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La partita vera sul fondo salva-stati

di Sergio Fabbrini

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4' di lettura

Dietro la confusione c’è sempre una logica. È vero che c’è confusione nella politica dell’Unione europea (Ue). Tuttavia, quella confusione è dovuta alla molteplicità delle divisioni che attraversano quest’ultima. C’è la divisione tra forze politiche, tra Stati o gruppi regionali e tra istituzioni. Ad esempio, se si vuole capire la battaglia in corso sulla riforma del Fondo salva-Stati (formalmente, European stability mechanism), occorre guardare alla terza di quelle divisioni. Cioè alla contrapposizione tra il Parlamento europeo e la Commissione europea (istituzioni sovranazionali) e il Consiglio europeo e il Consiglio dei ministri (istituzioni intergovernative). Quando si tratta di soldi, le seconde rivendicano il controllo del loro utilizzo, anche se le prime vogliono avere una voce in capitolo. Il mio argomento è che la riforma del Fondo salva-Stati è promossa dai governi nazionali proprio per ridimensionare il ruolo acquisito dalla Commissione nella valutazione delle condizioni finanziarie degli Stati dell’Eurozona. E ciò avrà conseguenze negative sull’Italia. Spiego perché.

Il Fondo salva-Stati fu istituito alla fine del 2011, per divenire operativo l’anno successivo, come uno strumento eccezionale di gestione della crisi finanziaria che aveva colpito l’Eurozona. Fu istituito attraverso un accordo intergovernativo esterno al quadro giuridico dell’Ue. Esso si basava (e si basa) su fondi nazionali trasferiti nel nuovo strumento finanziario. Seppure giustificato da un emendamento all’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (Tfue), il Fondo si è configurato sin da subito come un’istituzione esclusivamente intergovernativa. Superata l’emergenza della crisi, la Commissione europea, sostenuta dal Parlamento europeo, ha periodicamente proposto di riportarlo all’interno dell’Ue, con l’obiettivo di sottoporlo a una qualche influenza delle istituzioni sovranazionali.

Così, dal giugno dell’anno scorso, è iniziata la discussione per la revisione della struttura e del funzionamento del Fondo. Però l’esito (temporaneo) di tale processo di riforma (così come è emerso dalla bozza concordata nella riunione dei ministri economici e finanziari dell’Eurozona del 14 giugno scorso) va nella direzione opposta a quella desiderata dalle istituzioni sovranazionali. In quella bozza si riconosce formalmente la necessità di un coordinamento tra il Fondo e la Commissione europea (Preambolo, punti 5a e 5b), tuttavia tale coordinamento è inserito in un contesto altamente intergovernativo. Così intergovernativo che, se un Paese avrà bisogno di aiuto, la possibilità di concederglielo e le condizioni a cui sottoporlo dovranno essere decise anche dal Fondo monetario internazionale (Fmi) (Preambolo, punto 8). Inoltre (Preambolo, punto 12A), il Fondo salva-Stati potrà fornire sostegno finanziario solamente a quei Paesi dell’Eurozona «il cui debito è considerato sostenibile e la cui capacità di restituzione al Fondo è confermata». La logica del Fondo è identica a quella dell’Fmi (Preambolo, punto 13), ovvero l’aiuto finanziario sarà fornito solamente al Paese con un debito non dovuto alle sue scelte, tenendo presente che quel debito può essere anche ‘ristrutturato' (articolo 12.4 della bozza di revisione del Fondo). Non ci fischiano le orecchie?

Anche se la Commissione è coinvolta nel processo di valutazione della richiesta di aiuto (insieme alla direzione del Fondo, alla Banca centrale europea e all’Fmi), appare evidente che il Fondo finirà per dare vita ad una supervisione delle condizioni finanziarie dei Paesi membri dell’Eurozona che si sovrapporrà a quella già stabilita dal Patto di stabilità e crescita (e dai suoi sviluppi successivi). Ma tra le due procedure c’è una differenza significativa. Nel Patto, la Commissione ha acquisito un ruolo autonomo nella valutazione delle condizioni finanziarie di un Paese, anche se le sue raccomandazioni (ad esempio, di avviare una procedura d’infrazione) possono essere poi neutralizzate da una maggioranza qualificata contraria del Consiglio dei ministri finanziari. Nel Fondo, invece, l’autonomia della Commissione viene fortemente ridimensionata da una governance costituita esclusivamente dai rappresentanti dei governi nazionali (i membri del Board of Governors, del Board of Directors, e il Managing Director sono tutti nominati dai governi nazionali).

Questi ultimi dovranno prendere decisioni generalmente all’unanimità (mutual agreement), oppure a maggioranza qualificata (in casi specifici) o a maggioranza semplice (in casi molto limitati). Ogni Paese dell’Eurozona che partecipa al Fondo ha un numero di voti correlato al suo contributo finanziario. Secondo l’Appendice II del Fondo, la Germania ha quasi il 27 per cento, la Francia poco più del 20 per cento e l’Italia poco più del 17 per cento dei voti. Naturalmente, ciò è giustificato dal contributo finanziario di quei Paesi. Si faccia attenzione, però. Recita l’articolo 4.4 (Capitolo 2 della bozza), «l’adozione di una decisione attraverso il mutual agreement (da parte dei due Board), nel contesto della procedura d’emergenza, richiede una maggioranza qualificata dell’85 per cento dei voti». Ciò significa, dunque, che nessuna decisione potrà essere presa, in condizioni di emergenza, senza l’autorizzazione della Germania, in quanto dotata (molto più che la Francia e l’Italia) di un pesante voto di blocco. Ecco come i governi nazionali (o alcuni di essi) contrastano la Commissione europea nella sua richiesta ad avere un ruolo nella politica finanziaria.

Insomma, dietro la confusione di Bruxelles c’è in realtà un conflitto tra governi nazionali e istituzioni sovranazionali. I primi vogliono trasformare l’Ue in un’associazione di Stati gestita dal Consiglio europeo, le seconde in un’unione parlamentare governata dalla Commissione. Più il Parlamento europeo e la Commissione hanno rivendicato nuovi poteri, più gli organismi intergovernativi hanno controbattuto con nuovi meccanismi (come il Fondo) da essi controllati. La logica intergovernativa richiederebbe di essere contrastata dal suo interno, non solo dall’esterno. Almeno da quei governi che la subiscono. Eppure, il governo italiano non dice niente. A Roma sono in campagna elettorale, mentre a Bruxelles stanno cambiando l’Europa contro i nostri interessi.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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