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La passione civile del fare impresa

di Paolo Bricco

(Carlo Carino)

3' di lettura

La comunità degli imprenditori e la loro passione, la metamorfosi del sistema industriale e la violenta riconfigurazione della politica. Oggi come nel 1992. Il 10 dicembre del 1992 si teneva a Parma, per la prima volta, l' Assise Generale di Confindustria. La Prima Repubblica era già al crepuscolo, bruciata dalla fine del mondo diviso nei due blocchi delle democrazie occidentali e del socialismo reale e corrosa al suo interno dalla sindrome della ingovernabilità, dall'esplosione del debito pubblico e dal morbo della corruzione. La Seconda Repubblica doveva ancora formarsi. Iniziava la ritirata delle famiglie storiche del capitalismo novecentesco e finiva l’economia pubblica incentrata sull'Iri. Verona, 16 febbraio 2018. L’eterna transizione italiana ha assunto le sue ennesime sembianze: una campagna elettorale dura e rumorosa, programmi economici in alcuni casi vaghi e ambigui e altre volte didascalici e onnicomprensivi, con promesse finalizzate a conquistare il consenso elettorale alimentando le più profonde pulsioni degli italiani per la spesa pubblica e la loro avversione ad ogni ipotesi di sostenibilità finanziaria realizzata con le coperture e con la razionalità.

In fondo, il pericolo che la corsa finisca nel vuoto. Soprattutto se, dalle elezioni del 4 marzo, uscirà un risultato che renderà impossibili delle geometrie solide e delle alleanze omogenee di Governo. Con il rischio che, in questo 2018, si affacci sul proscenio italiano di nuovo uno dei personaggi – fra lo scespiriano e il fantozziano, sempre deleterio – che ha spesso volto la Storia italiana da commedia in dramma: la Signora Ingovernabilità. Nel 1992, lo spirito civico degli imprenditori fu uno degli ingredienti che resero efficace l'azione di una Confindustria che contribuì a colmare il vuoto della politica e dei poteri che rischiava di inghiottire la società italiana. Un quarto di secolo dopo si sta ripetendo un fenomeno analogo. Chiunque abbia seguito le tavole rotonde, abbia partecipato alla plenaria e si sia aggregato ai crocicchi nei corridoi della Fiera di Verona è rimasto colpito dalla passione degli uomini e delle donne di Confindustria, dal loro desiderio di essere in mezzo alle cose, dalla loro volontà di provare a cambiare tutto ciò che, in questo Paese, non va bene e non funziona. Le sale piene durante le tavole tematiche, le persone in piedi a seguire, l'accavallarsi degli interventi e l'affettuosa attenzione riservata a chi, magari, si dilungava troppo. Sono questa passione e questo interesse a tenere insieme la comunità che ha prodotto la consistente riflessione collettiva – di natura civile e politica, in senso alto – che è confluita nel documento che Confindustria ha proposto ieri alla politica di oggi. Un documento strutturato e organico, pensato e di lungo respiro: una vera e propria agenda di politica economica e industriale. In perfetta contraddizione rispetto allo spirito dei tempi che, nel discorso pubblico di una campagna elettorale che rischia di non finire mai, è spezzettato e sincopato, brusco e violento. Allora, nel 1992, il mondo stava cambiando. Il Washington Consensus era egemonico. La globalizzazione iniziava la sua ultima e poderosa espansione. Secondo l'Istat, nel 1992 il Pil – a prezzi correnti – equivaleva a 806 miliardi di euro, l'export era pari a 147 miliardi di euro e il tasso di disoccupazione era all'8,7 per cento. Stando al Centro Studi Confindustria, nel 1991 le imprese con oltre mille addetti erano 214 e avevano 780mila occupati; vent'anni dopo, sarebbero diminuite a 176, con 430mila occupati. Il nostro tessuto industriale superò la fine del paradigma della grande impresa grazie alla sua vitalità metamorfica. Oggi la globalizzazione è in regressione. Il nostro Pil è di oltre 1.700 miliardi di euro, l'export supera abbondantemente i 500 miliardi di euro e il tasso di disoccupazione è al 10,8 per cento. Il Paese sta lentamente uscendo dalla Grande Crisi, ma è appunto estenuato da una transizione politica che non ha la certezza di concludersi con le prossime elezioni. La manifattura cerca di superare il binomio 20-80: il 20% delle imprese sviluppa l'80% del valore aggiunto industriale e l'80% dell'export. Il nostro tessuto produttivo, consapevole di dovere migliorare nella finanza di impresa e di dovere affrontare il tema della crescita dimensionale, ha adottato il nuovo codice culturale di Industria 4.0 e ha acquisito il patrimonio delle delle reti di impresa. Verona è un passaggio fondamentale. Una nuova fase, nella piccola Italia e nel grande Mondo, si sta dischiudendo. Il Paese esiste. Gli industriali ci sono. Non hanno paura del futuro. E hanno idee su come affrontarlo.

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