul lato della domanda di lavoro di qualità (e quindi politiche industriali e dell’innovazione), dell’offerta di lavoro (e quindi politiche attive e della formazione) ma anche delle politiche sociali e fiscali e perfino della famiglia (perché un solo reddito, anche buono, potrebbe non bastare in presenza di molti familiari a carico). Agire solo sul minimo salariale senza considerare il resto potrebbe rivelarsi poco efficace o in alcuni casi perfino dannoso (se il minimo fosse troppo distante dalle condizione economiche locali).

Infine, il dibattito sul salario minimo a livello europeo non deve essere la scusa per non procedere su altre questioni fondamentali. Per esempio nell’agenda della Commissione, e in particolare sul tavolo di Paolo Gentiloni, c’è anche la creazione di un regime europeo di riassicurazione delle indennità di disoccupazione per sostenere i Paesi europei in caso di shock asimmetrici. Questo è un tipico caso in cui un intervento europeo è cruciale per ribilanciare le asimmetrie che si creano con una politica monetaria comune e politiche fiscali nazionali. Eppure il consenso dei Paesi europei al riguardo è ancora molto lontano. Al momento le discussioni sul Bicc, il Budgetary Instrument for Convergence and Competitiveness, che dovrebbe essere il primo seme di bilancio dell’eurozona con una funzione stabilizzatrice, non hanno portato a nulla di soddisfacente. Vedremo il risultato del summit speciale convocato per oggi a Bruxelles sul bilancio europeo, di cui il Bicc è una delle nuove voci da negoziare (ma le premesse non sono buone).

I cittadini europei chiedono un’Europa più sociale. Ai politici, con il contributo di parti sociali, esperti e media, tocca dare una risposta seria e articolata. Un salario minimo per i lavoratori più deboli, fissato per legge o dalla contrattazione collettiva fa parte della cassetta degli attrezzi da utilizzare, ma non è l’unico tema su cui cristallizzare il dibattito.
@AGarnero

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