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La Pasqua degli errori e l’importanza di chiedere aiuto per uscire dai vicoli ciechi

Non sempre cercare di correggere in prima persona i propri sbagli si rivela efficace. Spesso serve l’intervento degli altri

di Vittorio Pelligra

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5' di lettura

La narrazione della passione di Cristo è per i credenti il racconto della vicenda tragica che prelude alla morte e alla resurrezione di Gesù, alla sconfitta del peccato e alla redenzione dell'umanità. Per i non credenti rappresenta comunque una vicenda carica di significato: la speranza, la lotta, il tradimento, il sacrificio, la rinascita. Archetipi fuori dal tempo che ci riguardano tutti e che alimentano le radici profonde del nostro essere individuale e collettivo.

Ma la Pasqua, che celebra questa vicenda, è anche una storia di illusioni e di errori: a partire da Gesù che non comprende appieno, fino al sangue del Getsemani, il destino che Dio ha riservato per lui ed erra ancora quando, pendente dalla croce, crede che il Padre lo abbia abbandonato al suo destino – “Eli Eli lama sabactàni” (“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”). Sbaglia il ladrone che invita Gesù a sfuggire con superbia al suo destino di Salvatore; sbagliano gli apostoli che fino alla “coena domini” sono ancora convinti che la rivoluzione di Cristo sarà una rivoluzione di potere e sbaglia Pietro che promette a Gesù fedeltà incrollabile e, invece, lo tradisce tre volte prima che il gallo canti; e sbaglia, ancora prima, a reagire con la violenza della spada alla cattura nell'orto degli ulivi; sbaglia certamente Giuda, il traditore, che paga a caro prezzo il proprio errore. Dopo la condanna e la morte in croce i suoi “Capiscono che Gesù non era colui che avevano creduto – ci rammenta Aleksandr Men' nel suo “Gesù maestro di Nazareth” – Dunque la loro fede in lui era stata un inganno. Era quella una disfatta definitiva, totale, irrimediabile. Crollavano miseramente le loro più intime speranze, i loro fulgidi sogni. Nessun uomo mai aveva provato una delusione più schiacciante”.

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Il frutto degli errori

Eppure, tutti questi errori portano, inaspettatamente, frutto. Generano una civiltà, da Gerusalemme, attraverso Atene fino a Roma, che dice ancora oggi chi siamo e, per i credenti, questi errori sono parte integrante del piano provvidenziale che porta alla sconfitta della morte. Che sia metaforica o sostanziale questa narrazione ha una valenza universale, un portato potente. Dall'errore nasce la vita. Per dirla con San Paolo “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor. 12,10). Perché la vulnerabilità può essere generativa. Ma il percorso che conduce dall'errore alla luce non è affatto scontato, né certo, né agevole. Perché dall'errore possa scaturire qualcosa di buono sono necessarie alcune condizioni. Fuor di metafora abbiamo visto negli ultimi appuntamenti con “Mind the Economy” che gli errori sono spesso un effetto collaterale del modo in cui il nostro cervello si è evoluto per gestire la complessità. Per questo è importante distinguere gli “errori” da quelle che più propriamente vanno indicate come “distorsioni”. Queste ultime sono sistematiche, regolari e, quindi, prevedibili. Ma se sono prevedibili, allora, queste distorsioni che dirottano le nostre decisioni, sono anche evitabili?

Si può evitare di sbagliare?

Le cose qui si fanno un po' complesse. Innanzitutto, occorre sgombrare il campo da tre facili incomprensioni che circondano i bias e le loro conseguenze. La prima riguarda il fatto che, una volta scoperti e analizzati, ci sembra di vedere bias dappertutto. Invece non tutti i nostri errori sono dovuti alle euristiche e alle distorsioni. Semplicemente facciamo la cosa sbagliata perché abbiamo ponderato un piano fallace o perché erriamo nel metterlo in atto. In secondo luogo, accade spesso che un risultato, soprattutto se indesiderato, venga attribuito ad un errore. Invece, semplicemente, magari è il frutto del caso, degli eventi, delle circostanze, contro le quali nulla avremmo potuto. Il terzo problema nasce dal fatto che spesso andiamo alla ricerca di “un” bias, mentre la nostra condotta fallace è, in realtà, il frutto di una combinazione di molteplici bias che agiscono contemporaneamente e sviano la nostra condotta. Davanti a queste situazioni possiamo agire in due modi almeno: da una parte possiamo cercare di chiarificare il nostro sguardo, purificare il nostro giudizio e depurare da ogni scoria tossica il nostro processo decisionale. Possiamo anche, però, cercare di trarre profitto dalla comprensione degli effetti che i nostri stessi bias esercitano sulle scelte degli altri. Discipline alla moda come la behavioral finance e il behavioral marketing, per esempio, si danno questa finalità. Ma se siamo più interessati, invece, al miglioramento delle nostre capacità decisionali, anche in questo caso, gli ostacoli da superare non mancano: a differenza degli errori propriamente detti, i bias tendono ad essere invisibili. Un errore produce conseguenze che lo rendono apparente, a volte, ingombrante fino all'imbarazzo. I bias, invece, ci assecondano, ci fanno sentire a nostro agio, coccolano il nostro ego e, così, spesso passano inosservati. Scoprirli non è affatto semplice.

I rischi degli interventi eccessivi

Come sottolinea Daniel Kahneman: “Possiamo essere ciechi all'ovvio, così come ciechi alla nostra cecità”. Il secondo problema riecheggia una delle condizioni viste poco sopra. Se anche cercassimo di correggere gli effetti di un bias non potremmo mai essere certi che questo sia l'unico fattore distorsivo ad alterare i nostri giudizi e le nostre decisioni. In genere c'è sempre una pluralità di influenze in gioco il cui ruolo complessivo è difficile da discernere e correggere. In terzo luogo, forse il problema principale si pone per il fatto che le euristiche da cui derivano i bias sono strategie cognitive che nella stragrande maggioranza dei casi funzionano molto bene. È il nostro cervello che si è evoluto in un certo modo per risolvere innumerevoli problemi che la vita ci ha posto davanti fino da tempi remotissimi. Mettere in discussione e sabotare il funzionamento di queste euristiche, solo perché qualche volta ci portano fuori strada, può essere estremamente controproducente. Rinunciare a meccanismi che sono generalmente efficaci solo perché qualche volta ci ingannano non sembra una politica illuminata.

L’importanza di chiedere aiuto

Siamo in un vicolo cieco dunque? In realtà le cose stanno diversamente, per fortuna. Nonostante le possibilità di fare de-biasing, di correggere, cioè, gli effetti indesiderati delle distorsioni cognitive siano limitate e presentino non poche difficoltà, è, nondimeno, possibile cercare di ridurre gli effetti negativi delle euristiche sui nostri processi decisionali. L'idea chiave, a riguardo, è il fatto che le nostre decisioni non avvengono nel vuoto; hanno luogo all'interno di un ambiente fatto di regole, meccanismi, norme e relazioni. Nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto, quelle che, in genere, consideriamo decisioni individuali sono o possono essere, decisioni collettive. In altri termini possiamo sempre decidere con l'aiuto di qualcuno. Sappiamo di non poter vedere sempre chiaramente i bias che influenzano il nostro agire e di non poterli correggere in maniera efficace, ma sappiamo anche che chi ci sta vicino può vederli più chiaramente di noi e può efficacemente aiutarci a contrastarne gli effetti distorsivi.

«Interessarsi dell’altrui felicità»

Per questo l'arte della decisione dev'essere soprattutto una faccenda collettiva e non individuale. Per concludere, ritornando alla metafora pasquale citata all'inizio, possiamo certamente dire che nonostante sia scaturito da un errore fondamentale - la morte del suo fondatore - il cristianesimo ha potuto esercitare una influenza profonda, ampia e duratura, perché ha viaggiato principalmente attraverso comunità, gruppi di persone, impegnate nella correzione reciproca e interessate ognuna al destino dell'altra. Interconnesse e co-interessate. In questi mesi la pandemia ci ha fatto scoprire in maniera tragica e inequivocabile quanto la nostra vita sia interconnessa con quella di milioni di altre persone. Il mio augurio per questa festa di Pasqua è che possiamo scoprire quanto prima anche la dimensione del co-interesse, perché come scrive Adam Smith nella “Teoria dei sentimenti morali”: “Per quanto (l'essere umano) possa esser supposto egoista, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo inducono a interessarsi alla sorte altrui e gli rendono necessaria l'altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla”. Auguri.

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